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Slideshow

Introduzione
di Leonardo Conti
Introduzione al romanzo Rumore di fondo di Paolo Conti, pp. 289
€ 20,00
PoliArt Edizioni 2025

Informalia
di Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra Francesco Verdelli. Informalia, a cura di Sara Bastianini e Leonardo Conti alla Galleria PoliArt Contemporary di Milano dal 24 maggio aò 25 pttobre 2025.
PoliArt Edizioni 2025

La Luce segreta della pittura
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra FERNANDO PICENNI. LUCE SEGRETA a cura di Anna Lisa Ghirardi e Leonardo Conti,
Civica Raccolta del Disegno, Museo MuSa di Salò, 28 giugno - 28 settembre 2025
PoliArt Edizioni 2025

Gastone Biggi. Trilogia 1960-2013
a cura di
Leonardo Conti e Giorgio Kiaris
Un percorso antologico in un
Cofanetto contenente tre volumi
PoliArt Edizioni 2025

Gastone Biggi. La libertà che dona la vita
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo Gastone Biggi | Trilogia 3 1991-2013 , a cura di L. Conti e G. Kiaris. 1 febbraio - 5 aprile 2025
PoliArt Edizioni 2025

Paolo Conti. Il Castello
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra alla PoliArt Contemporary di Milano, a cura di L. Conti e S. Bastianini, dal 2 dicembre 2023 al 30 marzo 2024
PoliArt Edizioni 2024

Ivano Fabbri e i suoi intercessori
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra al Castello di Belgioioso (PV), a cura di L. Conti dal 3 febbraio al 24 marzo 2024.
PoliArt Edizioni e Eclipse Arte 2024

Mario Sasso. Imago urbis
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra alla PoliArt Contemporary di Milano, 21 ottobre - 25 novembre 2023
PoliArt Edizioni 2023

Alberto Biasi. DinamicaMente
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra, a cura di Leonardo Conti, con un'intervista a Biasi di S. Bastianini e una nota biografica completa di M. Previti, alla PoliArt Contemporary di Milano, 27 maggio-30 settembre 2023
PoliArt Edizioni 2023

Fausto De Nisco. La porta del tempo
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra Fausto de Nisco. La porta del tempo.Antologica 1985-2023, a cura di L. Conti e S. Bastianini, al Castello di Belgioioso (Pavia) fino al 2 luglio 2023
PoliArt e Eclipse Arte Edizioni 2023

L'ingresso nel tempo
Leonardo Conti
introduzione al libro di Giovanni Simoneschi, L'altro che siamo
Palombi Editori, Roma 2023

RAM REM RAUM
di Francesco Fienga e Erminio Risso
Edizione PoliArt nella Collana Sorvoli diretta da Leonardo Conti
PoliArt Edizioni, collana Sorvoli 2023

Gastone Biggi. Trilogia 2. Cieli e Campi
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra Gastone Biggi. Trilogia 2. Cieli e Campi 1978- 1987, a cura di Leonardo Conti e Giorgio Kiaris alla PoliArt Contemporary di Milano dal 3 dicembre 2022 al 11 febbraio 2023
PoliArt e Eclipse Arte Edizioni 2023

L'esistenza nella pittura. Boille e Picenni
e
Le Colorvive
Leonardo Conti
Testi nel catalogo della mostra BOILLE | PICENNI. L'esistenza nella pittura, a cura di Leonardo Conti e Maria Vittoria Marchetta, con anche un testo di Sara Bastianini, alla PoliArt Contemporary di Mlano dal 6 ottobre al 16 novembre 2022.
PoliArt Edizioni e Eclipse Arte Edizioni 2022

Minimalismo Barocco
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra NEOMI NALDI. MINIMALISMO BAROCCO, a cura di Sara Bastianini e Leonardo Conti a Palazzo Libera di Villa Lagarina (TN), 1-30 ottobre 2022
Eclipse Arte Edizioni 2022

Gastone Biggi. Fenomenologia del "punto". Informale, Continui, Variabili
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra Gastone Biggi. Trilogia 1, 1960 - 1969, a cura di Leonardo Conti e Giorgio Kiaris alla PoliArt Contemporary di Milano dal 7 maggio al 18 giugno 2022
PoliArt e Eclipse Arte Edizioni 2022

La concretezza del tempo
Leonardo Conti
Una lettura del film “Sigillo” di Dima Montanari
testo dedicato al cortometraggio
clicca sull'immagine per vedere il film
leggi il testo
La concretezza del tempo
Una lettura del film “Sigillo” di Dima Montanari
di Leonardo Conti
Una lettura del film “Sigillo” di Dima Montanari
di Leonardo Conti
Sigillo è una storia emozionante. Giulio è un bambino orfano di madre, lo si comprende a poco a poco. Per crescere vorrebbe abbracciarla almeno una volta (che nella sensibilità di un bambino non sarà mai l’ultima). Per farlo ha bisogno di un ponte, in grado di collegare non due luoghi, ma due desideri, il suo e quello della madre, situati in tempi differenti e inconciliabili. Il ponte che serve a Giulio deve essere in grado di attraversare il tempo. E il tempo è il segreto che non cessa di nascondersi in ogni scena di Sigillo.
Il film comincia proprio su un ponte, metropolitano. Graffiti sui muri. Auto che passano veloci. Un ragazzo suona la chitarra. Il suono si mescola ai rumori, nessuno lo ascolta. Malinconia e solitudine. Poi l’immagine scivola, di qua dalla balaustra di cemento del ponte, giù, sin sotto il ponte, dentro, dove un solitario vagabondo aggiusta un carillon: nel mezzo di pini innevati è incastonata una palla di vetro in cui cade la neve. Il vagabondo mette il carillon in un fagotto e risale la scala laterale del ponte.
Poi tutto cambia.
Giulio è nella sua stanza, disegna una rocca o un’isola, sospesa e perduta nel mezzo di un cielo azzurro con qualche nuvola bianca. Solitudine. Giulio mostra il disegno al padre. È presente anche la nuova compagna, destinata a subire l’indifferenza e lo sprezzo del bambino. La solitudine confina sempre con un’altra solitudine: è un cammeo la resilienza e il farsi da parte della donna (si ripeterà un’altra volta nel film). Poi Giulio esce di casa.
In tre inquadrature successive irrompe l’altro grande protagonista del film, il tempo. Nella sera metropolitana, l’orologio luminoso della stazione è sospeso sui binari. La scena si vede dall’alto del ponte, dove è seduto il vagabondo: il carillon è davanti a lui appoggiato sul marciapiede e sopra tutto, in prospettiva, l’orologio della stazione.
Immerso nel rumore del traffico, anche Giulio ora cammina sul ponte. È l’elemento che mancava. Affinché tutto cominci a funzionare. Vede il carillon sul marciapiede. Chiede al vagabondo di poterlo prendere in mano. Lo carica. Avvicina lo sguardo. Il carillon comincia a funzionare e, con lui, tutto il grande dispositivo che è Sigillo. Così come nella prima scena l’immagine era scivolata dentro il ponte, ora l’immagine scivola all’interno del carillon, dove gli ingranaggi si muovono, innescando la piccola e preziosa macchina del tempo. Anche la musica fa parte del processo. Lentamente il motivo metallico ed elettrico del carillon si sovrappone e si sostituisce al rumore del traffico. Tutto s’immerge in un’atmosfera magica, scandita dal ticchettio che segna il tempo nel funzionamento del carillon. È il macchinico. È questa la grande strategia registica di Montanari per accedere al tempo. Gli ingranaggi del carillon sono anche la macchina interna del film, in cui il tempo lineare e irrecuperabile della realtà s’incontra con il tempo circolare e ricorsivo del cinema, l’eterno ritorno dell’opera d’arte che si può sempre ricominciare da capo. Qui si gioca la meticolosa partita registica, in cui ogni particolare anche infinitesimo del film deve funzionare nel grande ingranaggio, affinché tempo lineare e tempo circolare possano incontrarsi. Si può così leggere in filigrana la stratificazione linguistica di Sigillo, in cui emerge una profonda riflessione su un certo modo di fare cinema e di raccontare storie, una riflessione sull’opera d’arte in generale. In questo, Sigillo è anche una dichiarazione di poetica, per un modo di esistere che travalica il film stesso. La vita nell’arte, le sue storie, oltrepassano il tempo lineare della realtà e la sua storia.
La scena è pronta per risalire dall’interno del carillon alla nuova dimensione, in cui realtà e arte coincidono.
Ora avviene il primo radicale cambio di registro narrativo del film. Un lento piano sequenza introduce un grande flash back, in cui il giovane padre di Giulio s’incontra con la madre. La luce è calda, i colori sono leggermente saturati, l’atmosfera è sognante, dominano il motivo del carillon, la neve che cade, il vento, il ticchettio del tempo. Il piano sequenza continua, segue i due giovani che salgono la scala di una casa, per estinguersi sul ritmo binario di una pendola che batte. Tutto funziona.
Ora i simboli si susseguono: il disegno della madre, un’altalena vuota in un giardino, l’epifania della neve che entra da un abbaino nella soffitta, è una cascata di luce, è l’irrompere del tempo, dove i due giovani si abbracciano e si baciano.
C’è anche Giulio in questo tempo. Arriva direttamente dal ponte del vagabondo. È al cancello del giardino della casa. E anche il cancello c’entra col tempo: sbarra il passato. Il cancello c’è anche in Così parlò Zaratustra di Nietzsche, sbarra l’accesso all’eterno ritorno, è l’attimo in cui passato e futuro divergono. Ma Giulio sa aprire il cancello. Entra nel giardino fino a un’altalena vuota, in mezzo alla neve che cade.
All’interno della casa il giovane padre di Giulio carica il meccanismo di un orologio appoggiato sul camino. Si siede al tavolo di fronte alla madre. Tra loro un altro, ennesimo orologio. Poi la madre chiede al padre notizie del bambino. Perché? Ci sono segreti che la storia non sa svelare, neppure la storia di un film. Solitudine. Il padre dà alla donna una foto del bambino. Lei si alza e va alla finestra. La foto appoggiata sul petto. Guarda fuori, in giardino. Giulio cammina verso di lei, ma lei non lo vede. Lui, invece, intuisce o vede la sua sagoma scura ritagliata nella finestra. Poi l’altalena vuota. Giulio, ancora. Di nuovo la madre. Appoggia la foto sul camino, di fianco all’orologio. Poi Giulio è di nuovo sul ponte, abbraccia il carillon. Il cancello si blocca. Si è inceppato il meccanismo. Il tempo è perduto. Si è bloccato il carillon. Di nuovo il rumore della città.
“Se riuscirai ad aggiustarlo sarà tuo. Salutami mamma e papà”. Così dice il vagabondo a Giulio, e forse non è un gesto di normale generosità. E anche il riferimento a mamma e papà non è un normale saluto di circostanza. Non con Giulio almeno. Forse non è un vagabondo, è l’uomo del tempo. Che sa.
Giulio è di nuovo a casa, e mostra il carillon al padre: anche lui sa, e riconosce la macchina del tempo, che subito aggiusta. Ci sono tre solitudini ora. Quella cocente e inconciliabile della compagna del padre, già congedata in un’altra stanza della casa. Quella reticente del padre, senza parole e senza immagini perché ormai pacificata. E quella viva, creativa, di Giulio che ora può ritrovare nuovamente il tempo. Gli ingranaggi ricominciano a funzionare, il cancello si sblocca, la neve cade ancora. La madre è sull’altalena, il simbolo ritrova la sua parte mancante, Giulio è lì. Due desideri sono un solo desiderio, ora. Anche l’arte e la vita coincidono. Il tempo sa ritornare. La madre dona una chiave al figlio, un nuovo simbolo. E poi c’è solo il linguaggio delle emozioni. Fino a quando, nell’abbraccio, si apre una breccia imprevista, l’anello che non tiene, una linea di fuga, lo sguardo della madre entra nella videocamera, fuori dal film, dritto nel cuore del presente. Solitudine e malinconia.
Nel cuore del carillon l’ingranaggio ha finito la sua corsa. La macchina si spegne. La scena sale, in un’ultima indecisione tra due mondi che si separano. L’altalena è vuota, ma si muove ancora. Giulio è di nuovo a casa, abbraccia il carillon. Il padre è rimasto a vegliare, di fianco a lui. “Tutto a posto?”. “Sì, adesso sì”. Il padre s’incammina verso la sala da pranzo. Giulio si ritrova nella mano la chiave che gli ha dato la madre.
Nel finale del film si svela la concretezza del tempo. Giulio torna alla casa dei genitori che ha scoperto nella palla del carillon. La scopre a poco a poco, con una torcia per illuminarla, perché è buia e impolverata, protetta da veli di plastica trasparente. Ritrova la sua foto da piccolo, che la madre aveva appoggiato sul camino. Attraverso la plastica riconosce la finestra in cui si era affacciata e poi la pendola sulla scala. In alto c’è un’ultima porta. Chiusa. È la porta della soffitta. Giulio lo sa. Si abbassa e il suo occhio attraversa la serratura per guardare di là. Ma non c’è linea di fuga. Non c’è solitudine, né malinconia. Giulio guarda dritto dentro il film. E già prende la chiave che gli ha dato la madre. La infila nella serratura e comincia a girarla. Il macchinico si muove, e subito si sente caricare il carillon. Si alza una musica e irrompe un vento per togliere i veli di plastica che ricoprono le cose. È la concretezza del tempo, per rimuovere l’ultimo sigillo.
Il film è finito. Ma una dedica s’incide luminosa nella notte: “Dedicato alla mia mamma siberiana, morta nel maggio del 2004”. Vita e arte continuano a sovrapporsi. È anche per questo che talvolta si raccontano storie.
Il film comincia proprio su un ponte, metropolitano. Graffiti sui muri. Auto che passano veloci. Un ragazzo suona la chitarra. Il suono si mescola ai rumori, nessuno lo ascolta. Malinconia e solitudine. Poi l’immagine scivola, di qua dalla balaustra di cemento del ponte, giù, sin sotto il ponte, dentro, dove un solitario vagabondo aggiusta un carillon: nel mezzo di pini innevati è incastonata una palla di vetro in cui cade la neve. Il vagabondo mette il carillon in un fagotto e risale la scala laterale del ponte.
Poi tutto cambia.
Giulio è nella sua stanza, disegna una rocca o un’isola, sospesa e perduta nel mezzo di un cielo azzurro con qualche nuvola bianca. Solitudine. Giulio mostra il disegno al padre. È presente anche la nuova compagna, destinata a subire l’indifferenza e lo sprezzo del bambino. La solitudine confina sempre con un’altra solitudine: è un cammeo la resilienza e il farsi da parte della donna (si ripeterà un’altra volta nel film). Poi Giulio esce di casa.
In tre inquadrature successive irrompe l’altro grande protagonista del film, il tempo. Nella sera metropolitana, l’orologio luminoso della stazione è sospeso sui binari. La scena si vede dall’alto del ponte, dove è seduto il vagabondo: il carillon è davanti a lui appoggiato sul marciapiede e sopra tutto, in prospettiva, l’orologio della stazione.
Immerso nel rumore del traffico, anche Giulio ora cammina sul ponte. È l’elemento che mancava. Affinché tutto cominci a funzionare. Vede il carillon sul marciapiede. Chiede al vagabondo di poterlo prendere in mano. Lo carica. Avvicina lo sguardo. Il carillon comincia a funzionare e, con lui, tutto il grande dispositivo che è Sigillo. Così come nella prima scena l’immagine era scivolata dentro il ponte, ora l’immagine scivola all’interno del carillon, dove gli ingranaggi si muovono, innescando la piccola e preziosa macchina del tempo. Anche la musica fa parte del processo. Lentamente il motivo metallico ed elettrico del carillon si sovrappone e si sostituisce al rumore del traffico. Tutto s’immerge in un’atmosfera magica, scandita dal ticchettio che segna il tempo nel funzionamento del carillon. È il macchinico. È questa la grande strategia registica di Montanari per accedere al tempo. Gli ingranaggi del carillon sono anche la macchina interna del film, in cui il tempo lineare e irrecuperabile della realtà s’incontra con il tempo circolare e ricorsivo del cinema, l’eterno ritorno dell’opera d’arte che si può sempre ricominciare da capo. Qui si gioca la meticolosa partita registica, in cui ogni particolare anche infinitesimo del film deve funzionare nel grande ingranaggio, affinché tempo lineare e tempo circolare possano incontrarsi. Si può così leggere in filigrana la stratificazione linguistica di Sigillo, in cui emerge una profonda riflessione su un certo modo di fare cinema e di raccontare storie, una riflessione sull’opera d’arte in generale. In questo, Sigillo è anche una dichiarazione di poetica, per un modo di esistere che travalica il film stesso. La vita nell’arte, le sue storie, oltrepassano il tempo lineare della realtà e la sua storia.
La scena è pronta per risalire dall’interno del carillon alla nuova dimensione, in cui realtà e arte coincidono.
Ora avviene il primo radicale cambio di registro narrativo del film. Un lento piano sequenza introduce un grande flash back, in cui il giovane padre di Giulio s’incontra con la madre. La luce è calda, i colori sono leggermente saturati, l’atmosfera è sognante, dominano il motivo del carillon, la neve che cade, il vento, il ticchettio del tempo. Il piano sequenza continua, segue i due giovani che salgono la scala di una casa, per estinguersi sul ritmo binario di una pendola che batte. Tutto funziona.
Ora i simboli si susseguono: il disegno della madre, un’altalena vuota in un giardino, l’epifania della neve che entra da un abbaino nella soffitta, è una cascata di luce, è l’irrompere del tempo, dove i due giovani si abbracciano e si baciano.
C’è anche Giulio in questo tempo. Arriva direttamente dal ponte del vagabondo. È al cancello del giardino della casa. E anche il cancello c’entra col tempo: sbarra il passato. Il cancello c’è anche in Così parlò Zaratustra di Nietzsche, sbarra l’accesso all’eterno ritorno, è l’attimo in cui passato e futuro divergono. Ma Giulio sa aprire il cancello. Entra nel giardino fino a un’altalena vuota, in mezzo alla neve che cade.
All’interno della casa il giovane padre di Giulio carica il meccanismo di un orologio appoggiato sul camino. Si siede al tavolo di fronte alla madre. Tra loro un altro, ennesimo orologio. Poi la madre chiede al padre notizie del bambino. Perché? Ci sono segreti che la storia non sa svelare, neppure la storia di un film. Solitudine. Il padre dà alla donna una foto del bambino. Lei si alza e va alla finestra. La foto appoggiata sul petto. Guarda fuori, in giardino. Giulio cammina verso di lei, ma lei non lo vede. Lui, invece, intuisce o vede la sua sagoma scura ritagliata nella finestra. Poi l’altalena vuota. Giulio, ancora. Di nuovo la madre. Appoggia la foto sul camino, di fianco all’orologio. Poi Giulio è di nuovo sul ponte, abbraccia il carillon. Il cancello si blocca. Si è inceppato il meccanismo. Il tempo è perduto. Si è bloccato il carillon. Di nuovo il rumore della città.
“Se riuscirai ad aggiustarlo sarà tuo. Salutami mamma e papà”. Così dice il vagabondo a Giulio, e forse non è un gesto di normale generosità. E anche il riferimento a mamma e papà non è un normale saluto di circostanza. Non con Giulio almeno. Forse non è un vagabondo, è l’uomo del tempo. Che sa.
Giulio è di nuovo a casa, e mostra il carillon al padre: anche lui sa, e riconosce la macchina del tempo, che subito aggiusta. Ci sono tre solitudini ora. Quella cocente e inconciliabile della compagna del padre, già congedata in un’altra stanza della casa. Quella reticente del padre, senza parole e senza immagini perché ormai pacificata. E quella viva, creativa, di Giulio che ora può ritrovare nuovamente il tempo. Gli ingranaggi ricominciano a funzionare, il cancello si sblocca, la neve cade ancora. La madre è sull’altalena, il simbolo ritrova la sua parte mancante, Giulio è lì. Due desideri sono un solo desiderio, ora. Anche l’arte e la vita coincidono. Il tempo sa ritornare. La madre dona una chiave al figlio, un nuovo simbolo. E poi c’è solo il linguaggio delle emozioni. Fino a quando, nell’abbraccio, si apre una breccia imprevista, l’anello che non tiene, una linea di fuga, lo sguardo della madre entra nella videocamera, fuori dal film, dritto nel cuore del presente. Solitudine e malinconia.
Nel cuore del carillon l’ingranaggio ha finito la sua corsa. La macchina si spegne. La scena sale, in un’ultima indecisione tra due mondi che si separano. L’altalena è vuota, ma si muove ancora. Giulio è di nuovo a casa, abbraccia il carillon. Il padre è rimasto a vegliare, di fianco a lui. “Tutto a posto?”. “Sì, adesso sì”. Il padre s’incammina verso la sala da pranzo. Giulio si ritrova nella mano la chiave che gli ha dato la madre.
Nel finale del film si svela la concretezza del tempo. Giulio torna alla casa dei genitori che ha scoperto nella palla del carillon. La scopre a poco a poco, con una torcia per illuminarla, perché è buia e impolverata, protetta da veli di plastica trasparente. Ritrova la sua foto da piccolo, che la madre aveva appoggiato sul camino. Attraverso la plastica riconosce la finestra in cui si era affacciata e poi la pendola sulla scala. In alto c’è un’ultima porta. Chiusa. È la porta della soffitta. Giulio lo sa. Si abbassa e il suo occhio attraversa la serratura per guardare di là. Ma non c’è linea di fuga. Non c’è solitudine, né malinconia. Giulio guarda dritto dentro il film. E già prende la chiave che gli ha dato la madre. La infila nella serratura e comincia a girarla. Il macchinico si muove, e subito si sente caricare il carillon. Si alza una musica e irrompe un vento per togliere i veli di plastica che ricoprono le cose. È la concretezza del tempo, per rimuovere l’ultimo sigillo.
Il film è finito. Ma una dedica s’incide luminosa nella notte: “Dedicato alla mia mamma siberiana, morta nel maggio del 2004”. Vita e arte continuano a sovrapporsi. È anche per questo che talvolta si raccontano storie.

L'emozione intelligente di Franco Beraldo
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra FRANCO BERALDO. L'EMOZIONE INTELIGENTE, a cura di Leonardo Conti, alla PoliArt COntemporary di Milano dal 26 febbraio al 9 aprile 2022.
PoliArt Edizioni e Eclipse EdizioniArte 2022

Leonardo Conti
Introduzione al volume della mostra 70|FAUSTO DE NISCO. Quadri barbari, a Palazzo Libera di Villa Lagarina (TN) dal 2|10 al 6|11 e alla PoliArt Contemporary di Milano dal 27|10|2021 al 22|1|2022 a cura di Sara Bastianini e Leonardo Conti, con anche testi di R. Mugnaioni e C. Tovazzi.
PoliArt Edizioni e Eclipse EdizioniArte 2022

Leonardo Conti
Introduzione al volume della mostra alla Pinacoteca Comunale "Antonio Sapone" di Gaeta dal 12 giugno al 15 settembre 2021 a cura di Leonardo Conti con testi di D. Marangon, G. Agnisola, M. Carlino, G. Simoneschi e S. Bastianini.
in collaborazione con l'Archivio Ormenese
della PoliArt Contemporary di Milano
Eclipse EdizioniArte 2021

Alberto Biasi. Lo spazio e il tempo del divenire (2017)
Leonardo Conti
in Alberto Biasi. Antologia critica 1965-2021 a cura di Guido Bartorelli e Marta Previti
Cleup Edizioni (Libreria Editrice Università di Padova) 2021

Le metafore architettoniche di Carlo D'Orta
Leonardo Conti
Introduzione alla monografia Architextures. Astrazioni architettoniche, dedicata a Carlo D'Orta, a cura di L. Conti e G. Marziani
Eclipse EdizioniArte 2020

Gastone Biggi. La natura in un punto
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra dedicata a Gastone Biggi. Il tempo della natura, gli spazi della realtà, a Palazzo Ducale di Mantova dal 25 ottobre 2020 al 7 febbraio 2021,
a cura di Leonardo Conti e Giovanni Granzotto, testi di G. Kiaris, S. L'Occaso, G. Granzotto e L. Conti.
Il Cigno GG Edizioni 2020

La terza via di Ennio Finzi.
Convergenze con le avanguardie musicali
Leonardo Conti
Testo in ENNIO FINZI. CATALOGO RAGIONATO. Opere 1946-2019 a cura di Michele Beraldo con un'introduzione di Dino Marangon e un testo di Leonardo Conti.
SilvanaEditoriale 2020

Leonardo Conti
Introduzione alla monografia dedicata a Guido Spaini, a cura di L. Conti, contributi di S. Bastianini, A. Barina, G. Dadati.
Eclipse EdizioniArte 2020

Cases. L'arte della fuga
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra Sandro Martini. Cases, alla PoliArt Contemporary di Milano. A cura di L. Conti. Dal 16 novembre 2019 al 18 gennaio 2020.
Edizioni PoliArt Contemporary 2020

Lucio Fontana. Lo spazio eccedente
Leonardo Conti
introduzione al catalogo della mostra Lucio Fontana e i mondi oltre la tela. Tra oggetto e pittura, alla Galleria d'Arte Moderna di Monfalcone. Mostra itinerante da Aosta, dall'8 dicembre 2019 al 2 marzo 2020.
De Bastiani Editore, 2019
Lucio Fontana. Lo spazio eccedente
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra Lucio Fontana. La sua lunga ombra, quelle tracce non cancellate, al Museo Archeologico Regionale di Aosta, a cura di Leonardo Conti e Giovanni Granzotto. Testi di G. Granzotto, L. Conti, D. Jorioz, D. Marangon, M. Pivato, S. Cecchetto, L. Sartori di Borgoricco.
Dal 12 aprile al 22 settembre 2019
De Bastiani Editore 2019
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra dedicata a Giovanni Lombardini. The Ring of Rhymes, a cura di Leonardo Conti, con testi di L. Conti e Sara Bastianini
Ed. PoliArt Contemporary 2019
La forma visibile della poesia
Leonardo Conti
Catalogo della mostra dedicata a Fernando Picenni a Palazzo Libera, Villa Lagarina (Tn)
a cura di Leonardo Conti e Michele Beraldo, 9 marzo-14 aprile 2019
in collaborazione con l'Archivio Picenni
PoliArt Edizioni 2019

Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra Spazialisti a Venezia a cura di G. Granzotto alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia dal 14 luglio al 16 settembre 2018. Comitato scientifico: M. Beraldo, S. Cecchetto, L. Conti, S. Coletto, E. Dezuanni, T. Follina, G. Granzotto, D. Marangon, B. Morandi, R. Zamberlan.
De Bastiani Editore 2018
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Lo spazialismo etico di Mario Deluigi
Leonardo Conti
La luce e le forme razionali prendono parte alla lotta.
La luce dà moto alle forme, incurva ciò che è dritto,
rende ovale ciò che è parallelo,
inserisce cerchi negli spazi intermedi,
dà loro vita. Da ciò l’inesauribile varietà.
Paul Klee [1]
Credo che per avvicinare la personalissima declinazione spazialista della ricerca di Mario Deluigi non sia sufficiente soffermarsi sulle opere eminentemente “spazialiste”, cioè quelle che l’artista elabora negli anni della sua ufficiale adesione al movimento [2].
I dati anagrafici di Deluigi (1901-1978) l’hanno immerso, come gli artisti della sua generazione, in straordinarie sollecitazioni esistenziali e culturali che, forse mai come nel Novecento, si sono prodotte in una molteplicità di spiriti del tempo. Questa molteplicità si è incontrata con la profondissima complessità del pensiero del maestro veneziano, con la sua attitudine alla multidisciplinarietà culturale, in un continuo, meditato e serratissimo confronto e arricchimento con la fisica, la filosofia, la musica, la letteratura, e, ovviamente, con le esperienze rivoluzionarie dell’arte visiva.
Mi pare che in Deluigi l’esiziale tragicità del Novecento e il conseguente straordinario vitalismo, s’incideranno in una personalità alla ricerca di una dimensione principalmente etica della propria ricerca artistica. Seguendo, infatti, un percorso intellettuale dell’artista - considerando le sue annotazioni, le dichiarazioni e i testi mai disgiunti dalle forme che la sua pittura veniva elaborando -, è possibile calarsi a poco a poco in una meticolosa e talvolta folgorante strategia di costruzione di un proprio modo di percepire, di esprimere, di esistere. In pochi artisti come in Deluigi il fare coinciderà con il farsi, e penso a personalità della portata di Paul Klee e Rainer Maria Rilke: l’avventura delle forme e le personali cifre stilistiche renderanno visibile quella progressiva maturazione di un pensiero in cui artista e uomo coincidono.
In questo senso, con quella particolare attitudine a una sorta di espansionismo culturale, tipico di alcuni tra i maggiori artisti veneziani [3], – quasi un’eredità della tradizionale potenza della Serenissima -, Deluigi ha attivato, già dai suoi anni di formazione, un proficuo “commercio poetico” con i maggiori movimenti artistici nazionali e internazionali.
Nell’identificazione dei parametri formali che rimarranno persistenti nella sua ricerca, già alla fine degli anni Venti l’artista trova la luce e l’ombra, certamente nell’ambito di una fascinazione per il suo maestro Virgilio Guidi.
In un’opera come “Ritratto della moglie” (1930), le compensazioni chiastiche di luce e ombra, in quelle alternanze tipiche del giorno come in una passeggiata sotto un portico estivo, definiscono una forma plastica nel piegarsi della linea che si prolunga dal sopracciglio al naso al labbro, la cui origine figurativa sembra già apparire quasi come un pretesto. Si viene così affermando, fin d’ora, quella “modulazione di luce e ombra” che resterà una vera e propria costante “transpoetica” di Deluigi, sino allo spazialismo e alle estreme opere.
Con uno sguardo prospettico, è possibile scorgere come anche nella successiva “fase cubista” si producano rilevanti esercizi per il precisarsi di alcuni indirizzi fondanti. In un’opera come “La famiglia” (1937-1939), una meticolosa misura dei gradienti tonali traluce l’ossimoro di un’umbratile luminosità, che, a tempo debito, dissiperà i contorni che separano le persone e le cose in un dinamismo di forme plastiche [4]. È come se il soggetto ritratto già si stesse trasformando in un opaco specchio, la cui immagine riflessa è quel divenire imprendibile del pensiero, in cui si precisa la personalità dell’artista alla ricerca di una nitidezza e intelligibilità interiore.
Il periodo “fisiologico”, poi, mi pare che sia un ampio luogo intermedio per la messa a punto di una totale sparizione della riconoscibilità, nell’incurvarsi dello spazio mentre diviene esperienza plastica. Le compenetrazioni tra presenza e assenza, plasmate dall’aura tonale di Deluigi, ne fanno una “pittura scultorea” con non lievi assonanze alla pur diversissima ricerca di un Henry Moore. Si pensi a quelle opere dell’artista inglese in cui le riconducibilità all’idolo e all’umano si fanno più remote, in un quasi manifestarsi autonomo della potenza plastica [5]: parlo di quello strano, quasi alchemico, composto di “spazio-luce-gravità” sensibile soltanto alla tattilità. La pittura di Deluigi ha ora questa stessa intensità tattile, per quanto praticata dallo sguardo.
Talvolta è possibile riscontrare nei ritratti “fisiologici”, come nel “Ritratto fisiologico” (del 1944), una scomposizione energetica della figura quasi disgregata entropicamente: la forma-colore si trasforma in una specie di onda sonora, e si pensi al versante fisico dell’onda piuttosto che a quello d’ascolto. La ricerca di Deluigi è ora, in questo senso, pienamente conoscitiva, scientifica direi, ma nell’applicazione di paradigmi che fondono misurabilità e creatività. Ma c’è di più: in una costante ridefinizione del proprio orizzonte interiore e nell’ampliamento dei propri riferimenti culturali, proprio nella conquista di questo suo “spazio fisiologico” si manifesta la complementare forza trasfigurante di una fondamentale “percezione emotiva” [6], in cui, forse, Deluigi condensa gli esiti migliori di un ulteriore confronto, quello con gli spazi incurvati dell’espressionismo di Edvard Munch.
Mi pare così ben percepibile in questa ricerca del maestro veneziano la presenza simultanea, in una vera e propria tensione, di una salda razionalità e di una tenace propensione all’intuizione, declinata in emotività creativa. Forse non è azzardato affermare che le “due culture” [7] dell’artista, l’umanistica e la scientifica, paiono trovare, ante litteram, quella piena sinergia che soltanto alcune tra le più avanzate teorie contemporanee (come la Teoria delle stringhe) riescono a concepire.
Nell’ottica dei continui confronti creativi di Deluigi, mi pare che, per una lettura approfondita del periodo “fisiologico”, non sia di secondaria importanza anche una componente surrealista, che, nelle versioni successive di un’opera capitale come il “San Sebastiano” (tra il 1943 e il 1945-46), si manifesta soprattutto in direzione di Ives Tanguy. Deluigi distende le forme, quasi in un inventario di relazioni possibili pronte a realizzarsi in articolazioni formali imminenti, come in un “racconto” che viene raccontandosi [8].
Nella “Merlettaia” del 1946 l’artista ancora si presta alla costruzione figurale, ma già nello straordinario “Omaggio a Claudia” dello stesso anno, si assiste all’immergersi in una visibilità multidimensionale, eccedente qualsiasi metafora iconica. Più che di una tendenza all’astrazione, mi sembra che si verifichi un vero e proprio processo di fusione [9], in cui la temporalità ha un ruolo fondante nel passaggio da una percezione cronologica a un evento istantaneo: spazio e tempo di accadimento si fondono in immagini che risuonano d’inedite interiori luminosità. Ecco che l’indirizzo etico della ricerca di Deluigi, il tentativo di trovare il luogo visibile del proprio “principio direttivo”, già delinea un orizzonte di concretezza, fatto di spazio, luce e temporalità.
È poi solo apparentemente “strano”, che in un simile clima (nel 1949) si situi l’accettazione di una commissione per una pala d’altare, “Le Litanie della Vergine”, realizzata in una dichiarata rielaborazione del “Victory Boogie Woogie” di Piet Mondrian. Deluigi si confronta, ancora, con la polarità di ragione e spiritualità, e l’intima sua riflessione sull’esperienza astratta del Novecento, come “conquista o rarefazione della legge plastica”, traccia ancora di più l’inconfondibile indirizzo per gli sviluppi della ricerca, orientata alle possibili visibilità in cui ragione e intuizione si fondono separandosi [10]. Le stesse osservazioni sulla costruzione architettonica di quest’opera, di un’architettura intesa come ricerca di uno “spazio abitabile”, sottolineano la natura vitale delle ricerche dell’artista.
È proprio in quest’ultimo scorcio degli anni Quaranta, confortato anche dal confronto culturale con Lucio Fontana, conosciuto a Milano alla Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo [11], che Deluigi realizza per la prima volta una luce smaterializzante, talvolta definita “mistica”, il luogo ideale in cui trovare il contatto tra il percepibile e colui che percepisce: l’immagine in cui il pensiero, che nulla sarebbe senza la realtà, e la realtà stessa, che non esisterebbe senza pensiero, si manifestano fugacemente in un dinamismo coeso. Ancora una volta ritorna il verso straordinario di Rilke “per noi sentire è svanire”, ma in una sorta di necessario ribaltamento pittorico, come se Deluigi dipingesse un “per noi svanire è sentire”. Credo che sia questo l’incipit di tutta l’esperienza matura del maestro, l’esordio, all’alba degli anni Cinquanta, di una ricerca “spazialista” senza fine in cui, attraverso la luce e la nuova tecnica del grattage, Deluigi tenterà di raggiungere quell’ossimoro di “vuoto plastico” in cui l’esserci [12] diviene consapevole di sé nel suo “svanire”, nel suo divenire-Mondo.
A cavallo della metà del secolo, il percorso formale di Deluigi, indissolubilmente legato alle sue acquisizioni etiche e teoretiche, deve ancora attraversare il breve ma fondamentale ciclo degli “Amori” [13]. In queste opere, nell’alveo di una quasi trascendente misura luminosa, che mi pare di poter ricondurre sino a Piero della Francesca, Deluigi tenta una rifusione emozionata della grande dicotomia di res cogitans e res extensa. L’artista realizza questa fusione nel dinamismo di una continuità metamorfica delle forme, la cui sintassi è ancora in qualche modo surrealista (Arp); eppure si può dire che il maestro veneziano trovi il dinamismo interiore della metamorfosi, il luogo mediano in cui non c’è né forma di partenza né forma di destinazione. Si tratta della realizzazione di una pura potenza che si fa atto: credo che sia questa l’esperienza visibile di quell’amore che Deluigi invoca attraverso il corpo complesso e mutevole di luce, spazio, tempo, colore.
Il passaggio dalla scomposizione cubista alla continuità dello spazio-luce, avviene così, attraverso le modulazioni della curva plastica che subito ammorbidisce e risolve ogni spigolo e punta in continui scarti dinamici. Si potrebbe affermare che è in una “regressione” futurista del surrealismo, - si pensi in particolare a Boccioni e alle sue “Forme uniche nella continuità dello spazio” (1913) o al “Dinamismo di un corpo umano” (1913) -, che Deluigi riesce a dare visibilità pittorica alla pura potenza della metamorfosi, in cui lo spazio-tempo si trasfonde in luce-colore. Nell’ordine, poi, di una persistente musicalità, poi, mi pare di ritrovare il ritmo di opere come “Udnie” (1913) o “The Source” (1912) di Francis Picabia: ma negli “Amori” tutto è risolto all’interno di una fluidità generale, e ogni parametro è già fuso in un’unica dinamica metamorfica.
Credo che con questo ciclo degli “Amori” Deluigi abbia tentato di dare il maggior gradiente possibile di soggettività a una ricerca pittorica intesa come sistema visibile di creazione e accrescimento, in cui è in gioco la fondamentale dimensione etica dell’esistenza.
Quando, poi, a proposito di queste opere, l’artista scrive “Lo spazio, come l’amore, sollecitato dall’incidente emotivo dà forma concreta” (1949), davvero l’idea di “amore” di Deluigi pare sovrapporsi al bergsoniano “slancio vitale”, che trova nell’accidente il luogo di compenetrazione in cui si fa forma. La potenza dinamica in formazione degli “Amori” evoca quell’esercizio di sé così tipico di Henri Bergson, quando scriveva (nell’Evoluzione Creatrice del 1907), che “…esistere significa cambiare, cambiare significa maturarsi, maturarsi significa continuare a cambiare se stessi senza fine”.
C’è un potentissimo divenire negli “Amori” di Deluigi, tutto ciò che nella “durata” è in via di formazione.
La straordinaria intuizione che si sprigiona da queste opere, trova, tuttavia, in un nuovo cortocircuito creativo, proprio nella ratio dell’artista il proprio fondamento poietico: è, infatti, la potente, meticolosa e intellettuale intenzionalità di Deluigi a consentirgli quel rigorosissimo e magistrale controllo tonale e luministico, in grado di raccogliere un inedito dinamismo nella plasticità di uno spazio-tempo in formazione. È una sorta di fluidità associativa, come in un joyciano flusso di coscienza, che Deluigi riesce a creare: un continuum di tempo-forma-colore-luce in cui trasfonde in immagine panica la presenza fondante del suo esserci. All’inizio degli anni Cinquanta questo è ciò che cerca e che non smetterà di cercare.
Con un simile percorso di pittura vissuta, aperta su scenari imprevedibili, non stupisce che Deluigi sottoscriva ufficialmente gli indirizzi vitalistici del movimento spaziale di Lucio Fontana. E divengono forse anche più chiare le differenze tra la concezione di “spazio come dimensione” di Fontana e la concezione di “spazio come condizione” per Deluigi.
Terminato il breve ciclo degli “Amori” (nel 1952), Deluigi inizia a ricercare attraverso la nuova tecnica del grattage, con cui scalfisce, con l’uso di bulini, bisturi, lamette, la superficie del colore, nell’epifania di una cosmologia segnica. Nel gesto del grattare, dell’andare oltre la superficie, c’è un evidente riferimento ai tagli di Fontana, eppure il gesto di Deluigi, da subito, si fonda su una strategia pittorica. Se, infatti, quello di Fontana è un gesto eccedente, che sfonda la superficie inoltrandosi nello spazio come “dimensione” (creando, tra l’altro, l’opera come oggetto), quello di Deluigi è invece un gesto misurato, completamente pittorico, perché la pittura sempre lo prepara. Gli stati sovrapposti di gesso e colori sono il “profondo” che il segno-gesto ritrova in una meticolosa attività di sottrazione. Lo spazio di Deluigi è creato dalla sommatoria dei segni che, in alternanze di addensamenti e rarefazioni, modulano “la luce e l’ombra” nella declinazione di gradazioni di vuoti contigui. Nelle opere del ciclo “Motivi sui vuoti” esposte alla XXVII Biennale di Venezia, la potenza della nuova tecnica del grattage si impone persino sulle superfici scabrose e accidentate che l’artista aveva preparato. Il pulviscolo dei segni grattati, divenuti quasi fotoni, rischiara e annotta creandole le epifanie profonde dei vuoti. È l’idea di Deluigi di uno “spazio adimensionale” [14], il luogo di una smaterializzazione radicale in cui, da qui in avanti, cercherà l’origine della luce.
Osservando l’altissima ricerca dei grattage, che l’artista continuerà sino alla fine, credo che non sia difficile persuadersi di un’idea potentemente metaforica di “luce”, in un titanico tentativo di rendere visibile ciò che dell’interiorità è invisibile [15]. Cogliere l’ineffabile [16] è situarsi in quel luogo “adimensionale” o, forse, multidimensionale, in cui l’artista, solo, cerca, in nome di tutti, l’immagine in cui “svanire è sentire”.
C’era bisogno di un grande lavoro, di una sperimentazione instancabile del segno, affinché ognuno fosse giusto, e giusta fosse la luce, nella lotta con le forme e con le non-forme, con lo spazio e con il tempo, con la ragione e con l’intuizione, con la vita e con la morte, persino con i non nati (Klee). Da qui “l’inesauribile varietà” che punta dritto verso “un’immagine del pensiero nel suo farsi puro evento” [17].
Ecco che solo ora, forse, con gli occhi ormai arrossati su un’opera “cubista” come “La famiglia” e guardando certe opere del ciclo dei “Motivi sui vuoti”, sino alle smaterializzazioni radicali di alcuni ultimi rarefatti “grattage”, pare che non si tratti di altro che degli stessi soggetti, ma svaniti, in un’erosione a lungo complottata dal tempo, dalla luce, dall’ombra: nel lascito persistente di una sorta d’incurvatura del suo inedito spazio-luce, ecco apparire un’immagine dinamica, in cui, forse, Deluigi ha infine trovato il luogo visibile nel quale il pensiero dell’uomo si fonde con la realtà, nella nascita della scelta. Credo che, come Joyce, abbia detto “Sì”.
[1] Paul Klee, Diari 1898-1918, Il Saggiatore, Milano 1960, n. 834 p.238.
[2] Il fertile confronto con Lucio Fontana e gli artisti della galleria del Naviglio di Milano (le prime due personali nella galleria di Cardazzo sono nel 1947 e nel 1951) portano Deluigi ad aderire nel 1951 allo Spazialismo, firmando il Manifesto dell’arte spaziale; poi, l’anno successivo è tra i firmatari del Manifesto del movimento spaziale per la televisione e nel 1953 de Lo spazialismo e la pittura italiana del XX secolo.
[3] Ho già avuto occasione di rilevare una simile propensione nella ricerca di Giuseppe Santomaso.
[4] Mi pare che le stesse parole di Deluigi, in una lettera a Severini del 1937, indichino una profonda consapevolezza di una precisa direzione di ricerca: “[…] troppo ci ha mostrato l’indagine cubista e quindi la tua, per intraprendere altri strati sentimentali di spiritualizzazione dell’arte. Usiamo, adoperiamo, serviamoci di quello che con tanta fatica ci avete fornito in questo primo scorcio di secolo, e individuiamoci tutti con un unico mezzo, intenti ad un solo scopo: che l’arte è stata, è e sarà solo e solamente un fatto plastico e nient’altro”.
[5] In proposito ha ben scritto Giovanni Granzotto “…questa forma fisiologica […] che nello spazio si colloca come elemento stesso dello spazio, pulsante, creativo, dinamico” in Mario Deluigi, catalogo della mostra a Palazzo Flangini Biglia, Sacile, 1997; ripubblicato in Alle origini della pittura di Deluigi: il ritmo e lo spazio luce in Deluigi - Morandis catalogo della mostra allo Studio GR, De Bastiani Editore, Sacile, 20 dicembre 2014 - 28 febbraio 2015, p. 11.
[6] È Caterina De Luigi Bianchi che, a proposito dello “spazio fisiologico” parla giustamente di una “trasfigurazione della realtà secondo una percezione emotiva del soggetto”, nel saggio Mario Deluigi: lo spazio come “condizione” e come “vuoto plastico”, in catalogo della mostra Spazialismo. Arte astratta. Venezia 1950-1960, alla Basilica Palladiana, Vicenza 12 ottobre 1996 – 19 gennaio 1997, Il Cardo Editore, p. 88.
[7] Come le ha chiamate Charles Percy Snow nel famoso libro intitolato proprio “The two cultures and a second look” (1963).
[8] L’artista scrive: “…il San Sebastiano è un racconto plastico (in forme fisiologiche) e non il racconto illustrativo (in forme anatomiche) del passato rinascimentale” [Deluigi, Annotazioni del 1947, cit. in Caterina De Luigi Bianchi in Mario Deluigi: lo spazio come “condizione” e come “vuoto plastico”, in Spazialismo. Arte Astratta. Venezia 1950-1960, 1997, p.88.
[9] Come ha osservato Giovanni Bianchi: «…sul finire degli anni Quaranta le forme tipiche del periodo fisiologico, organiche e piene, che si librano “dinamicamente” nello spazio “plastico” che le circonda, perdono gradualmente la loro consistenza, il loro volume tridimensionale per fondersi con lo spazio stesso», in G. Bianchi, Mario Deluigi alla Biennale di Venezia: 1948-1968 nel volume Percorsi tra le Biennali di Venezia ’48-‘68 (a cura di G. Granzotto), al PARCO di Pordenone, 27 marzo – 12 giugno 2011, pp. 163-164
[10] Per una lucida analisi di quest’opera nell’ambito delle riflessioni teoriche di Mario Deluigi, si rimanda a Giovanni Bianchi, ibidem, pp. 163-164
[11] Deluigi espone la prima volta alla Galleria del Naviglio nel 1947 (Carlo Cardazzo l’aveva aperta nel 1946).
[12] È il “Dasein” di M. Heidegger, l’Essere che noi stessi siamo.
[13] Presentato alla Biennale di Venezia nel 1952.
[14] In occasione della presentazione di queste opere, Delugi scrive: “[…] A me sembra infatti che l’unico legittimo fondamento per un’attuale interpretazione figurativa sia nella riscoperta del valore di spazio adimensionale, concepito come vuoto plastico, cioè modulazione di luce e ombra”, da un testo manoscritto, citato da G. Bianchi, op. cit. p. 166.
[15] Nel 1956 Giampiero Giani scrive alcune righe illuminanti: “[…] quella luce proviene dallo spirito del pittore e lo spirito del pittore si tramuta qui in un’atmosfera vibrante, in un etere luminoso, in un mondo che non trova corrispondenza nella visibilità fisica dell'uomo ma che è quello veramente vivente nella fantasia”, in Spazialismo, Milano, 1956, cit. in C. De Luigi Bianchi, op. cit. nota 12 p.91.
[16] Come l’avrebbe chiamato L. Wittgenstein.
[17] Toni Toniato, in Mario Deluigi 1901-1978, catalogo della mostra alla Galleria d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia, 25 maggio – 21 luglio 1991, Arnoldo Mondadori Arte, p.38.
Leonardo Conti
La luce e le forme razionali prendono parte alla lotta.
La luce dà moto alle forme, incurva ciò che è dritto,
rende ovale ciò che è parallelo,
inserisce cerchi negli spazi intermedi,
dà loro vita. Da ciò l’inesauribile varietà.
Paul Klee [1]
Credo che per avvicinare la personalissima declinazione spazialista della ricerca di Mario Deluigi non sia sufficiente soffermarsi sulle opere eminentemente “spazialiste”, cioè quelle che l’artista elabora negli anni della sua ufficiale adesione al movimento [2].
I dati anagrafici di Deluigi (1901-1978) l’hanno immerso, come gli artisti della sua generazione, in straordinarie sollecitazioni esistenziali e culturali che, forse mai come nel Novecento, si sono prodotte in una molteplicità di spiriti del tempo. Questa molteplicità si è incontrata con la profondissima complessità del pensiero del maestro veneziano, con la sua attitudine alla multidisciplinarietà culturale, in un continuo, meditato e serratissimo confronto e arricchimento con la fisica, la filosofia, la musica, la letteratura, e, ovviamente, con le esperienze rivoluzionarie dell’arte visiva.
Mi pare che in Deluigi l’esiziale tragicità del Novecento e il conseguente straordinario vitalismo, s’incideranno in una personalità alla ricerca di una dimensione principalmente etica della propria ricerca artistica. Seguendo, infatti, un percorso intellettuale dell’artista - considerando le sue annotazioni, le dichiarazioni e i testi mai disgiunti dalle forme che la sua pittura veniva elaborando -, è possibile calarsi a poco a poco in una meticolosa e talvolta folgorante strategia di costruzione di un proprio modo di percepire, di esprimere, di esistere. In pochi artisti come in Deluigi il fare coinciderà con il farsi, e penso a personalità della portata di Paul Klee e Rainer Maria Rilke: l’avventura delle forme e le personali cifre stilistiche renderanno visibile quella progressiva maturazione di un pensiero in cui artista e uomo coincidono.
In questo senso, con quella particolare attitudine a una sorta di espansionismo culturale, tipico di alcuni tra i maggiori artisti veneziani [3], – quasi un’eredità della tradizionale potenza della Serenissima -, Deluigi ha attivato, già dai suoi anni di formazione, un proficuo “commercio poetico” con i maggiori movimenti artistici nazionali e internazionali.
Nell’identificazione dei parametri formali che rimarranno persistenti nella sua ricerca, già alla fine degli anni Venti l’artista trova la luce e l’ombra, certamente nell’ambito di una fascinazione per il suo maestro Virgilio Guidi.
In un’opera come “Ritratto della moglie” (1930), le compensazioni chiastiche di luce e ombra, in quelle alternanze tipiche del giorno come in una passeggiata sotto un portico estivo, definiscono una forma plastica nel piegarsi della linea che si prolunga dal sopracciglio al naso al labbro, la cui origine figurativa sembra già apparire quasi come un pretesto. Si viene così affermando, fin d’ora, quella “modulazione di luce e ombra” che resterà una vera e propria costante “transpoetica” di Deluigi, sino allo spazialismo e alle estreme opere.
Con uno sguardo prospettico, è possibile scorgere come anche nella successiva “fase cubista” si producano rilevanti esercizi per il precisarsi di alcuni indirizzi fondanti. In un’opera come “La famiglia” (1937-1939), una meticolosa misura dei gradienti tonali traluce l’ossimoro di un’umbratile luminosità, che, a tempo debito, dissiperà i contorni che separano le persone e le cose in un dinamismo di forme plastiche [4]. È come se il soggetto ritratto già si stesse trasformando in un opaco specchio, la cui immagine riflessa è quel divenire imprendibile del pensiero, in cui si precisa la personalità dell’artista alla ricerca di una nitidezza e intelligibilità interiore.
Il periodo “fisiologico”, poi, mi pare che sia un ampio luogo intermedio per la messa a punto di una totale sparizione della riconoscibilità, nell’incurvarsi dello spazio mentre diviene esperienza plastica. Le compenetrazioni tra presenza e assenza, plasmate dall’aura tonale di Deluigi, ne fanno una “pittura scultorea” con non lievi assonanze alla pur diversissima ricerca di un Henry Moore. Si pensi a quelle opere dell’artista inglese in cui le riconducibilità all’idolo e all’umano si fanno più remote, in un quasi manifestarsi autonomo della potenza plastica [5]: parlo di quello strano, quasi alchemico, composto di “spazio-luce-gravità” sensibile soltanto alla tattilità. La pittura di Deluigi ha ora questa stessa intensità tattile, per quanto praticata dallo sguardo.
Talvolta è possibile riscontrare nei ritratti “fisiologici”, come nel “Ritratto fisiologico” (del 1944), una scomposizione energetica della figura quasi disgregata entropicamente: la forma-colore si trasforma in una specie di onda sonora, e si pensi al versante fisico dell’onda piuttosto che a quello d’ascolto. La ricerca di Deluigi è ora, in questo senso, pienamente conoscitiva, scientifica direi, ma nell’applicazione di paradigmi che fondono misurabilità e creatività. Ma c’è di più: in una costante ridefinizione del proprio orizzonte interiore e nell’ampliamento dei propri riferimenti culturali, proprio nella conquista di questo suo “spazio fisiologico” si manifesta la complementare forza trasfigurante di una fondamentale “percezione emotiva” [6], in cui, forse, Deluigi condensa gli esiti migliori di un ulteriore confronto, quello con gli spazi incurvati dell’espressionismo di Edvard Munch.
Mi pare così ben percepibile in questa ricerca del maestro veneziano la presenza simultanea, in una vera e propria tensione, di una salda razionalità e di una tenace propensione all’intuizione, declinata in emotività creativa. Forse non è azzardato affermare che le “due culture” [7] dell’artista, l’umanistica e la scientifica, paiono trovare, ante litteram, quella piena sinergia che soltanto alcune tra le più avanzate teorie contemporanee (come la Teoria delle stringhe) riescono a concepire.
Nell’ottica dei continui confronti creativi di Deluigi, mi pare che, per una lettura approfondita del periodo “fisiologico”, non sia di secondaria importanza anche una componente surrealista, che, nelle versioni successive di un’opera capitale come il “San Sebastiano” (tra il 1943 e il 1945-46), si manifesta soprattutto in direzione di Ives Tanguy. Deluigi distende le forme, quasi in un inventario di relazioni possibili pronte a realizzarsi in articolazioni formali imminenti, come in un “racconto” che viene raccontandosi [8].
Nella “Merlettaia” del 1946 l’artista ancora si presta alla costruzione figurale, ma già nello straordinario “Omaggio a Claudia” dello stesso anno, si assiste all’immergersi in una visibilità multidimensionale, eccedente qualsiasi metafora iconica. Più che di una tendenza all’astrazione, mi sembra che si verifichi un vero e proprio processo di fusione [9], in cui la temporalità ha un ruolo fondante nel passaggio da una percezione cronologica a un evento istantaneo: spazio e tempo di accadimento si fondono in immagini che risuonano d’inedite interiori luminosità. Ecco che l’indirizzo etico della ricerca di Deluigi, il tentativo di trovare il luogo visibile del proprio “principio direttivo”, già delinea un orizzonte di concretezza, fatto di spazio, luce e temporalità.
È poi solo apparentemente “strano”, che in un simile clima (nel 1949) si situi l’accettazione di una commissione per una pala d’altare, “Le Litanie della Vergine”, realizzata in una dichiarata rielaborazione del “Victory Boogie Woogie” di Piet Mondrian. Deluigi si confronta, ancora, con la polarità di ragione e spiritualità, e l’intima sua riflessione sull’esperienza astratta del Novecento, come “conquista o rarefazione della legge plastica”, traccia ancora di più l’inconfondibile indirizzo per gli sviluppi della ricerca, orientata alle possibili visibilità in cui ragione e intuizione si fondono separandosi [10]. Le stesse osservazioni sulla costruzione architettonica di quest’opera, di un’architettura intesa come ricerca di uno “spazio abitabile”, sottolineano la natura vitale delle ricerche dell’artista.
È proprio in quest’ultimo scorcio degli anni Quaranta, confortato anche dal confronto culturale con Lucio Fontana, conosciuto a Milano alla Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo [11], che Deluigi realizza per la prima volta una luce smaterializzante, talvolta definita “mistica”, il luogo ideale in cui trovare il contatto tra il percepibile e colui che percepisce: l’immagine in cui il pensiero, che nulla sarebbe senza la realtà, e la realtà stessa, che non esisterebbe senza pensiero, si manifestano fugacemente in un dinamismo coeso. Ancora una volta ritorna il verso straordinario di Rilke “per noi sentire è svanire”, ma in una sorta di necessario ribaltamento pittorico, come se Deluigi dipingesse un “per noi svanire è sentire”. Credo che sia questo l’incipit di tutta l’esperienza matura del maestro, l’esordio, all’alba degli anni Cinquanta, di una ricerca “spazialista” senza fine in cui, attraverso la luce e la nuova tecnica del grattage, Deluigi tenterà di raggiungere quell’ossimoro di “vuoto plastico” in cui l’esserci [12] diviene consapevole di sé nel suo “svanire”, nel suo divenire-Mondo.
A cavallo della metà del secolo, il percorso formale di Deluigi, indissolubilmente legato alle sue acquisizioni etiche e teoretiche, deve ancora attraversare il breve ma fondamentale ciclo degli “Amori” [13]. In queste opere, nell’alveo di una quasi trascendente misura luminosa, che mi pare di poter ricondurre sino a Piero della Francesca, Deluigi tenta una rifusione emozionata della grande dicotomia di res cogitans e res extensa. L’artista realizza questa fusione nel dinamismo di una continuità metamorfica delle forme, la cui sintassi è ancora in qualche modo surrealista (Arp); eppure si può dire che il maestro veneziano trovi il dinamismo interiore della metamorfosi, il luogo mediano in cui non c’è né forma di partenza né forma di destinazione. Si tratta della realizzazione di una pura potenza che si fa atto: credo che sia questa l’esperienza visibile di quell’amore che Deluigi invoca attraverso il corpo complesso e mutevole di luce, spazio, tempo, colore.
Il passaggio dalla scomposizione cubista alla continuità dello spazio-luce, avviene così, attraverso le modulazioni della curva plastica che subito ammorbidisce e risolve ogni spigolo e punta in continui scarti dinamici. Si potrebbe affermare che è in una “regressione” futurista del surrealismo, - si pensi in particolare a Boccioni e alle sue “Forme uniche nella continuità dello spazio” (1913) o al “Dinamismo di un corpo umano” (1913) -, che Deluigi riesce a dare visibilità pittorica alla pura potenza della metamorfosi, in cui lo spazio-tempo si trasfonde in luce-colore. Nell’ordine, poi, di una persistente musicalità, poi, mi pare di ritrovare il ritmo di opere come “Udnie” (1913) o “The Source” (1912) di Francis Picabia: ma negli “Amori” tutto è risolto all’interno di una fluidità generale, e ogni parametro è già fuso in un’unica dinamica metamorfica.
Credo che con questo ciclo degli “Amori” Deluigi abbia tentato di dare il maggior gradiente possibile di soggettività a una ricerca pittorica intesa come sistema visibile di creazione e accrescimento, in cui è in gioco la fondamentale dimensione etica dell’esistenza.
Quando, poi, a proposito di queste opere, l’artista scrive “Lo spazio, come l’amore, sollecitato dall’incidente emotivo dà forma concreta” (1949), davvero l’idea di “amore” di Deluigi pare sovrapporsi al bergsoniano “slancio vitale”, che trova nell’accidente il luogo di compenetrazione in cui si fa forma. La potenza dinamica in formazione degli “Amori” evoca quell’esercizio di sé così tipico di Henri Bergson, quando scriveva (nell’Evoluzione Creatrice del 1907), che “…esistere significa cambiare, cambiare significa maturarsi, maturarsi significa continuare a cambiare se stessi senza fine”.
C’è un potentissimo divenire negli “Amori” di Deluigi, tutto ciò che nella “durata” è in via di formazione.
La straordinaria intuizione che si sprigiona da queste opere, trova, tuttavia, in un nuovo cortocircuito creativo, proprio nella ratio dell’artista il proprio fondamento poietico: è, infatti, la potente, meticolosa e intellettuale intenzionalità di Deluigi a consentirgli quel rigorosissimo e magistrale controllo tonale e luministico, in grado di raccogliere un inedito dinamismo nella plasticità di uno spazio-tempo in formazione. È una sorta di fluidità associativa, come in un joyciano flusso di coscienza, che Deluigi riesce a creare: un continuum di tempo-forma-colore-luce in cui trasfonde in immagine panica la presenza fondante del suo esserci. All’inizio degli anni Cinquanta questo è ciò che cerca e che non smetterà di cercare.
Con un simile percorso di pittura vissuta, aperta su scenari imprevedibili, non stupisce che Deluigi sottoscriva ufficialmente gli indirizzi vitalistici del movimento spaziale di Lucio Fontana. E divengono forse anche più chiare le differenze tra la concezione di “spazio come dimensione” di Fontana e la concezione di “spazio come condizione” per Deluigi.
Terminato il breve ciclo degli “Amori” (nel 1952), Deluigi inizia a ricercare attraverso la nuova tecnica del grattage, con cui scalfisce, con l’uso di bulini, bisturi, lamette, la superficie del colore, nell’epifania di una cosmologia segnica. Nel gesto del grattare, dell’andare oltre la superficie, c’è un evidente riferimento ai tagli di Fontana, eppure il gesto di Deluigi, da subito, si fonda su una strategia pittorica. Se, infatti, quello di Fontana è un gesto eccedente, che sfonda la superficie inoltrandosi nello spazio come “dimensione” (creando, tra l’altro, l’opera come oggetto), quello di Deluigi è invece un gesto misurato, completamente pittorico, perché la pittura sempre lo prepara. Gli stati sovrapposti di gesso e colori sono il “profondo” che il segno-gesto ritrova in una meticolosa attività di sottrazione. Lo spazio di Deluigi è creato dalla sommatoria dei segni che, in alternanze di addensamenti e rarefazioni, modulano “la luce e l’ombra” nella declinazione di gradazioni di vuoti contigui. Nelle opere del ciclo “Motivi sui vuoti” esposte alla XXVII Biennale di Venezia, la potenza della nuova tecnica del grattage si impone persino sulle superfici scabrose e accidentate che l’artista aveva preparato. Il pulviscolo dei segni grattati, divenuti quasi fotoni, rischiara e annotta creandole le epifanie profonde dei vuoti. È l’idea di Deluigi di uno “spazio adimensionale” [14], il luogo di una smaterializzazione radicale in cui, da qui in avanti, cercherà l’origine della luce.
Osservando l’altissima ricerca dei grattage, che l’artista continuerà sino alla fine, credo che non sia difficile persuadersi di un’idea potentemente metaforica di “luce”, in un titanico tentativo di rendere visibile ciò che dell’interiorità è invisibile [15]. Cogliere l’ineffabile [16] è situarsi in quel luogo “adimensionale” o, forse, multidimensionale, in cui l’artista, solo, cerca, in nome di tutti, l’immagine in cui “svanire è sentire”.
C’era bisogno di un grande lavoro, di una sperimentazione instancabile del segno, affinché ognuno fosse giusto, e giusta fosse la luce, nella lotta con le forme e con le non-forme, con lo spazio e con il tempo, con la ragione e con l’intuizione, con la vita e con la morte, persino con i non nati (Klee). Da qui “l’inesauribile varietà” che punta dritto verso “un’immagine del pensiero nel suo farsi puro evento” [17].
Ecco che solo ora, forse, con gli occhi ormai arrossati su un’opera “cubista” come “La famiglia” e guardando certe opere del ciclo dei “Motivi sui vuoti”, sino alle smaterializzazioni radicali di alcuni ultimi rarefatti “grattage”, pare che non si tratti di altro che degli stessi soggetti, ma svaniti, in un’erosione a lungo complottata dal tempo, dalla luce, dall’ombra: nel lascito persistente di una sorta d’incurvatura del suo inedito spazio-luce, ecco apparire un’immagine dinamica, in cui, forse, Deluigi ha infine trovato il luogo visibile nel quale il pensiero dell’uomo si fonde con la realtà, nella nascita della scelta. Credo che, come Joyce, abbia detto “Sì”.
[1] Paul Klee, Diari 1898-1918, Il Saggiatore, Milano 1960, n. 834 p.238.
[2] Il fertile confronto con Lucio Fontana e gli artisti della galleria del Naviglio di Milano (le prime due personali nella galleria di Cardazzo sono nel 1947 e nel 1951) portano Deluigi ad aderire nel 1951 allo Spazialismo, firmando il Manifesto dell’arte spaziale; poi, l’anno successivo è tra i firmatari del Manifesto del movimento spaziale per la televisione e nel 1953 de Lo spazialismo e la pittura italiana del XX secolo.
[3] Ho già avuto occasione di rilevare una simile propensione nella ricerca di Giuseppe Santomaso.
[4] Mi pare che le stesse parole di Deluigi, in una lettera a Severini del 1937, indichino una profonda consapevolezza di una precisa direzione di ricerca: “[…] troppo ci ha mostrato l’indagine cubista e quindi la tua, per intraprendere altri strati sentimentali di spiritualizzazione dell’arte. Usiamo, adoperiamo, serviamoci di quello che con tanta fatica ci avete fornito in questo primo scorcio di secolo, e individuiamoci tutti con un unico mezzo, intenti ad un solo scopo: che l’arte è stata, è e sarà solo e solamente un fatto plastico e nient’altro”.
[5] In proposito ha ben scritto Giovanni Granzotto “…questa forma fisiologica […] che nello spazio si colloca come elemento stesso dello spazio, pulsante, creativo, dinamico” in Mario Deluigi, catalogo della mostra a Palazzo Flangini Biglia, Sacile, 1997; ripubblicato in Alle origini della pittura di Deluigi: il ritmo e lo spazio luce in Deluigi - Morandis catalogo della mostra allo Studio GR, De Bastiani Editore, Sacile, 20 dicembre 2014 - 28 febbraio 2015, p. 11.
[6] È Caterina De Luigi Bianchi che, a proposito dello “spazio fisiologico” parla giustamente di una “trasfigurazione della realtà secondo una percezione emotiva del soggetto”, nel saggio Mario Deluigi: lo spazio come “condizione” e come “vuoto plastico”, in catalogo della mostra Spazialismo. Arte astratta. Venezia 1950-1960, alla Basilica Palladiana, Vicenza 12 ottobre 1996 – 19 gennaio 1997, Il Cardo Editore, p. 88.
[7] Come le ha chiamate Charles Percy Snow nel famoso libro intitolato proprio “The two cultures and a second look” (1963).
[8] L’artista scrive: “…il San Sebastiano è un racconto plastico (in forme fisiologiche) e non il racconto illustrativo (in forme anatomiche) del passato rinascimentale” [Deluigi, Annotazioni del 1947, cit. in Caterina De Luigi Bianchi in Mario Deluigi: lo spazio come “condizione” e come “vuoto plastico”, in Spazialismo. Arte Astratta. Venezia 1950-1960, 1997, p.88.
[9] Come ha osservato Giovanni Bianchi: «…sul finire degli anni Quaranta le forme tipiche del periodo fisiologico, organiche e piene, che si librano “dinamicamente” nello spazio “plastico” che le circonda, perdono gradualmente la loro consistenza, il loro volume tridimensionale per fondersi con lo spazio stesso», in G. Bianchi, Mario Deluigi alla Biennale di Venezia: 1948-1968 nel volume Percorsi tra le Biennali di Venezia ’48-‘68 (a cura di G. Granzotto), al PARCO di Pordenone, 27 marzo – 12 giugno 2011, pp. 163-164
[10] Per una lucida analisi di quest’opera nell’ambito delle riflessioni teoriche di Mario Deluigi, si rimanda a Giovanni Bianchi, ibidem, pp. 163-164
[11] Deluigi espone la prima volta alla Galleria del Naviglio nel 1947 (Carlo Cardazzo l’aveva aperta nel 1946).
[12] È il “Dasein” di M. Heidegger, l’Essere che noi stessi siamo.
[13] Presentato alla Biennale di Venezia nel 1952.
[14] In occasione della presentazione di queste opere, Delugi scrive: “[…] A me sembra infatti che l’unico legittimo fondamento per un’attuale interpretazione figurativa sia nella riscoperta del valore di spazio adimensionale, concepito come vuoto plastico, cioè modulazione di luce e ombra”, da un testo manoscritto, citato da G. Bianchi, op. cit. p. 166.
[15] Nel 1956 Giampiero Giani scrive alcune righe illuminanti: “[…] quella luce proviene dallo spirito del pittore e lo spirito del pittore si tramuta qui in un’atmosfera vibrante, in un etere luminoso, in un mondo che non trova corrispondenza nella visibilità fisica dell'uomo ma che è quello veramente vivente nella fantasia”, in Spazialismo, Milano, 1956, cit. in C. De Luigi Bianchi, op. cit. nota 12 p.91.
[16] Come l’avrebbe chiamato L. Wittgenstein.
[17] Toni Toniato, in Mario Deluigi 1901-1978, catalogo della mostra alla Galleria d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia, 25 maggio – 21 luglio 1991, Arnoldo Mondadori Arte, p.38.
[1] Paul Klee, Diari 1898-1918, Il Saggiatore, Milano 1960, n. 834 p.238.
[1] Il fertile confronto con Lucio Fontana e gli artisti della galleria del Naviglio di Milano (le prime due personali nella galleria di Cardazzo sono nel 1947 e nel 1951) portano Deluigi ad aderire nel 1951 allo Spazialismo, firmando il Manifesto dell’arte spaziale; poi, l’anno successivo è tra i firmatari del Manifesto del movimento spaziale per la televisione e nel 1953 de Lo spazialismo e la pittura italiana del XX secolo.
[1] Ho già avuto occasione di rilevare una simile propensione nella ricerca di Giuseppe Santomaso.
[1] Mi pare che le stesse parole di Deluigi, in una lettera a Severini del 1937, indichino una profonda consapevolezza di una precisa direzione di ricerca: “[…] troppo ci ha mostrato l’indagine cubista e quindi la tua, per intraprendere altri strati sentimentali di spiritualizzazione dell’arte. Usiamo, adoperiamo, serviamoci di quello che con tanta fatica ci avete fornito in questo primo scorcio di secolo, e individuiamoci tutti con un unico mezzo, intenti ad un solo scopo: che l’arte è stata, è e sarà solo e solamente un fatto plastico e nient’altro”.
[1] In proposito ha ben scritto Giovanni Granzotto “…questa forma fisiologica […] che nello spazio si colloca come elemento stesso dello spazio, pulsante, creativo, dinamico” in Mario Deluigi, catalogo della mostra a Palazzo Flangini Biglia, Sacile, 1997; ripubblicato in Alle origini della pittura di Deluigi: il ritmo e lo spazio luce in Deluigi - Morandis catalogo della mostra allo Studio GR, De Bastiani Editore, Sacile, 20 dicembre 2014 - 28 febbraio 2015, p. 11.
[1] È Caterina De Luigi Bianchi che, a proposito dello “spazio fisiologico” parla giustamente di una “trasfigurazione della realtà secondo una percezione emotiva del soggetto”, nel saggio Mario Deluigi: lo spazio come “condizione” e come “vuoto plastico”, in catalogo della mostra Spazialismo. Arte astratta. Venezia 1950-1960, alla Basilica Palladiana, Vicenza 12 ottobre 1996 – 19 gennaio 1997, Il Cardo Editore, p. 88.
[1] Come le ha chiamate Charles Percy Snow nel famoso libro intitolato proprio “The two cultures and a second look” (1963).
[1] L’artista scrive: “…il San Sebastiano è un racconto plastico (in forme fisiologiche) e non il racconto illustrativo (in forme anatomiche) del passato rinascimentale” [Deluigi, Annotazioni del 1947, cit. in Caterina De Luigi Bianchi in Mario Deluigi: lo spazio come “condizione” e come “vuoto plastico”, in Spazialismo. Arte Astratta. Venezia 1950-1960, 1997, p.88.
[1] Come ha osservato Giovanni Bianchi: «…sul finire degli anni Quaranta le forme tipiche del periodo fisiologico, organiche e piene, che si librano “dinamicamente” nello spazio “plastico” che le circonda, perdono gradualmente la loro consistenza, il loro volume tridimensionale per fondersi con lo spazio stesso», in G. Bianchi, Mario Deluigi alla Biennale di Venezia: 1948-1968 nel volume Percorsi tra le Biennali di Venezia ’48-‘68 (a cura di G. Granzotto), al PARCO di Pordenone, 27 marzo – 12 giugno 2011, pp. 163-164
[1] Per una lucida analisi di quest’opera nell’ambito delle riflessioni teoriche di Mario Deluigi, si rimanda a Giovanni Bianchi, ibidem, pp. 163-164
[1] Deluigi espone la prima volta alla Galleria del Naviglio nel 1947 (Carlo Cardazzo l’aveva aperta nel 1946).
[1] È il “Dasein” di M. Heidegger, l’Essere che noi stessi siamo.
[1] Presentato alla Biennale di Venezia nel 1952.
[1] In occasione della presentazione di queste opere, Delugi scrive: “[…] A me sembra infatti che l’unico legittimo fondamento per un’attuale interpretazione figurativa sia nella riscoperta del valore di spazio adimensionale, concepito come vuoto plastico, cioè modulazione di luce e ombra”, da un testo manoscritto, citato da G. Bianchi, op. cit. p. 166.
[1] Nel 1956 Giampiero Giani scrive alcune righe illuminanti: “[…] quella luce proviene dallo spirito del pittore e lo spirito del pittore si tramuta qui in un’atmosfera vibrante, in un etere luminoso, in un mondo che non trova corrispondenza nella visibilità fisica dell'uomo ma che è quello veramente vivente nella fantasia”, in Spazialismo, Milano, 1956, cit. in C. De Luigi Bianchi, op. cit. nota 12 p.91.
[1] Come l’avrebbe chiamato L. Wittgenstein.
[1] Toni Toniato, in Mario Deluigi 1901-1978, catalogo della mostra alla Galleria d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia, 25 maggio – 21 luglio 1991, Arnoldo Mondadori Arte, p.38.
[1] Il fertile confronto con Lucio Fontana e gli artisti della galleria del Naviglio di Milano (le prime due personali nella galleria di Cardazzo sono nel 1947 e nel 1951) portano Deluigi ad aderire nel 1951 allo Spazialismo, firmando il Manifesto dell’arte spaziale; poi, l’anno successivo è tra i firmatari del Manifesto del movimento spaziale per la televisione e nel 1953 de Lo spazialismo e la pittura italiana del XX secolo.
[1] Ho già avuto occasione di rilevare una simile propensione nella ricerca di Giuseppe Santomaso.
[1] Mi pare che le stesse parole di Deluigi, in una lettera a Severini del 1937, indichino una profonda consapevolezza di una precisa direzione di ricerca: “[…] troppo ci ha mostrato l’indagine cubista e quindi la tua, per intraprendere altri strati sentimentali di spiritualizzazione dell’arte. Usiamo, adoperiamo, serviamoci di quello che con tanta fatica ci avete fornito in questo primo scorcio di secolo, e individuiamoci tutti con un unico mezzo, intenti ad un solo scopo: che l’arte è stata, è e sarà solo e solamente un fatto plastico e nient’altro”.
[1] In proposito ha ben scritto Giovanni Granzotto “…questa forma fisiologica […] che nello spazio si colloca come elemento stesso dello spazio, pulsante, creativo, dinamico” in Mario Deluigi, catalogo della mostra a Palazzo Flangini Biglia, Sacile, 1997; ripubblicato in Alle origini della pittura di Deluigi: il ritmo e lo spazio luce in Deluigi - Morandis catalogo della mostra allo Studio GR, De Bastiani Editore, Sacile, 20 dicembre 2014 - 28 febbraio 2015, p. 11.
[1] È Caterina De Luigi Bianchi che, a proposito dello “spazio fisiologico” parla giustamente di una “trasfigurazione della realtà secondo una percezione emotiva del soggetto”, nel saggio Mario Deluigi: lo spazio come “condizione” e come “vuoto plastico”, in catalogo della mostra Spazialismo. Arte astratta. Venezia 1950-1960, alla Basilica Palladiana, Vicenza 12 ottobre 1996 – 19 gennaio 1997, Il Cardo Editore, p. 88.
[1] Come le ha chiamate Charles Percy Snow nel famoso libro intitolato proprio “The two cultures and a second look” (1963).
[1] L’artista scrive: “…il San Sebastiano è un racconto plastico (in forme fisiologiche) e non il racconto illustrativo (in forme anatomiche) del passato rinascimentale” [Deluigi, Annotazioni del 1947, cit. in Caterina De Luigi Bianchi in Mario Deluigi: lo spazio come “condizione” e come “vuoto plastico”, in Spazialismo. Arte Astratta. Venezia 1950-1960, 1997, p.88.
[1] Come ha osservato Giovanni Bianchi: «…sul finire degli anni Quaranta le forme tipiche del periodo fisiologico, organiche e piene, che si librano “dinamicamente” nello spazio “plastico” che le circonda, perdono gradualmente la loro consistenza, il loro volume tridimensionale per fondersi con lo spazio stesso», in G. Bianchi, Mario Deluigi alla Biennale di Venezia: 1948-1968 nel volume Percorsi tra le Biennali di Venezia ’48-‘68 (a cura di G. Granzotto), al PARCO di Pordenone, 27 marzo – 12 giugno 2011, pp. 163-164
[1] Per una lucida analisi di quest’opera nell’ambito delle riflessioni teoriche di Mario Deluigi, si rimanda a Giovanni Bianchi, ibidem, pp. 163-164
[1] Deluigi espone la prima volta alla Galleria del Naviglio nel 1947 (Carlo Cardazzo l’aveva aperta nel 1946).
[1] È il “Dasein” di M. Heidegger, l’Essere che noi stessi siamo.
[1] Presentato alla Biennale di Venezia nel 1952.
[1] In occasione della presentazione di queste opere, Delugi scrive: “[…] A me sembra infatti che l’unico legittimo fondamento per un’attuale interpretazione figurativa sia nella riscoperta del valore di spazio adimensionale, concepito come vuoto plastico, cioè modulazione di luce e ombra”, da un testo manoscritto, citato da G. Bianchi, op. cit. p. 166.
[1] Nel 1956 Giampiero Giani scrive alcune righe illuminanti: “[…] quella luce proviene dallo spirito del pittore e lo spirito del pittore si tramuta qui in un’atmosfera vibrante, in un etere luminoso, in un mondo che non trova corrispondenza nella visibilità fisica dell'uomo ma che è quello veramente vivente nella fantasia”, in Spazialismo, Milano, 1956, cit. in C. De Luigi Bianchi, op. cit. nota 12 p.91.
[1] Come l’avrebbe chiamato L. Wittgenstein.
[1] Toni Toniato, in Mario Deluigi 1901-1978, catalogo della mostra alla Galleria d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia, 25 maggio – 21 luglio 1991, Arnoldo Mondadori Arte, p.38.

Sorvolo sulle Erosioni
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra Paolo Conti| 80 L'erosione del tempo a cura di Sara Bastianini e Leonardo Conti, testi di Vittoria Coen, Giovanni Granzotto, Sara Bastianini e Leonardo Conti
In collaborazione con l'Archivio Conti
PoliArt Edizioni 2018

La pittura contraddice se stessa
Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra omonima dedicata a Ennio Finzi a cura di M. Beraldo e Leonardo Conti
PoliArt Edizioni 2018

La pittura "unita" di Agostino Bonalumi
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo Alberto Biasi - Agostino Bonalumi. Avanguardia senza fine 1959-2013
a cura di Leonardo Conti
PoliArt Edizioni 2018

Le terre di confine di Mara Fabbro
Leonardo Conti
Introduzioni al calalogo I progetti della Natura. Marcello De Angelis e Mara Fabbro a cura di G. Granzotto e L.Conti al Museo Archeologico Nazionale di Mantova, testi di G. Granzotto, L. Conti, S. Bastianini, M. Minuz
Il Cigno Edizioni Roma 2018

GALV 1969-1973
a cura di Leonardo Conti
Testi in Catalogo di Valerio Dehò, Giovanni Granzotto, Sara Bastianini, Giampaolo Paci, Renato Barilli, Leonardo Conti
Vanilla Edizioni 2017

Alberto Biasi. Lo spazio e il tempo del divenire
Leonardo Conti
Introduzione alla sezione dedicata a Alberto Biasi in
Biasi | Campesan | Munari e altri amici di Verifica 8+1
alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia
in occasione della 57. Biennale di Venezia 28 luglio | 8 ottobre 2017
a cura di G. Granzotto, con testi di D. Marangon, L. Conti, G. Granzotto, M. Minuz.
De Bastiani Editore, Vittorio Veneto 2017

Leonardo Conti
Introduzione al catalogo a cura di L. Conti
Santomaso. L'astrazione emozionante. L'ultimo grande periodo 1980-1990, con testi di Leonardo Conti e Matteo Galbiati.
PoliArt Edizioni 2017

Leonardo Conti
Introduzione al libro d'artista Windows dedicato a Sandi Renko
a cura di Leonardo Conti
PoliArt Edizioni Milano 2017

Leonardo Conti
testo in catalogo a cura di L. Conti della mostra
Fausto De Nisco. Inutile bellezza 1985-2016
a Palazzo dei Principi di Correggio, testi di L. Conti, F. Baboni, S. Taddei, A. Lazzaretti.
Palazzo dei Principi 2016

Quantità Martini
Leonardo Conti
Introduzione al libro d'artista della mostra dedicata a
Sandro Martini
a cura di Leonardo Conti
PoliArt Edizioni 2016
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Quantità Martini
Leonardo ContiCiò che non cessa di emergere nelle opere di Sandro Martini, è la propensione all’attraversamento dimensionale, dalla pittura, all’oggetto, sino alla spazialità delle installazioni. La sua ricerca, da sempre, segue almeno due piste: quella delle intensità, in grado di spingere l’opera a trascendere dinamicamente i propri limiti e quella delle identità intese come parti, o “quantità”, di qualcosa cui appartenere.

Per questo la poetica di Martini può collocarsi in quel filone volto, per slancio vitale, al superamento della superficie, intesa come luogo apparentemente insuperabile.
Ma qui ha senso, ancora, parlare di quadri?
A ogni battito di palpebre un altro brano di spazio, un altro, e un altro ancora, dentro un’indefinita installazione…
Ogni volta che cerchi un pensiero visibile di Martini, ogni volta che lo trovi, lui è già altrove, forse poco più in là, forse a distanze siderali, tuttavia qualcosa lo lega ancora al qui e ora, dove tutto s’intesse nel tutto (Goethe).
Ma questi quadri?
Già le linee di fuga, rintracciabili in quelli degli anni Settanta e Ottanta, cui si allacciano accensioni cromatiche di straordinaria intensità, rappresentavano quello slancio (libertario?), proteso oltre i bordi e destinato a oltrepassarli.
Le opere di Martini sono sconfinamenti.
Non cessano di deterritorializzarsi (Guattari), perché, in fondo, non sono finite e sono senza bordi, anche quando tele spesse foderano i veli (di Iside?) e anche quando il duro legno dei telai li inchioda sul Golgota della quadratura.
Un tempo c’erano stringhe, lacci di stoffa colorata, che fuoriuscivano, violando ogni quadratura. Indicavano la direzione in cui l’opera si articolava con l’altro da sé, trasformando la quieta assenza che solitamente la circonda, in un potente campo relazionale. Nelle opere più recenti, poi, nelle tele “cucite”, quel campo non è più solo fuori, è entrato come un vortice gravitazionale, e attrae frammenti del fuori che cade, mescolando immagine e realtà e tempo, segno e filo che traccia e che cuce cicatrici di spietata gioia dionisiaca.
Così i quadri di Martini non sono diversi dalle sue installazioni, sono luoghi d’equilibrio provvisorio, porzioni di visibilità in costante connessione con il fuori. Eppure l’artista sa che ogni visibile ha i suoi approdi, i suoi accasamenti, le sue riterritorializzazioni: per questo, incessantemente, edifica un visibile che si sostenga da sé, per quanto effimero, temporaneo e sfuggente, per quanto appoggiato su caducità. E cercando intorno non ci sono altro che caducità, tempo che si dilegua, forme mute di cose che non cessano di perdere il nome.
Risuonano memorabili alcuni versi di Borges “…Quante cose… sapran mai che ce ne siamo andati”.
Allora Martini raccoglie, accatasta, accumula e ordina sterminati archivi dell’oblio, perché sa che quando anche la chiacchiera che li nasconde tacerà (Heidegger), da lì bisognerà cominciare a costruire. E non usando stilemi o modalità note, ma facendo in modo che le cose stesse e i grandi giacimenti di tempo che portano, divengano opere innalzandosi, come da sé, per la prima volta, di nuovo.
Ecco che Martini non è più un artista, diviene un “demiurgo” perché attinge alle cose e al tempo, definisce le condizioni e le regole di funzionamento di un inedito processo creativo, innesca una vera e propria filogenesi, lungo la quale alle cose seguono le opere e alle opere ancora opere di opere e opere, quantità finite e indefinite insieme. Per questo, più che mai, sarà necessario inoltrarsi in questi territori con grande cautela, sapendo che ognuna di queste quantità non “allude a”, rendendosi mediatrice verso qualcosa d’altro (le grandi opere d’arte non lo fanno mai), ma presenta sempre se stessa, è un’auto-presentazione, per quanto provvisoria e fugace, quasi fulcro di un’indecisione singolare.
Qui le opere sono in bilico, oscillano tra l’oblio e l’esistenza, e i tensori, cui sempre si allacciano, vanno dall’essere al non essere, ne attraversano sempre le soglie. Martini stesso vive immerso nel processo, correndo tutti i rischi, perché anche lui sempre deve essere là dove le cose si raccolgono, i brandelli si accumulano, le forme e i segni si accavallano e poi si tengono, si torcono, si piegano e i vetri si graffiano, s’innalzano, pendono, si librano sempre in bilico, stabili e instabili nell’esserci e nel perdersi.
I suoi disequilibri, piccoli o monumentali, fatti di vetri e cose e tempo sono lontani dagli ibridi disequilibri di Mark di Suvero e lontanissimi dalle instabili forme primarie di Joel Shapiro, così com’è lontana l’apollinea e frugale maestà di Burri e il rumoreggiare ancora di lupanare degl’impasti di Rauschemberg e, poi, ancora, il respiro, ampio, di Rothko.
C’è qualcosa di potentemente eracliteo nelle opere di Martini: s’innestano nel divenire, lo raggiungono e scorrono con lui. Le sue installazioni sono monumenti che scorrono, perché sono la manifestazione integrale di un pensiero spazializzante, in cui ogni parametro (tele dipinte, vetri, segni-cavi) entra come parte di un processo compositivo ambientale e aperto.
Ci sono una leggerezza e una libertà radicali nelle opere di Martini. Forse, attraverso i suoi “buchi” architettonici, Gordon Matta-Clark sognava un’installazione di Martini. È proprio da qui, da dentro un’installazione, che si comprende come lo slancio vitale delle sue tele non nasca soltanto da una tensione energetica interna, poiché ogni opera proviene sempre da altrove, da una processualità spazializzata di cui l’opera è soltanto una parte. E anche una mostra funziona nello stesso modo, anche questa mostra, in cui ogni opera, inopinatamente, si lega all’altra, mostrando il ritmo del tempo e il vasto spazio dinamico del quale anche noi facciamo parte. Ecco, di nuovo la Quantità, questa nostra quantità, nome della moltitudine che si ferma e che subito si perde.
Ma qualcosa resterà, perché una vela gonfia è anche un frammento di vento e ci sono forse persino sartie di vascelli e galeoni nell’inconscio di un’installazione di Martini. E c’è il vento: Martini è come Eolo, dio dei venti.
Qualcosa resterà: queste ultime tele, fatte di una progressiva rarefazione cromatica e gestuale, fatte di campi aperti, quasi di luce tiepolesca, in cui s’accentua l’intensità dinamica e la tenuta spaziale, come in un passaggio, rapidissimo, quanto decisivo del pensiero, di Martini.
Qualcosa resterà: queste sculture fatte di cose e di tempo, di frammenti svariati di carte e brandelli di biglietti (Schwitters), mozziconi di parole perduti, balbettii, annodati e sciolti, finalmente, in cui s’innalzano sublimi cattedrali di vetro in bilico sull’infinito, sulla Quantità Martini.

Da Argo a Imago Urbis
Leonardo Conti
Introduzione al libro d'artista dedicato Giorgio Leoni nella I Edizione di GENIUS LOCI
PoliArt Edizioni 2016

Leonardo Conti
Introduzione al libro d'artista The way of happiness dedicato a Fernando Picenni con testi di Domenico D'Oora, M. Mutinelli, Sara Bastianini, L. Conti
Edizioni PoliArt Contemporary 2015

Leonardo Conti
Introduzione al libro d'artista della mostra dedicata a
Ivano Fabbri
a cura di Leonardo Conti
PoliArt Edizioni 2015

Arcangelo. Irpini
Leonardo Conti
Introduzione al libro d'artista a cura di S. Bastianini dedicato a Arcangelo
PoliArt Edizioni 2015

Leonardo Conti
Introduzione al libro d'artista della mostra dedicata a
Jorrit Tornquist
a cura di Leonardo Conti e Giovanni Granzotto
PoliArt Edizioni 2015

L'infinita modificazione dell'identico
Leonardo Conti
Introduzione al libro d'artista della mostra
dedicata a Matteo Gironi
a cura di Leonardo Conti
PoliArt Edizioni 2015

Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra
Giovanni Lombardini. Gli iniziali. Palazzo Ducale di Urbino a cura di B. Ceci
Pazzini Editore 2014
continua...
Giovanni Lombardini: il viaggio e la meta
di Leonardo Conti
Lombardini è un grande viaggiatore, per quanto una simile affermazione potrebbe apparire paradossale, poiché, nella realtà, l’artista non si è quasi mai mosso dalle verdi colline della Romagna, figlio del lungo sguardo in cui gli incomparabili cielo e mare si fondono.
I suoi sterminati viaggi sono avvenuti e avvengono tutti nell’arte e, da sempre, la sua meta è stata il luogo invalicabile in cui gli altri due incomparabili di realtà e arte s’incontrano: le opere. Hic sunt leones.
di Leonardo Conti
Lombardini è un grande viaggiatore, per quanto una simile affermazione potrebbe apparire paradossale, poiché, nella realtà, l’artista non si è quasi mai mosso dalle verdi colline della Romagna, figlio del lungo sguardo in cui gli incomparabili cielo e mare si fondono.
I suoi sterminati viaggi sono avvenuti e avvengono tutti nell’arte e, da sempre, la sua meta è stata il luogo invalicabile in cui gli altri due incomparabili di realtà e arte s’incontrano: le opere. Hic sunt leones.
Per traguardare la fine di un mondo e l’inizio di un altro bisogna avere il coraggio dell’Ulisse di Dante ed essere pronti persino ad affrontare l’ultimo gorgo. Quasi in una quiete prima della tempesta, le opere di Lombardini si distendono sterminate e interminabili, come orizzonti verticali attraverso il nostro sguardo. Laddove la superficie si sprofonda, scavano nell’aria un vuoto di noi, già nel dominio degli specchi, in cui arte e realtà si fondono, finché l’ultima luce non si perda nello spazio e nel colore, spenti dalla sera. Spingersi sino all’ultima superficie: questo è l’instancabile viaggiare di Giovanni Lombardini.
I cicli esposti in questa mostra raccontano un viaggio incominciato molti anni fa e divenuto una linea di colore luminoso, una soglia diafana in cui partenza e ritorno coincidono. Così luce e colore si integrano allo spazio, in uno dei luoghi di attraversamento radicale dell’arte, la superficie profonda, la profondità superficiale.
Nelle “Rime”, quasi visibili klangfarbenmelodie (Melodie di Timbri) di schoenberghiana memoria, il colore rutilante sgorga dalla verticale mediana del quadro, per conquistare dipanandosi l’opera intera ed esondare oltre i bordi laterali, fino quasi ad acquietarsi sulla parete. Tuttavia, questa forza cromatica, resa lucida dal trattamento in acrilico trasparente, mostra il segreto della realtà circostante e, quasi regnanti di fronte allo sguardo di Velasquez, la caducità del nostro esserci, riflesso tra le righe. È questa l’ambiguità di ciò che si riempie svuotandosi, il viaggio in cui partenza e ritorno coincidono, a mezza via tra la potenza cromatica che invade lo spazio e il potere riflettente che accoglie quello stesso spazio.
Negli “Inventari”, poi, questa propensione a entrare in contatto con l’ambiente è ancora più esplicito, poiché le campiture geometriche, già di un colore vibrante, come di superficie marina in bonaccia, sembrano inventariare ed ordinare i simulacri dei riflessi. Le “Scie” somigliano a squarci luminosi, in cui anche il buio si svela; le “Pietre Preziose” sono ponti di colore, affacciati sull’abisso del nostro stesso riguardare; “Pas des deux”, schegge di notti danzanti sul meriggio; mentre “Più luce” dardeggiano la notte, comete che ritorneranno, quando anche noi saremo già spenti: qui sorge la meta di Giovanni Lombardini, un luogo da cui ripartire e a cui fare ritorno.

Leonardo Conti
introduzione al catalogo della mostra
Marcello De Angelis | uno e molteplice
a cura di L. Conti
PoliArt Edizioni 2014

I Self-Portrait di Matteo Attruia
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra personale di
Matteo Attruia a MIA FAIR Milano
MiaFair Milano 2013
leggi il testo...
I Self-portrait di Matteo Attruia
di Leonardo Conti
Sulla superficie appena increspata di luce, affiora un volto. Avanzo ancora un po’. Attendo che si acquieti del tutto. Per soffermarmi in quello sguardo.
Ecco, ora ci guardiamo per la prima volta. E ci riconosciamo. Ogni opera d’arte ci accoglie mentre si mostra. Proprio lì non abbiamo smesso di trovare qualcosa di noi.
Quando Matteo Attruia approda in una fotografia nota, sa che quello è il luogo in cui il caleidoscopio imprendibile della contemporaneità si manifesta.
di Leonardo Conti
Sulla superficie appena increspata di luce, affiora un volto. Avanzo ancora un po’. Attendo che si acquieti del tutto. Per soffermarmi in quello sguardo.
Ecco, ora ci guardiamo per la prima volta. E ci riconosciamo. Ogni opera d’arte ci accoglie mentre si mostra. Proprio lì non abbiamo smesso di trovare qualcosa di noi.
Quando Matteo Attruia approda in una fotografia nota, sa che quello è il luogo in cui il caleidoscopio imprendibile della contemporaneità si manifesta.
Un’immagine famosa è un collettore per flussi di sogni, emozioni, desideri, emulazioni. 
Forse un’immagine famosa non è neanche solo un’immagine, è l’approssimazione di uno specchio che segretamente registra e sovrappone tutte quelle bocche, nasi, zigomi e occhi che incessantemente gli si parano davanti.

Anche i volti di Barak Obama, Charlie Chaplin, Alfred Hitchcock, Frank Zappa, Angela Merkel,
Peter Falk, i Beatles e Madre Teresa, vivono di queste molteplicità: lì prendono forma gli indefiniti “io” che li circondano, anche loro immersi nel divenire del presente, fino a quando l’oblio non ne avrà cancellato ogni riflesso, per consegnarli alla fragilità della storia o al nulla.
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Riconoscere in quest’Obama e negli altri, gli occhi e il naso del camaleontico Matteo Attruia, è mettere a fuoco un momento esatto di quella molteplicità, forse l’ultimo.
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Quegli occhi e quel naso, che rendono “strani” volti famosi, non sono i connotati abusivi di Attruia, sono una pausa nel divenire: indicano la presenza dell’arte, per mostrarci il luogo e il tempo in cui anche noi stiamo accadendo. Entriamo nell’opera perché l’artista ha avuto la forza di entrarci prima di noi, per indicarci la via.
Uscendo dal nostro passare,
ci accostiamo alla possibilità di restare dell’opera: essa aspira all’eterno, aperta sul futuro attraverso la catena di sguardi a venire, di cui anche noi ora siamo parte. La nostra caducità può raggiungere così la corsa del tempo e, almeno per un istante, condividere la natura dell’eterno.
Del resto, spesso l’arte è venuta in soccorso al passare effimero degli uomini: Federigo di Montefeltro, nel profilo della sua armatura inginocchiata, corre ancora col divenire, ai piedi della “Madonna dell’uovo”, capolavoro di Piero della Francesca.
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Il gesto dell’arte talvolta può apparire irriverente, tuttavia il suo valore si misura su una scala temporale molto vasta. I secoli spesso hanno obliato i volti più noti: in quanti ricordano le sembianze di Calvin Coolidge, presidente USA dal 1923 al 1929? In quanti conoscerebbero il volto di Innocenzo X senza le opere di Velasquez e Bernini?
Forse un giorno questa immagine di Barak Obama sarà ricordata come “un Attruia”, in cui gli storici riconosceranno gli occhi e il naso dell’artista, mimetizzati nel viso del primo presidente nero degli Stati Uniti.
Forse un giorno questa immagine di Barak Obama sarà ricordata come “un Attruia”, in cui gli storici riconosceranno gli occhi e il naso dell’artista, mimetizzati nel viso del primo presidente nero degli Stati Uniti.

E non è un caso che per chiudere questo ciclo dei Self-portrait, Matteo Attruia sia andato sulla Luna, per fotografare Buzz Aldrin, irriconoscibile dietro lo specchio della sua visiera su cui si riflette l’artista che lo fotografa.

Renko in bilico
Leonardo Conti
Introduzione al volume Sandi Renko
a cura di Leonardo Conti
Alberto Perdisa Editore 2013
leggi il testo...
Renko in bilico
di Leonardo Conti
La ricerca di Sandi Renko si può certamente inserire in una strana categoria: l’utilità della visione.
Contrariamente a ciò che qualcuno avrebbe potuto aspettarsi (chi poi?), Renko non ha abdicato all’arte, a fronte di una folgorante carriera nel design. Ha mantenuto una distanza interiore, tra la pura ricerca e la funzionalità estetica, ponendosi in una dimensione contraddittoria, vivendo su un limite oscillante di se stesso. Credo che sia proprio questa la chiave per comprendere le particolari caratteristiche del lavoro di Renko, non completamente imbrigliabile nel vasto panorama del cinetismo internazionale: anche la declinazione tutta italiana di Arte Programmata, spesso invocata a proposito, può essere considerata come una componente, non certo esclusiva. Confluiscono, infatti, in modo altrettanto decisivo, una fortissima sensibilità gestaltica, l’essenzialità del minimalista e un riduzionismo rigoroso, incentrato sullo strumento privilegiato del designer: il pennarello acrilico, usato per realizzare schizzi e progetti. Ecco dunque emergere una ricerca che potremmo definire sincretica e che fa di Renko un artista borderline. La compresenza dell’artista e del designer, che in altri casi ha causato una rottura e una scelta e quindi una rinuncia, nel caso dell’artista padovano ha prodotto una sorta di cortocircuito creativo, in cui le opere e l’autore si specchiano e si scambiano. Del resto, così spesso l’arte diviene indiscernibile rispetto al modo di vivere.
Contrariamente a uno sdoppiamento inconciliabile, alla dott. Jekyll e Mister Hide, per intenderci, le due dimensioni di artista e designer si fondono in Renko in un’unica dimensione creativa pienamente svelata, come si vedrà, nelle caratteristiche dei suoi quadri. Le opere, infatti, sono una sorta di laboratorio interiore, in grado di innescare molteplici processi di applicazione, che ne rappresentano le possibilità vitali.
Il design, nel caso di Renko, è l’anello che lega l’arte a una funzione sociale utile, innescando quel circolo virtuoso di ritorno e di ricaduta, con cui la vita alimenta incessantemente la creatività. Del resto, come diceva Elias Canetti, “lo scrittore ha sempre una responsabilità civile” (e intendeva certamente gli artisti tout court). Cercando di usare il pensiero di Canetti, aggirandolo un po’, potremmo aggiungere che tutti dovrebbero fare opere d’arte, per legarle a un’applicazione vitale e a una responsabilità civile. Tra le prime applicazioni artistiche, mai venute meno, vi è certamente l’imparare a vedere e non soltanto per se stessi, ma per tutti, nella creazione di una sorta di “occhio collettivo”. L’arte ha sempre avuto questa funzione di vitale svelamento, anche se troppe volte postuma, rispetto alle epoche in cui è stata elaborata.
In Sandi Renko, così come in altri casi eccellenti, come Enzo Mari e Bruno Munari, il passaggio tra elaborazione artistica e applicazione utilitaristica ha finito per sovrapporsi e mescolarsi, producendo quella doppia funzione nella quale artista e designer sono divenuti indiscernibili. Non è certo un fenomeno nuovo questo tipo d’interdisciplinarietà, si pensi, ad esempio al Futurismo o al Bauhaus di ormai un secolo fa, eppure questa condizione, nella nostra attualità, è inspiegabilmente divenuta quasi inaccettabile. La tendenza a una sempre maggiore specializzazione in ambito tecnico e scientifico, ha progressivamente creato anche in campo “umanistico” (quasi in un complesso d’inferiorità), un discreto clima di sospetto verso coloro che si muovono su più piani: stridono un po’ un artista-architetto, un musicista-pittore, ecc. Al contrario, è ben più comprensibile uno scienziato-romanziere e si pensi, poi, all’utilità della cultura umanistica in campi del sapere come l’astrofisica o la fisica delle particelle, quando inventano metafore per assegnare nomi ai fenomeni nuovi nei quali s’imbattono: un caso è la stupenda catacresi di “orizzonte degli eventi”, per indicare la zona circolare intorno a quel misterioso corpo celeste che è il buco nero.
Un discorso a parte, invece, andrebbe fatto per altre commistioni, come certi politici e giornalisti, che usano la loro notorietà per vendere libri non di politica e non d’informazione. Ma, appunto, questo è un altro discorso.
Fatte queste premesse, spero non ci saranno più dubbi quando si cercherà la categoria più appropriata per Sandi Renko: artista o designer? Artista e designer, laddove le due categorie possano essere strettamente connesse e intercambiabili, in un’ottica di progressiva adesione alla realtà o, meglio, d’invenzione di modi di viverla, attraverso un continuo cambio di prospettiva. Vediamo come.
Il soggetto fondamentale di Renko, che diviene forma primaria (Minimalismo), per quanto non esclusiva, è il cubo. Ma un cubo particolare. Il cosiddetto cubo di Necker (caro alla Gestalt), denominato anche “romboide trasparente” perché si rovescia in profondità, creando un’instabilità percettiva, che rende impossibile il decidersi stabilmente su quali siano la faccia anteriore e quella posteriore. La ferrea persistenza tematica di questa figura mutevole, diviene una sorta di griglia modulare, un piano d’immanenza sul quale vive Renko. Vive lì davvero. L’artista e il designer sono i due lati indecidibili del cubo.
Renko è un divenire cubo, mentre il cubo (Kubik) già invade la realtà in un’inarrestabile progressione, si sostituisce a essa, la inventa, come se fosse per la prima volta; e il cubo è anche metafora della stanza, della casa, il luogo della nostra appartenenza; e i suoi lati sono pareti che si aprono incessantemente sul fuori, coinvolgendo quel fuori che siamo noi, nel movimento del suo inarrestabile divenire.
Ecco che la mutevolezza percettiva (dell’Arte Cinetica) si mostra come un insostituibile innesco per una dimensione esistenziale. Il tempo, infatti, che dobbiamo condividere con l’opera, per poterci muovere di fronte a lei e inoltrarci nella nostra stessa instabilità, è un tempo che non si perde, ma che si conserva in noi, facendo uscire l’opera di sé. Gli strumenti per realizzare tutto questo, poi, sono ridotti al minimo: canneté (cartone ondulato), acrilici e china. Con sapientissimo rigore progettuale, Renko, signore della luce e dell’ombra, interviene con la china e gli acrilici nelle creste o nei ventri delle piccole onde di cartone, già sapendo quali saranno gli effetti di mutevolezza percettiva secondo lo spostamento dell’osservatore. Quasi d’incanto, i lati dei cubi, moltiplicandosi, emergono e sprofondano nel cartone, giungendo a definire dall’interno la forma generale dell’opera: triangolo, quadrato, rettangolo, rombo ecc. Per Renko è quasi ridicolo parlare d’immagini che appaiono su un supporto, perché quelle immagini si confondono con il supporto, lo strutturano e lo stabilizzano nella sua oggettualità, facendolo divenire una forma primaria, sorretta dalla sua mutevole architettura interna. Per questo motivo, recentemente, nel ciclo “sider”, le opere hanno cominciato ad assumere forme geometriche irregolari, perché le forze del divenire interno agiscono sull’oggetto-quadro, sagomandolo in sempre nuove configurazioni. In un continuo riequilibrio con l’esterno (si pensi alla Shaped Canvas painting), queste opere di Renko, vanno interpretate come espansioni della forma nello spazio e nella luce: uno spazio che diviene esso stesso forma, nella compenetrazione delle reciproche forze. Del resto, quest’espansione nella tridimensionalità stava già avvenendo da tempo, come nelle esperienze spaziali e scultoree dei cicli degli “Intrecci” e dei “Plot”, nei quali il continuo ribaltamento del cubo produceva espansioni che riconducevano incessantemente alla loro matrice. In queste opere scultoree, la doppia virtualità del cubo si propaga come un’onda nello spazio, aprendo la stanza interiore dell’artista sul mondo. Un processo analogo avviene anche nella luce, o per gli effetti di riflessione sulle superfici lucide, oppure per la scelta di materiali plastici traslucidi, che paiono accendersi di una luce interiore: è questo il caso di un’opera come “Limina”, già inoltrata nei territori del design. L’ingresso dell’arte nel mondo, infatti, attraverso la coerenza della ricerca di Renko, deborda nei luoghi dell’utilità funzionale, conducendolo a pensare e produrre oggetti utili. Di qui, poi, riparte il circolo virtuoso, in cui l’apparente dualismo della personalità, l’artista e il designer, si mostra in una cangiante interezza, attraverso quel continuo scambio tra virtualità e realtà, nel quale tutti noi siamo coinvolti.
Sul limite
Certamente qualcuno si chiederà che ne sarà della nostra pregevole predisposizione a considerare l’arte una vocazione piuttosto che un mestiere. Nonostante ci siano sempre alcune persone che considerano l’artista come uno che fa cose inutili. Probabilmente le stesse persone che, quando hanno finito di arredare la casa, accorgendosi delle pareti bianche, cercano dipinti che si accordino con i colori dei divani, non cogliendo la differenza tra un divano e un dipinto. A proposito, che differenza c’è tra un divano e un dipinto? E tra una lampada e una scultura? Ecco, questo è il punto, o il limite, su cui da sempre oscilla la creatività di Sandi Renko.
di Leonardo Conti
La ricerca di Sandi Renko si può certamente inserire in una strana categoria: l’utilità della visione.
Contrariamente a ciò che qualcuno avrebbe potuto aspettarsi (chi poi?), Renko non ha abdicato all’arte, a fronte di una folgorante carriera nel design. Ha mantenuto una distanza interiore, tra la pura ricerca e la funzionalità estetica, ponendosi in una dimensione contraddittoria, vivendo su un limite oscillante di se stesso. Credo che sia proprio questa la chiave per comprendere le particolari caratteristiche del lavoro di Renko, non completamente imbrigliabile nel vasto panorama del cinetismo internazionale: anche la declinazione tutta italiana di Arte Programmata, spesso invocata a proposito, può essere considerata come una componente, non certo esclusiva. Confluiscono, infatti, in modo altrettanto decisivo, una fortissima sensibilità gestaltica, l’essenzialità del minimalista e un riduzionismo rigoroso, incentrato sullo strumento privilegiato del designer: il pennarello acrilico, usato per realizzare schizzi e progetti. Ecco dunque emergere una ricerca che potremmo definire sincretica e che fa di Renko un artista borderline. La compresenza dell’artista e del designer, che in altri casi ha causato una rottura e una scelta e quindi una rinuncia, nel caso dell’artista padovano ha prodotto una sorta di cortocircuito creativo, in cui le opere e l’autore si specchiano e si scambiano. Del resto, così spesso l’arte diviene indiscernibile rispetto al modo di vivere.
Contrariamente a uno sdoppiamento inconciliabile, alla dott. Jekyll e Mister Hide, per intenderci, le due dimensioni di artista e designer si fondono in Renko in un’unica dimensione creativa pienamente svelata, come si vedrà, nelle caratteristiche dei suoi quadri. Le opere, infatti, sono una sorta di laboratorio interiore, in grado di innescare molteplici processi di applicazione, che ne rappresentano le possibilità vitali.
Il design, nel caso di Renko, è l’anello che lega l’arte a una funzione sociale utile, innescando quel circolo virtuoso di ritorno e di ricaduta, con cui la vita alimenta incessantemente la creatività. Del resto, come diceva Elias Canetti, “lo scrittore ha sempre una responsabilità civile” (e intendeva certamente gli artisti tout court). Cercando di usare il pensiero di Canetti, aggirandolo un po’, potremmo aggiungere che tutti dovrebbero fare opere d’arte, per legarle a un’applicazione vitale e a una responsabilità civile. Tra le prime applicazioni artistiche, mai venute meno, vi è certamente l’imparare a vedere e non soltanto per se stessi, ma per tutti, nella creazione di una sorta di “occhio collettivo”. L’arte ha sempre avuto questa funzione di vitale svelamento, anche se troppe volte postuma, rispetto alle epoche in cui è stata elaborata.
In Sandi Renko, così come in altri casi eccellenti, come Enzo Mari e Bruno Munari, il passaggio tra elaborazione artistica e applicazione utilitaristica ha finito per sovrapporsi e mescolarsi, producendo quella doppia funzione nella quale artista e designer sono divenuti indiscernibili. Non è certo un fenomeno nuovo questo tipo d’interdisciplinarietà, si pensi, ad esempio al Futurismo o al Bauhaus di ormai un secolo fa, eppure questa condizione, nella nostra attualità, è inspiegabilmente divenuta quasi inaccettabile. La tendenza a una sempre maggiore specializzazione in ambito tecnico e scientifico, ha progressivamente creato anche in campo “umanistico” (quasi in un complesso d’inferiorità), un discreto clima di sospetto verso coloro che si muovono su più piani: stridono un po’ un artista-architetto, un musicista-pittore, ecc. Al contrario, è ben più comprensibile uno scienziato-romanziere e si pensi, poi, all’utilità della cultura umanistica in campi del sapere come l’astrofisica o la fisica delle particelle, quando inventano metafore per assegnare nomi ai fenomeni nuovi nei quali s’imbattono: un caso è la stupenda catacresi di “orizzonte degli eventi”, per indicare la zona circolare intorno a quel misterioso corpo celeste che è il buco nero.
Un discorso a parte, invece, andrebbe fatto per altre commistioni, come certi politici e giornalisti, che usano la loro notorietà per vendere libri non di politica e non d’informazione. Ma, appunto, questo è un altro discorso.
Fatte queste premesse, spero non ci saranno più dubbi quando si cercherà la categoria più appropriata per Sandi Renko: artista o designer? Artista e designer, laddove le due categorie possano essere strettamente connesse e intercambiabili, in un’ottica di progressiva adesione alla realtà o, meglio, d’invenzione di modi di viverla, attraverso un continuo cambio di prospettiva. Vediamo come.
Il soggetto fondamentale di Renko, che diviene forma primaria (Minimalismo), per quanto non esclusiva, è il cubo. Ma un cubo particolare. Il cosiddetto cubo di Necker (caro alla Gestalt), denominato anche “romboide trasparente” perché si rovescia in profondità, creando un’instabilità percettiva, che rende impossibile il decidersi stabilmente su quali siano la faccia anteriore e quella posteriore. La ferrea persistenza tematica di questa figura mutevole, diviene una sorta di griglia modulare, un piano d’immanenza sul quale vive Renko. Vive lì davvero. L’artista e il designer sono i due lati indecidibili del cubo.
Renko è un divenire cubo, mentre il cubo (Kubik) già invade la realtà in un’inarrestabile progressione, si sostituisce a essa, la inventa, come se fosse per la prima volta; e il cubo è anche metafora della stanza, della casa, il luogo della nostra appartenenza; e i suoi lati sono pareti che si aprono incessantemente sul fuori, coinvolgendo quel fuori che siamo noi, nel movimento del suo inarrestabile divenire.
Ecco che la mutevolezza percettiva (dell’Arte Cinetica) si mostra come un insostituibile innesco per una dimensione esistenziale. Il tempo, infatti, che dobbiamo condividere con l’opera, per poterci muovere di fronte a lei e inoltrarci nella nostra stessa instabilità, è un tempo che non si perde, ma che si conserva in noi, facendo uscire l’opera di sé. Gli strumenti per realizzare tutto questo, poi, sono ridotti al minimo: canneté (cartone ondulato), acrilici e china. Con sapientissimo rigore progettuale, Renko, signore della luce e dell’ombra, interviene con la china e gli acrilici nelle creste o nei ventri delle piccole onde di cartone, già sapendo quali saranno gli effetti di mutevolezza percettiva secondo lo spostamento dell’osservatore. Quasi d’incanto, i lati dei cubi, moltiplicandosi, emergono e sprofondano nel cartone, giungendo a definire dall’interno la forma generale dell’opera: triangolo, quadrato, rettangolo, rombo ecc. Per Renko è quasi ridicolo parlare d’immagini che appaiono su un supporto, perché quelle immagini si confondono con il supporto, lo strutturano e lo stabilizzano nella sua oggettualità, facendolo divenire una forma primaria, sorretta dalla sua mutevole architettura interna. Per questo motivo, recentemente, nel ciclo “sider”, le opere hanno cominciato ad assumere forme geometriche irregolari, perché le forze del divenire interno agiscono sull’oggetto-quadro, sagomandolo in sempre nuove configurazioni. In un continuo riequilibrio con l’esterno (si pensi alla Shaped Canvas painting), queste opere di Renko, vanno interpretate come espansioni della forma nello spazio e nella luce: uno spazio che diviene esso stesso forma, nella compenetrazione delle reciproche forze. Del resto, quest’espansione nella tridimensionalità stava già avvenendo da tempo, come nelle esperienze spaziali e scultoree dei cicli degli “Intrecci” e dei “Plot”, nei quali il continuo ribaltamento del cubo produceva espansioni che riconducevano incessantemente alla loro matrice. In queste opere scultoree, la doppia virtualità del cubo si propaga come un’onda nello spazio, aprendo la stanza interiore dell’artista sul mondo. Un processo analogo avviene anche nella luce, o per gli effetti di riflessione sulle superfici lucide, oppure per la scelta di materiali plastici traslucidi, che paiono accendersi di una luce interiore: è questo il caso di un’opera come “Limina”, già inoltrata nei territori del design. L’ingresso dell’arte nel mondo, infatti, attraverso la coerenza della ricerca di Renko, deborda nei luoghi dell’utilità funzionale, conducendolo a pensare e produrre oggetti utili. Di qui, poi, riparte il circolo virtuoso, in cui l’apparente dualismo della personalità, l’artista e il designer, si mostra in una cangiante interezza, attraverso quel continuo scambio tra virtualità e realtà, nel quale tutti noi siamo coinvolti.
Sul limite
Certamente qualcuno si chiederà che ne sarà della nostra pregevole predisposizione a considerare l’arte una vocazione piuttosto che un mestiere. Nonostante ci siano sempre alcune persone che considerano l’artista come uno che fa cose inutili. Probabilmente le stesse persone che, quando hanno finito di arredare la casa, accorgendosi delle pareti bianche, cercano dipinti che si accordino con i colori dei divani, non cogliendo la differenza tra un divano e un dipinto. A proposito, che differenza c’è tra un divano e un dipinto? E tra una lampada e una scultura? Ecco, questo è il punto, o il limite, su cui da sempre oscilla la creatività di Sandi Renko.

Arcangelo. Danza Segou
Leonardo Conti
Introduzione alla mostra di Arcangelo
alla PoliArt Contemporary - Milano
21 maggio | 26 giugno 2011
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Arcangelo. Danza Segou
Leonardo Conti

(Serena Zardini nella
Danza Segou con la musica di Paola Samoggia)
Per questo, forse più che un titolo, Danza Segou è da considerarsi una pista da seguire, sulle tracce di quelle onde fatte di segni e simboli, accumulati in anni di viaggi e sortilegi, africani e non solo.
Credo che Arcangelo possa considerarsi un artista-sciamano, esperto di onde vitali, da lui evocate e raggrumate nel colore e nei segni di una pittura danzante.
C’è da sempre un ritmo incessante nella sua pittura. Lo sentite?
Come in un rituale ripetuto e concentrico, ibridato in indefiniti misteri, l’artista-sciamano disegna e delimita il cerchio sfrangiato della vita, sempre sconfinante e vittorioso nei domini della morte.
Anche quei brandelli di tenebra, che talvolta paiono angosciare il colore, sono avamposti di quelle vittorie differite, in cui la morte chiede asilo alla vita.
Non temete di muovere un passo oltre quel confine.
Là ci sono otri d’antica saggezza in cui affondare le mani.
Là ci sono carri su cui depositare con cura il peso degli anni.
Là ci sono numi tutelari che hanno raccolto ogni promessa del vostro coraggio. Là c’è lo zampillare delle stelle danzanti, mentre già la musica comincia.
Badate: un dipinto di Arcangelo non si fruisce, si affronta.
Badate: un dipinto di Arcangelo non si fruisce, si affronta.
Per questo, talvolta, qualcuno può sentirsi sovrastato dalla sua forza.
Se ha rinunciato a danzare, non c’è parola, per quanto potente, che possa sublimarla in concetti, in astrazione.
Se ha rinunciato a danzare, non c’è parola, per quanto potente, che possa sublimarla in concetti, in astrazione.
La sua pittura è un campo di esperienza allo stato puro. Un’esperienza che entra nelle pratiche dei corpi, le attraversa con il suo ritmo trascinante, innescando mutamenti.
Per questo bisogna danzare.
Perché la danza lega e slega incessantemente il corpo alla terra.
E i colori di Arcangelo sono colori di terra.
Perché la danza è parte di ogni rito.
Perché la danza è parte di ogni rito.
E i simboli e i segni di Arcangelo evocano riti, sempre innestati nella sorgente della vita.
Allora danzare.
Si cerca un proprio segreto quando si sceglie un luogo in cui accedere a sé.
Parlare con le mani, gioire con i piedi, sentire con il corpo.
Cartografare il vuoto, delimitare in pochi segni lo spazio di accadimento della propria imprecisione.
E già muovere un passo Segou, nel ritmo che accede al futuro.

Giovanni Lombardini
Verso il colore, verso la luce
Leonardo Conti
nel volume della mostra Giovanni Lombardini 99>11 Verso il colore a cura di Leonardo Conti al Museo della Città di Rimini
Alberto Perdisa 2011
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Verso il colore, verso la luce
Leonardo Conti
Cielo o mare: bisogna conoscere bene il blu prima di tuffarsi. E allora tracciare un sentiero diagonale di coppi. Una scia, per sostenere l’equilibrio precario dei miei passi. Anche il tetto è un ultimo orizzonte, disegna il profilo baciato di cielo e mare. Ha il suono e il sapore della casa.

Per vedere, finalmente, c’era bisogno di toccare.
È anche un artista
cinestesico, Lombardini: aveva bisogno che il gesto della mano reggesse il peso dei passi, per traghettarsi dall’invisibile al visibile.
Si dovrebbe attraversare ancora quel sentiero di coppi, segretamente la notte, quando già i guardiani stanno dormendo: appoggiare piano la mente e i piedi nudi, e passare.
Passare a ritroso il Lete è un’ambizione da artisti. Così come lasciare un segno indelebile tra i simulacri degli specchi. Sono forse queste le due piste, che Lombardini ha percorso in quarant’anni di pittura. E, si badi, quarant’anni non misurano bene l’età delle opere recenti: loro che sembrano nascere nella prossima generazione.
Tratteniamo ancora “Blu Oltremare – Coppi” su questo pavimento, ormai divenuto mare e cielo. Tratteniamo i suoi coppi, come un ancoraggio su cui approdare la rugiada che siamo.
Tratteniamo ancora “Blu Oltremare – Coppi” su questo pavimento, ormai divenuto mare e cielo. Tratteniamo i suoi coppi, come un ancoraggio su cui approdare la rugiada che siamo.
C’è un grande spessore temporale tra “Blu Oltremare – Coppi” e le “Brine” del 1999, le opere più datate di questa esposizione. È lecito chiedersi che cosa è successo in quello spessore d’anni? Non ora. Non qui.

Perché nelle “Brine” siamo già immersi nel divenire ininterrotto che si propaga attraverso le opere recenti.
La cronaca di un tuffo svanisce nell’epifania del tuffo.
E Lombardini ha finito per versarsi nel colore.
Non ci sono ambiguità nel titolo di questa mostra “Verso il colore”: l’artista versa il colore e si versa.
C’è però un reticenza, perché, poi, versa anche la luce e ci svela: ci versa.
Non è un caso, se sono le “Brine” ad avviare il viaggio allestito di questo museo. In queste opere bifronti, si scioglie e si riannoda il legame appassionato di Lombardini con il paesaggio. Si scioglie, perché non accadrà più di vedere, almeno sino a oggi, un’immagine figurale così indiscutibile. Con le spalle al mare, la “montagna magica” svela l’alto crinale dello sguardo, inciso nella luce che ogni cosa rischiara e riscalda. In un decisivo atto di orientamento, Lombardini dipinge così l’ultima quinta scenografica della sua poetica: è il radicale riconoscimento dell’appartenenza a quel territorio di cui egli stesso è espressione fugace. “Riconosco il luogo dove mi trovo” era il titolo che l’artista aveva scelto per una mostra alla metà degli anni novanta.
Quindici anni fa andava ancora installandosi in quel “luogo”, ne cercava i segni e i simboli per decifrarsi in loro. Con i rilievi di luce rossa delle “Brine”, si chiude quel cerchio territoriale di profili riconoscibili e si apre un inedito spazio mentale, sorto sul barbaglio cromatico di un luogo nuovo.
Nelle “Brine”, ciclo di emozione e commiato, che solo l’aedo-tramonto saprà ancora raccontare al nostro stupito silenzio, già si percepisce questo luogo, questa scena-alba che sorge: affinché si passi dal fatto all’atto. Cali il sipario allora. Che la recita cominci!
D’ora in avanti, sarà la parte mancante a trovarsi sulla scena delle opere di Lombardini. Ma quale parte? Già dalla metà degli anni Novanta, l’artista aveva cominciato a “laccare” con poliestere la superficie delle opere realizzate su formica, ritrovando la calma specchiante dell’acqua profonda. Aveva compreso che un quadro che riflette scava un vuoto di sé. Un vuoto da colmare. Sarà il riflesso a innervare l’azione delle opere future. A parte un’eccezione.
Tra il 2001 e il 2002 nasce un ciclo chiuso di circa trenta opere: le “Prime pagine”, in cui l’artista incrocia lievi colature di bianco liquido sul nero fresco del fondo.
Nelle “Brine”, ciclo di emozione e commiato, che solo l’aedo-tramonto saprà ancora raccontare al nostro stupito silenzio, già si percepisce questo luogo, questa scena-alba che sorge: affinché si passi dal fatto all’atto. Cali il sipario allora. Che la recita cominci!
D’ora in avanti, sarà la parte mancante a trovarsi sulla scena delle opere di Lombardini. Ma quale parte? Già dalla metà degli anni Novanta, l’artista aveva cominciato a “laccare” con poliestere la superficie delle opere realizzate su formica, ritrovando la calma specchiante dell’acqua profonda. Aveva compreso che un quadro che riflette scava un vuoto di sé. Un vuoto da colmare. Sarà il riflesso a innervare l’azione delle opere future. A parte un’eccezione.
Tra il 2001 e il 2002 nasce un ciclo chiuso di circa trenta opere: le “Prime pagine”, in cui l’artista incrocia lievi colature di bianco liquido sul nero fresco del fondo.

C’è anche una scultura tra queste opere, una trama di luce che contiene una colonna di notte incessante. Nella loro eterna e indecidibile lotta, il visibile ha finalmente conquistato il primo territorio ai domini del buio, fondendosi a lui.
Ne porterà con sé un parallelepipedo rettangolo, fino a quando il giorno e la notte si mescoleranno ineluttabilmente nella deflagrazione del tempo.
Fino allora, il grande alchimista non cesserà di “versare il visibile”, titolo secondo di questa mostra, nascosto perché da sempre il processo si concede alle tenebre.
È quando il giorno irrompe nella notte, che appare la soglia profonda dello specchio. È lo sguardo di Velasquez in “Las Meninas”, che trapassa il piano d’immanenza dell’immagine, ancorandosi ai perduti testimoni regali, trattenuti sullo sfondo dal riflesso. Francis Bacon evocava gesti digrignanti dalla notte, Giacometti scavava nell’aria i volumi molteplici del vuoto del sé, Schwob e Borges traevano parole dal vortice incessante che lega oblio, storia e mito. Tutti conoscevano bene i poteri dello specchio, che rivelano a ogni sé il proprio volto.
Il riflesso è anche uno dei fuochi della ricerca di Lombardini. Nelle “Prime pagine”, conquistate alla notte, è ciò che manca? Per questo, forse, sono rimaste poche, e preziose. Eppure l’artista farà tesoro di quelle specie di garze, mescole di luce e buio, frutti maturi dell’ormai consueta azione del versare. Le conserverà come giacimenti, da cui estrarre l’altro che siamo, quello da proiettare sul futuro nascente.
Il segreto è nel nome. “Prime pagine” non è caduto come una meteora su queste opere, perché allude all’altro specchio, quello della metafora, che lega ogni scrittura al suo estensore e al lettore che verrà. Anche la scrittura è corpo del pensiero e le pagine si preparano ad accoglierlo in un’apertura senza fine.
In una sovrapposizione inestricabile d’intenti e di effetti, nell’alchimia di Lombardini appaiono, tra il 2002 e il 2003, alcuni nuovi cicli: le “Scie”, le “Pietre preziose” e le “Rime”. Sembra qui futile un’esatta cronologia.
Le “Scie” sono ponti di attraversamento luminoso: coppi divenuti fotoni, solcano campi di emanazione visibile. Le loro traiettorie finiranno per segnare nuovi confini e territori, sfrangiati in frattali di luce.

Nelle “Pietre preziose” si affaccia l’intensità del colore: il ponte di attraversamento è divenuto pontile, che s’accende nel maglio infuocato d’imprevedibili declinazioni timbriche.
Tutto è pronto, per l’apparizione del grande ciclo destinato a non tramontare: nelle “Rime” si condensa ogni ingrediente del grande alchimista.
Il nome e il pattern rievocano la metafora della pagina.
Nel titolo si anticipa la versificazione dei colori, di scia in scia, sino a superare i margini laterali, in quell’altrove invisibile in cui l’arte si mescola al respiro che la appanna. Anche la linea longitudinale annuncia l’epifania del libro, già squadernato su un improbabile dicibile-visibile: immagine parlante e parola visibile hanno in comune una stessa emozione?
Nel titolo si anticipa la versificazione dei colori, di scia in scia, sino a superare i margini laterali, in quell’altrove invisibile in cui l’arte si mescola al respiro che la appanna. Anche la linea longitudinale annuncia l’epifania del libro, già squadernato su un improbabile dicibile-visibile: immagine parlante e parola visibile hanno in comune una stessa emozione?

Le “Rime” sono principalmente opere d’intensità e di forza: il colore versato impone la sua baldanza, ma cela un segreto che è anche il suo debito.
La condizione di ogni visibilità si fonda sulla luce e quella linea che squadernava il libro, è anche l’origine luminosa, l’attimo del fiat lux, da cui ogni colore proviene.
È in una specie di nuova reticenza, che in queste opere si svela quel segreto del colore, fratello del
riflesso, in cui d’improvviso ci si vede. Infatti, soltanto dopo un poco, tra le “Rime” appare il nostro stesso riguardare: continua rutilante l’intensità del colore, ma, in filigrana, già lo sguardo si riconosce parte di quella timbrica orchestrazione.
In queste opere, il potere del riflesso giunge al suo culmine proprio in questa reticenza luminosa, in cui la mente si specchia prima dello sguardo.
Nel 2007 nasce l’altro ciclo senza tramonto, gli “Inventari”, opere di luce. Il colore versato diviene campitura di costruzione spaziale: Lombardini non costruisce superfici ma profondità. Ogni esperienza precedente, ogni ingrediente, ogni processo, ogni trasformazione, riaffiorano negli “Inventari” in essenzialità ed eleganza.
Nel 2007 nasce l’altro ciclo senza tramonto, gli “Inventari”, opere di luce. Il colore versato diviene campitura di costruzione spaziale: Lombardini non costruisce superfici ma profondità. Ogni esperienza precedente, ogni ingrediente, ogni processo, ogni trasformazione, riaffiorano negli “Inventari” in essenzialità ed eleganza.

Nel grande sogno, in cui l’artista ora s’immerge e ci immerge, del quale le sue inebriate mani soltanto toccano i confini, lo si ode quasi pronunciare parole oracolari: “Verso il colore. Verso la luce”.
Sono parole che provengono dall’interiorità della superficie.
Gli “Inventari” hanno, infatti, radicalmente ribaltato le “Rime” nella luce, mettendo il colore in segreto. “Rime” e “Inventario” sono l’altra faccia, l’una dell’altro.
Ad ogni sguardo, l’“Inventario” svela il riguardante: è il potere del riflesso ad affacciarsi subitaneo. Lo specchio.
Lo specchio in primo piano innesca, evidentemente, un riferimento a Michelangelo Pistoletto e ai suoi “Quadri specchianti”. Già sapevamo di certe affinità tra la ricerca di Lombardini e l’Arte povera, soprattutto nei Settanta.
Pistoletto stabiliva per i suoi specchi una relazione definita col riflesso, in una sorta di attesa orientata al proprio completamento. Il suo “Autoritratto del mondo” (in una definizione che è un concetto-specchio), è immesso in un rapporto di relazione diretta con le immagini, che Pistoletto applica sulla superficie riflettente.
Nelle opere di Lombardini, invece, la relazione non è mai svelata, perché la riflessione è ammantata di un particolare mistero, in un potere quasi eleusino di trasformazione. È una trasformazione simile, del resto, quella che mescola il colore dipinto di Lombardini allo schermo di luce in cui si mostra.
Alchemicamente, gli “Inventari” ci accolgono dall’interno di un sogno, per ridestarci altrove. “Verso il colore. Verso la luce”.
Ci si ridesterà continuamente da un sogno all’altro, credendo sino in fondo a quel che si è e a quel che si fa, ma non per sempre, non per sempre: sino al prossimo sguardo, sino al ridestarsi nel nuovo sogno che l’opera prepara. Credo sia in questo potere di trasformazione e di travaso del sé, che si giochi il rapporto tra immagine e riflesso, tra colore e luce: è uno sconfinamento da un’opera all’altra, attraverso le discontinuità imprevedibili delle esperienze estetiche individuali.
Anche le opere più recenti dell’artista entreranno in questo gioco. Luce e colore continueranno incessantemente a fondersi nel processo del versare il riflesso dell’altro. “Più luce” e “Visuale tattile”, così come il ciclo intermittente “Tinte unite”, sono gli estremi baluardi di questo nostro mostrarci.

È in questo scambio instancabile delle parti, tra la ribalta dell’opera e quella del mondo, che si concede forse un accesso all’opacità della parola, tuttavia una parola d’alabastro.
Se un testo d’arte ha senso, infatti, è quando innesta nuovamente l’opera sul terreno della vita dalla quale proviene.
Se la grandezza della parola critica risiede nella precisione temporale in cui si fonde con l’opera nella storia, la grandezza dell’opera risiede nel rilancio delle critiche a venire, le cui storie non cadono mai completamente fuori dalla sua competenza.

Alberto Biasi: vedere in dubbio, vedere il mondo
Leonardo Conti
Leonardo Conti
Testo introduttivo nel volume Alberto Biasi allo Studio Gr
a cura di L. Conti, con testi di G. Granzotto e A. Pasini
Edizioni Studio d'Arte GR 2011

Leonardo Conti
in Percorsi tra le Biennali di Venezia 1948/1968
a cura di G. Granzotto, al PARCO Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea "Armando Pizzinato"
di Pordenone
Edizioni PARCO

Talking
Marco Casentini/Leonardo Conti
Libro conversazione
a cura di Leonardo Conti
Vanillaedizioni 2010

Marco Casentini's wall paintings
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo Marco Casentini. Grand Junction. Wall Paintings 1997-2010
at BMoA Bakersfield Museum of Art (CA USA)
BMoA 2010
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Marco Casentini's wall paintings
Leonardo ContiIn the field of contemporary art, an accomplished artist may be referred to as “storied”. Through this misleading terminology, the present, which is something alive and active, gets restrained within a definite time. In other words, acts and facts get mixed up. Perhaps, we should fight for the opposite case, making the present, and even what's historic, topical. For example, the following statement may be debated: “Lorenzo Lotto's Annunciation is a contemporary artwork of five hundred years ago.” A work of art should, probably, be considered as “in action”.
I would like to start from here, and slowly get closer to Marco Casentini's wall paintings.
A deferred overrunning
Since the first half of the 80's, which may be defined as the education age, the young artist focused on the surface, in the attempt to build up a rational space where anthropomorphic figures, made of lights and shadows, drifted around. Nevertheless, those years' lines could hardly find the necessary strain to become spatial coordinates, able to nail down a recurring landscape fascination. In this regard, I think fit to bear in mind that the reference to each kind of landscape, in terms of surrounding wonder that the artist never gives up entering, remains a fundamental component of Marco Casentini's search.
Even when, on the verge of the 90's, orthogonality started playing an increasing role, curve line's persistence kept point at that nature, which his sensitiveness couldn't abandon. And it wasn't about the inability to decide which way to go, but rather an intimate need of interpenetration and even fusion between sensible experience and abstraction, surprised fascination and interior clarity, nature and ratio.
Afterward, a profound attraction to architecture will lead him to this halfway point, directly following in Fallingwater's (or Kauffmann's House) footsteps, where Frank Lloyd Wright used to destroy the house's “box” and organically integrate it into the surrounding nature.
On the contrary, in Casentini's performances of those years, it is the artwork's interior space (inner landscape) - still a hortus conclusus, but yet powerfully leaning towards overrunning - that integrates fragments of the natural exterior it remains linked to. This is the reason behind those earthy (1) and atmospheric background colors still featuring Casentini's mid-90's artworks (for example, the L.A. Stories cycle), where any curve was about to give way to a strict, center-less orthogonality. As he himself has pointed out in a recent talk, this “lack of centrality” becomes the driving force of his search (2). Artists' empirical mastery prevailed for centuries, until a gestalt approach has succeeded in positively defining the restless dynamism of a center-less pictorial surface.
Casentini binds his driving force to such dynamism, being aware of the almost self-generative propagation triggered by it, which he manages through a skillful geometric and chromatic rhythm. Without retracing step by step the progressive overrunning of this geometric propagation, from the painted surface to the picture-object, and from reverse-painting on transparent media to mirror effects, we will focus on the latest changeover, concerning museums' and galleries' walls the entire way of seeing art and life overflows into, dynamically reorganizing space (3).
While, in 2002, his earliest wall paintings (displayed at the Bandera Foundation in Busto Arsizio, Italy, and Klein Art Works in Chicago) covered one or more walls, where some artworks were mounted on the basis of an usual, linear order, yet in 2003 (at Ruth Bachofner's gallery in Santa Monica, L.A.) single artworks are exhibited according to the wall painting's background colors, already prevailing over the squared exhibition wall.
In 2004, at Scott White Contemporary Art gallery in San Diego, Casentini deconstructs the rectangle where the wall painting is contained through his center-less dynamics, redefining the perception of the exhibition space. Hence, the rhythmic integration process has been triggered, and it seems to culminate in two amazing performances: in 2008 at the gallery Buonanno Contemporary Art in Trento, where small object-artworks are sprinkled over the painted geometric backgrounds, and in 2009 at Cerruti Art, in Genoa, where space is literally deconstructed, emphasizing virtual rhythms which make it topical along unexpected coordinates.
Later on, on the occasion of the recent anthology at CAMeC in La Spezia (and at Riverside RAM) in 2010, Casentini's tones and architectures fully revealed their natural inclination towards the permeability between interior and exterior spaces, where even some landscape photographs, collected throughout the artist's travels, inhabit the wall painting as if they were notes on a staff4. In this regard, I think it's no coincidence that he has been dedicated a jazz composition (5): in my opinion, jazz trans-tonal rhythm well reflects the dynamic component of Casentini's art.
Painting through a bright line
As we could see, Casentini's weird power of overrunning has driven him to integrate from the inside with the art “houses”, represented by the exhibition centers. Can we speak about centrality again? I think so, not referring to a geometrical dimension but to the artist's existential inclination, constantly looking elsewhere for a possible ubi consistam: that's why Marco Casentini's search may be also defined as nomadic. This way, the fundamental motive of that inclination towards overrunning seems to become clear: it is the search for some other place to belong to, even if temporarily. Perhaps, this is also the artist's motive for continuous traveling throughout his personal life, moving away from Italian “traditional” cultural affiliations, and soon going westward, further westward, up to Los Angeles beaches, where the light of the horizon blends with the city. Here, the constantly renewed wonder at nature, and the attempt to harmonize it with an evolving interior dimension, dematerializes itself in a bright line, the preferred place to start painting again.
Wall painting, the artwork “in action”
Museums house works of art and, at times, when they represent a noteworthy architectural search, can even clash with the artworks themselves: nowadays, more and more frequently, museums are visited and considered as if they were “artworks”, regardless of the works of art they actually display. After all, it was to be expected that architecture could somehow prevail on the work of art, since architecture builds up the places of living. Kurt Schwitters, Dubuffet and others who have turned their artworks into their own houses, are among the greatest artists ever.
Painting through a bright line
As we could see, Casentini's weird power of overrunning has driven him to integrate from the inside with the art “houses”, represented by the exhibition centers. Can we speak about centrality again? I think so, not referring to a geometrical dimension but to the artist's existential inclination, constantly looking elsewhere for a possible ubi consistam: that's why Marco Casentini's search may be also defined as nomadic. This way, the fundamental motive of that inclination towards overrunning seems to become clear: it is the search for some other place to belong to, even if temporarily. Perhaps, this is also the artist's motive for continuous traveling throughout his personal life, moving away from Italian “traditional” cultural affiliations, and soon going westward, further westward, up to Los Angeles beaches, where the light of the horizon blends with the city. Here, the constantly renewed wonder at nature, and the attempt to harmonize it with an evolving interior dimension, dematerializes itself in a bright line, the preferred place to start painting again.
Wall painting, the artwork “in action”
Museums house works of art and, at times, when they represent a noteworthy architectural search, can even clash with the artworks themselves: nowadays, more and more frequently, museums are visited and considered as if they were “artworks”, regardless of the works of art they actually display. After all, it was to be expected that architecture could somehow prevail on the work of art, since architecture builds up the places of living. Kurt Schwitters, Dubuffet and others who have turned their artworks into their own houses, are among the greatest artists ever.
Marco Casentini's wall painting marks out a living space, temporarily and unexpectedly mapping a place which may function otherwise. Furthermore, the wall painting is opposed to an idea of artworks as antique objects, knick-knacks plunged into their own history and dragged along the shore of time, so often wearing them out. Marco Casentini's wall painting is a map of that history and that shore, on which artworks are mounted for everything to work unexpectedly.
There was a Renaissance echo (even recalling Bramante) yet in Sol LeWitt's alteration of architectural spaces through the wall paintings, and also a nomadic echo, resounding travels, in David Tremlett's light-tone walls: together with Blinky Palermo, these artists' search is the most similar Marco Casentini's. Still, the Italian artist has a predisposition to syncretism and, in a sort of polyphonic score, he notes down the melody lines which are closer to his sensitiveness, to create a particular sounding-board where everything must resound.
As we have already seen, perhaps it is no longer exact to speak about mounting an exhibition, since there are neither artworks to be mounted nor museum's walls to house them, but rather an overall connection, where each part is in the right place for the whole to work.
It may appear to be an abstract remark, but nothing is more concrete instead: through the wall painting, Casentini fixes his house inside the museum and, really making space topical, turns the museum into a house. In this unique integration process, his painting coincides now with the museum, which is no longer a more or less neutral exhibition center. The museum becomes the wall painting, the house, while the mounted artworks mark its most intense parts, its vanishing points, through which the exterior goes endlessly in and out.
As far as we are concerned, the house is not to be visited, and when it happens it is almost like remaining outside, being strangers. The house is meant to be inhabited or to give hospitality, indeed this latter is another way of being part of it, even if temporarily. Here it is, the right word: we aren't visitors, but “guests” of Marco Casentini's wall paintings.
In the light of what has been shown up to this point, the idea of possessing a wall painting sounds absurd: it would be like wishing to possess the warm harmony of a family lunch. Such a harmony can't be owned, it can just become a practice in one's own way of living. Quoting Hegel, aesthetic experience has the power to change who undergoes it: the only thing we can achieve here is that process of self-transformation, where we start functioning in unexpected ways. Those who have requested a wall painting for their own houses, then, have certainly witnessed a peculiar integration process. After all, we already knew that a work of art is never a piece of furniture: it re-founds the house instead.
Casentini's wall painting, in particular, is always related to life, representing its inhabitants' and guests' here and now. Even though somebody will soon turn it into a permanent museum artwork, Casentini conceives it as immersed into the great fleetness of time, “taking place” just throughout the temporary exhibition, waiting for the white paint roller to restore the museum's unobtrusive neutrality. Quoting Nietzsche, the wall painting may be defined as an “outdated” artwork: putting itself on the fault where art enters the present, establishing it in space and time.
Marco Casentini's wall painting temporarily embodies the world becoming painting and painting becoming world. Temporarily? For Casentini (and for us, who have learned it from him), this is a guarantee to continue overrunning, overflowing, traveling and settling elsewhere, to keep raising a sort of eternal return of difference, along the discontinuous line of the here ad now, where place and non-place coincide within wall paintings' topical dimensions.
(2) Talking, conversation between M. Casentini and L. Conti, Vanillaedizioni, Italy, 2010.
(3) It seems more than ever essential to me, in order to understand the evolution of these performances (and, as we have already said, his overall search), to keep in mind his constant interest for architecture, from Giuseppe Terragni to Luis Barragán.
(4) Some reference to a musical staff may be noticed yet in his performance at Cardelli and Fontana Contemporary Art gallery in Sarzana, in the year 2009.
(3) It seems more than ever essential to me, in order to understand the evolution of these performances (and, as we have already said, his overall search), to keep in mind his constant interest for architecture, from Giuseppe Terragni to Luis Barragán.
(4) Some reference to a musical staff may be noticed yet in his performance at Cardelli and Fontana Contemporary Art gallery in Sarzana, in the year 2009.
(5) The composition Metropoli by Paola Samoggia, at PoliArt Contemporary, Milan, 2007.

Le soglie e lo specchio. Paesaggi immaginari
Leonardo Conti
testo nel libro
Roberto Floreani. Paesaggi immaginari
con il poema di Tomaso Kemeny
collana Sorvoli - quaderni d'arte e poesia
Vanillaedizioni 2010
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Paesaggi immaginari. Le soglie e lo specchio
Leonardo ContiPremessa
Sono certo che ogni artista sia prima di tutto uno spettatore e le sue opere siano l'effetto di una fruizione attiva, creativa. In altre parole, il creare è un modo attivo per contemplare le opere d'arte. Siamo sempre sotto l'influsso di qualcuno o di qualcosa: l'originalità è un'allieva. "Il pensiero non perfora il tempo, ma continua la scia dei pensieri precedenti"[1]. Gli artisti e i poeti, poi, talvolta dissimulano ciò che stavano guardando, con le impenetrabili nebbie dell’autorialità. Già Beckett scriveva: "Che importa chi parla, qualcuno ha detto, che importa chi parla"[2]. Una considerazione simile fece forse scrivere a Nietzsche: "Non c'è cosa che artisti, poeti e scrittori temano di più di quell'occhio che vede la loro piccola frode, […] ; quell'occhio che chiede loro conto se vollero vendere poco per molto…"[3].
Se il rapporto con l'arte è passivo, è perché l'arte in quel punto si ferma, muore. L'arte è viva quando è affermazione, quando il suo rapporto con gli uomini deflagra in una vita attiva, una vita d'artisti. In arte non ci sono artisti opere e fruitori, ci sono soltanto: artisti opere artisti opere artisti opere… Bisogna smettere di pensarsi come spettatori. Bisogna smettere di guardare le opere dalla parte degli spettatori. Le opere s'incidono nel tempo, affinché le persone incidano le loro esistenze nelle opere. In una vita attiva, una vita d'artista, guardare è creare: creare l'opera o se stessi?
Connettere paesaggi
Roberto Floreani e Tomaso Kemeny fanno circolare i loro discorsi l'uno nell'altro.
Al centro (al centro?) una mostra di pittura. Floreani è l'artista. Questo era chiaro già dal primo sguardo. Ma, un attimo dopo, la strana interferenza: Kemeny è il poeta. E Paesaggi immaginari è il titolo del suo poema, già divenuto titolo della mostra e di questo libro, su cui veniamo affacciandoci, piano stratificato di consistenza dell'imprevista connessione. Durante l'apertura della mostra, c'è stata (c'è o ci sarà, a seconda del momento al quale apparteniamo) una declamazione di frammenti scelti dal poema, alla presenza dei quadri. In un'altra occasione si potrebbero dipingere i quadri alla presenza dei testi? È esattamente ciò che è accaduto nello studio dell'artista: i dipinti sono nati dall'immersione di Floreani nella poesia di Kemeny. Mesceva poesia nel calice del dipingere. Al centro (al centro?) un testo poetico. La poesia è il paesaggio immaginario e l'artista vi si cala per tracciare i suoi sentieri, destinati a modificarlo. L'arte, si sa, non fa altro che continuare ad innestarsi su "paesaggi". Roberto Floreani usa il testo poetico di Tomaso Kemeny come motore su cui innestare la sua macchina visiva: è così che il testo di Kemeny, in una sera, si propaga come voce declamata, "concentrico" a un paesaggio di pittura che risponde.
Ultima circonferenza di questa circolarità, il libro, questo libro, destinato a sopravvivere, per quanto debolmente, al dileguarsi dell'ultimo suono, dell'ultima luce. Mi sembra già di vederlo inoltrarsi nelle vestigia disperse del tempo.
I dipinti hanno vita autonoma. Concedono un simulacro a queste pagine e poi sfuggono, come ad ogni pubblicazione, perché, in realtà, è là fuori che da sempre hanno abitato e abiteranno. La poesia, invece, almeno sino alla prossima edizione, conserverà qui la propria integrità, e in ogni indefinito sguardo di lettore, rifiorirà come la rosa di Paracelso. Di qua dalla sua balaustra di carta, per lei i dipinti rimarranno paesaggi immaginari, o memoria di una sera.
Roberto Floreani e le soglie
Astrazione
Floreani è un artista astratto. Forse non è superfluo ricordarne ancora una volta l'etimologia: dal latino ab(s)-traho, tiro fuori. Nell'arte contemporanea a questo aggettivo e al corrispondente sostantivo "astrazione", viene spesso affiancata una certa artificiosità speculativa, un formalismo vuoto, una vera e propria freddezza, contrapposta al "calore" istintivo, rivendicato come gusto "di pancia". Quando sento certe espressioni, mi sembra che, sullo sfondo, ci sia il riflesso condizionato delle ghiandole salivari dei tristi cani di Pavlov, allo scampanellio del padrone. Cos'è, infatti, quella "pancia", se non una "pancia collettiva", pronta ad emozionarsi ad ogni richiamo prestabilito? Che differenza c'è, in tal senso, tra la pancia emozionata dell'"appassionato" d'arte e quella dell'appassionato di moda o di calcio, sino al fanatico? Una cosa è certa: se ci releghiamo all'altezza dell'addome, rinunciando a tutto il resto, non ci resterà, nella migliore delle ipotesi, che ingurgitare la nostra stessa saliva. Con la pancia non si sceglie, si reagisce. Le emozioni allora? Potrà essere utile avviare una sorta di autonomo processo di autenticazione e scelta delle emozioni, affinché le più volatili continuino a svolazzare, ma senza concederci troppo alla loro inaffidabile presa. Questo non vuole dire, ovviamente, che l'astrazione, intesa come sforzo intellettuale, abbia una qualche superiorità o diritto di prelazione sulle emozioni, sull'istinto. Il punto è un altro: credo che l'errore di fondo sia la dicotomia imposta tra emozione e intelletto, dovuta ad un tranello culturale, mediante il quale si cerca di dissociare ciò che non è dissociabile. Riappropriarsi della propria facoltà di scelta significa riappropriarsi delle proprie emozioni. "Tirare fuori" la propria pancia dalla "pancia collettiva" significa sentire più intensamente le proprie emozioni, farle combaciare con la propria intelligenza, affinché tendano a stabilizzarsi.
Floreani è un artista astratto.
Il corpo e i gesti quotidiani
Il tempo ha uno spessore. Floreani lo sa. Per questo lavora in una sorta di emersione stratificata. La sua pittura procede per mascherature successive, ce ne sono fino a trenta per ogni opera: lo strato precedente riemerge soltanto laddove la selezione del divenire gli concede. Come il profilo riconoscibile della storia, innestata sul tempo.
Positivo + negativo è la mossa che Floreani non ha smesso di giocare nella sua partita a scacchi con il tempo. Già dai primi anni Novanta, sulle opere era venuta tessendosi una griglia, nella quale pieni e vuoti cominciavano a scambiarsi in un inarrestabile ritmo combinatorio, destinato a raggrumarsi, sulla soglia di un presente la cui logica è: e, e, e, e, e…. Positivo e negativo e negativo e positivo, è un ritmo che batte, è una danza che si fa incessante…È questo il punto: il tempo ha un proprio ritmo di sedimentazione, fa rumore la polvere che cade senza fine su ogni presente, già cancellato dal proprio passaggio.
L'artista si fa precario signore di un ritmo simile: distribuisce ere alle sue opere, e incastra il tempo tra le sue maschere multiformi e molteplici. Motore è l'arte dei gesti quotidiani, conservati nell'intensità di una danza meditativa e creatrice. Perché il tempo che interessa a Floreani è il proustiano "tempo perduto": che non è il tempo dei ricordi, quello è il tempo conservato. Il tempo perduto è il tempo perso, quel tempo che non ricordiamo perché non ce n'era motivo, anche se è la maggior parte del tempo in cui abbiamo vissuto. Questo è il "tempo cercato", in cui l'artista si ri-centra nell'attenzione e nell'intensità dell'opera, divenuta il luogo alchemico dei propri gesti quotidiani, per mescolare indissolubilmente l'arte con la vita.
Le soglie
Per addentrarci un po' nella recente ricerca "concentrica" di Roberto Floreani, può non essere inutile un'azzardata analogia cosmologica. Si pensi, tuttavia, a una cosmologia antecedente agli effetti della rivoluzione scientifica, dunque a una rappresentazione tolemaica, nella quale, mediante una germinazione interminabile di circoli, epicicli e deferenti, si tentava, inutilmente, di prevedere la posizione degli astri. Ecco che, osservando quelle antiche tavole, sino al De Rivolutionibus orbium coelestium di Copernico, quei complicati sistemi di circolarità, restano come meravigliose rappresentazioni figurali dell'immane sforzo della razionalità, nel tentativo di fare ruotare gli astri dell'universo reale intorno ad un centro teorico. Ora, di là dalle considerazioni astrofisiche sull’universo, mi sembra che questa costruzione di relazioni policentriche, possa essere una suggestione utile per addentrarsi nei "Concentrici" di Floreani. Queste opere potrebbero considerarsi come luoghi di propagazione e interferenza reciproca di molteplici centri di soggettivazione, all'interno del medesimo piano d'immanenza (l'opera). Nelle relazioni tra concentrici, assistiamo così ad una sorta di "divenire molteplice", come avrebbe detto Deleuze, di quella singolarità stratificata (la griglia) che aveva sedimentato queste opere. La griglia concettuale, che, nella sua ripetuta meditazione compositiva, Floreani aveva continuato sistemare sugli impasti cromatici, per riportare sul piano lo spessore temporale, arretra ora la sua ieraticità, nell'affioramento di una moltiplicazione di punti focali, armonizzati in una sorta d'inedita tenuta gravitazionale. Siamo di fronte ad una specie di "salto di livello", rispetto al piano cezanniano e a tutte le sue conseguenze astratte e concrete. I concentrici, intesi come individuazioni relazionali, sfuggono progressivamente alla griglia, in una variabilità che, opera dopo opera, svela la sua natura di work in progress. Sono come passi mescolati di molte danze, le cui musiche s'installano in un presente, che tende sempre più verso una sorta di campo polifonico (interiore?). Ed è proprio in un simile campo "spazializzato", che le nuove identità multiple di queste opere possono stabilizzarsi in configurazioni gravitazionali: tuttavia, ognuna di esse sarà da considerarsi come sistema di transizione, non come opera finita, perché dinamica è l'intima natura della ricerca di Floreani. Sarà, poi, in virtù di questo dinamismo che, anche il circolo, potrà trasfigurarsi (un nuovo "salto di livello"), nell'accensione di una timbrica generale, in cui appaiono quelle che vorrei chiamare soglie: queste sono accessi ad una nuova forza di attraversamento, la fantasia (l'"energia desiderante" di Kemeny v. 382), unica presa sul divenire, perché ne ha la stessa natura. Le soglie sono aperture sulle opere, quindi sull'immane spessore del tempo impercettibilmente accumulato. Sono linee di fuga. Sono come i buchi che Beckett voleva fare nel linguaggio, per vedere cosa c'era dietro. La fantasia non si ferma sull'opera, la trapassa da parte a parte sino alla nostra corteccia cerebrale, ormai pronta a declinare il primo passo: di danza.
Le soglie di Floreani s'identificano in variabili gradienti di colore e luce: talvolta appaiono come timbriche forme geometriche, singole (ovali, rettangoli, quadrati) o multiple (flags); talvolta si smaterializzano in bande luminose verticali. Nell'opera "L'occhio magico – l'età del fuoco" (2010), secondo una dominante rossa, si assiste alla modificazione della curva dei concentrici in angolo, per giungere a fendere il campo gravitazionale in una quasi notazione musicale neumatica (il quadrato rosso). Nelle opere del ciclo "Flag", una banda orizzontale policroma traguarda la parte inferiore delle opere, creando una sorta di luogo limite prospettico, tra lo spazio interno dell'opera e la "casella vuota" in cui noi ci troviamo, temporaneamente, ad osservarla. In questa sorta di soglia balaustrata, può forse sentirsi l'influsso di una certa sensibilità spazialista veneziana[4] e Floreani è veneziano di nascita. In opere come "Fiore del desiderio" (2010), abbiamo la sensazione di essere già dentro al gesto di quel passo, che le soglie di Floreani invocano: la danza sta per cominciare, una luce spazializzata a bande verticali permea l'avvento dell'opera-soglia, siamo già sul fendente che trapassa i suoi campi gravitazionali.
Kemeny e lo specchio
Ma tu ascolta
solo la parola che scaturisce
dalle fenditure del tempo
e trapela dai circuiti del silenzio
nel medesimo fremito celando
carne e polvere. (vv. 914-919)
Sono i versi conclusivi di Paesaggi immaginari.
La magnetica spontaneità del frammento (come auspicava Whitman) e l'ampio letto del fiume-Kemeny, sono le due componenti inscindibili del suo poema. Il frammento e il flusso: una contraddizione? L'accordatura musicale svelerà identità impreviste: il frammento è il flusso. Il musicale è uno stile, stile di vita, per intenderci, nel caso in cui qualcuno temesse di perdersi in simili alture poetiche. Parola, musica e vita coincidono nella poesia. Nella poesia di Kemeny, poi, coincidono frammentandola, perché quanti più bivi e biforcazioni il poeta riesce a produrre, tanto più s'inoltrerà nel labirinto, nel mondo. Proviamo, a nostro modo, ad entrare nel flusso, abitiamo i frammenti, lasciamo fiorire i versi e la rosa.
Il risveglio del poeta, che già era insonne nella sua dolorosa assenza pre-poetica, è nella natura: tra gli animali del bosco egli "segue ramificazioni senza fine" (v. 8) e in un'indefinita, quasi borgesiana, modificazione, "rimpiange la grande/ala di fuoco della scrittura". C’è, dunque, nell'incipit del poema un riaversi del poeta (indicato alla terza persona), riaffiorante da un'insonnia senza voce. Il flusso giunge da più lontano rispetto all'inizio del versificare, c'era già, vegliato da una muta insonnia; il frammento del poeta vi si ritrova in mezzo, sotto una "lugubre luna": è una prima luce e una prima tonalità, minore.
Ma la veglia si trasforma subito in accensione folgorante, in una vera e propria ascensione sulla scala purgatoriale, verso la "luce assoluta" della creazione: s'ode, lungo tutto il testo, l'eco di una quasi mistica neoplatonica, anche se squadernata sul mondo, in una lotta inesausta con se stessa. La prima funzione generale del frammento, credo possa rappresentare proprio l'intermittenza dei momenti di una mistica trascinante. La poesia di Tomaso Kemeny si delinea così come "esercizio spirituale", in grado di restituire alla scrittura la sua "ala di fuoco". Tuttavia, c'è qui un'inversione, rispetto alla mistica tradizionale, nella quale la vera e propria estasi, accadeva in "attimi privilegiati"; nei Paesaggi immaginari è come se quell'esperienza fosse una condizione continua del poetare, dalla quale, in una serie di folgorazioni (i frammenti, le "stanze"), la parola scocca, nella costituzione di un alveo di soggettivazione (il flusso). Il ritmo musicale, motore del canto, è discretamente rapsodico, così come le tonalità attraversano molteplici modulazioni, stemperandosi sino ad una persistente latenza del dolore. Può essere avvincente inseguire le immagini e i simboli di queste folgorazioni, tra cui l'invocazione a Afrodite (e la sua cintura, mezzo di seduzione), la poesia-stella "al centro del silenzio", fino allo specchiarsi di terra e cielo (un emiciclo di fiori e la costellazione della Corona Borealis). Sarà proprio da questo specchiarsi, che l'alto volo cosmico-mitico del poema, capace del verso come “nuovo universo" (v. 113), potrà incontrare il corpo della propria astrazione: la donna. C'è una vera e propria fusione improvvisa tra l'idealità della bellezza e la donna, e in un frammento di grande intensità il canto sfiora una voce che si fa persona (La tua voce, vv. 152-161). La poesia riconosce in sé la duplicità irriducibile dell'amore: l'amore tende alla "Bellezza", ma tende anche verso la donna, che, ancora ninfa, resta in bilico tra la deità e la carnalità. È in una simile dissociazione, che il canto di Kemeny si fa lirico (concentrico), giungendo a lambire l'individuazione di se stesso, nell'esperienza dell'essere del poeta che chiede: Ma allora "io" esisti? (v. 170). È il soggetto. È la prima persona. Il poeta esiste. Esiste improvvisamente, e dolorosamente, nel mondo, "teschio dei teatri" (v. 176). E doloroso è tutto ciò che resta impoetico, come il "filosofo metallico" (v. 186).
Un altro simbolo, delicato e potente, già apparso amalgamato ai versi e destinato a rifiorire ("incapace di avvizzire" v. 496), nelle sue molteplici identità di bellezza pura e carnale, contrappunto della donna, è la rosa. Potenziandosi progressivamente di sdegno, fede, anarchia (la rosa nera?), è attraverso l'immarcescibile fiore, che il poeta potrà mettersi "a disposizione dell'energia desiderante/la più profonda potenza vivente" (v. 382-383). Sono musicalità e ritmo a guidare, ancora, il canto del poeta, nella riscoperta di una bellezza già divenuta vita mescolata al mondo. Ma una vita vissuta poeticamente, perché per il poeta non ci sono alternative per la rinascita della bellezza, se non attraverso quell'esperienza che può innalzarsi sino alla rosa:
Ma il verso non vuole essere meno bello
di un fiore e il ritmo scioglie la sua criniera
sotto la cenere. (vv. 334 – 336)
Paesaggi immaginari, in cui è bene ormai immergersi senza salvagente, diviene una sorta di odissea nel mondo, nel tentativo di redimerlo alla bellezza, nonostante tutto. I frammenti continuano a dipanarsi, disegnando montagne russe d'immagini a cui non mancheranno schegge d'esilarante satira ("i poeti partono per paesi esotici/a leggere versi-sorbetto/all’iguana e all’ornitorinco." vv. 824–826).
Ma, impercettibilmente, al poeta è divenuto ormai chiaro che l'oggetto della sua ricerca si confonde con la consapevolezza del proprio compito:
Tu hai un unico dovere,
quello di sempre, non lo scordare:
porta le parole a sprigionare
il canto della terra che ruota
in un sogno di bellezza immortale. (vv. 741-745)
L'intensità di questo passo giungerà a specchiasi nei versi conclusivi del poema, già citati all'inizio di questa breve interpretazione:
Ma tu ascolta
solo la parola che scaturisce
dalle fenditure del tempo
e trapela dai circuiti del silenzio
nel medesimo fremito celando
carne e polvere. (vv. 914-919)
A chi si rivolge ora il poeta? A se stesso? O all'altro, che leggerà? Ecco l'istante in cui l'ultimo frammento ritorna flusso e il poema di Tomaso Kemeny si mostra come un autoritratto in divenire, nel quale, infine, il volto del poeta svanisce nella politura dello specchio, ormai pronto ad accogliere lo sguardo che sappia varcarlo.
Interpolazioni
Dai versi e dai dipinti affiorano paesaggi immaginari. Già la pittura di Floreani si stratifica sulla poesia di Kemeny. Già la poesia risuona, si fa sentire. Il gioco diventa interessante. Finalmente. Tentiamo d'inoltrarci nella pittura. Mescoliamoci alla musica delle parole. Stratifichiamo i sensi.
Un fulgore abbacinante
cancella l’ordine statico delle 115
cose[5]
Già la superficie è rugosa. Basta guardarla sotto una luce radente. Basta toccarla con la mano: ma che sia una carezza, perché è il corpo nudo del tempo.
"…la pittura la concepisco come un corpo, da costruire (secondo una metodologia antica, quasi rinascimentale), da accudire, da ascoltare."[6]
Siamo qui per accogliere il risuonare di un simile silenzio, Floreani, raccolti sotto volte a crociera fatte di terra e di calce, di corpo e di cielo. Avrà bisogno della stessa cura anche in seguito, se vogliamo che s'innesti sul nostro stesso corpo: per sentirne il battito dovremo divenire corpo della pittura, così come lei è divenuta corpo del tempo. Divenire pittura. Divenire presente. Il bagliore è la luce che esce, che entra, con noi, con voi: Venite! Bisogna camminare in circolo.
Un marciapiede a perdita d’occhio s’innesta 77
in un vecchio film
Giordano Bruno sosteneva che non c'è differenza tra il cerchio infinito e la linea retta. Non abbiamo camminato ancora abbastanza, Kemeny? A perdita d'occhio, sì, noi veniamo di là, fuori del poetare, fuori del dipingere. È un vecchio film il nostro, e qua, sulla soglia, desideriamo innestarci sul marciapiede della poesia. Saranno deboli passi, in principio, incerti, ma un fulgore abbacinante guiderà il nostro nuovo disordine.
"…penso che questa tecnica, basata sulla lentezza e l'ascolto possa essere assimilata ad una sorta di meditazione."[7]
Nella ripetizione quotidiana di paesaggi stratificati, l'opera attraversa sensibilità di terracotta e d'affresco, albe bizantine e occasi moreschi e formule alchemiche dimenticate, per "tirare fuori" dalla materia indistinta la traccia di un lento passaggio. Trasformazione infinitesimale e inesorabile. Ogni lentezza ha le sue cadenze, i suoi ritmi. Ogni lentezza cela una danza dionisiaca che incalza, una danza che sconfina ogni orizzonte.
Quel che è noto muore 111
legame opprimente col nulla
La mutazione si oppone alla morte. Dicibile e visibile sono ancora irriducibili uno all'altro? Non qui, non adesso. Sentire i profumi della scrittura, la tua rosa che non è stata tua; i suoni delle immagini, la danza circolare in cui hai calato i tuoi passi. Legame creativo con tutto.
Ogni volta che dal fondo della solitudine 81
mi acconsento di fantasticare
le parole dissolvono in musiche mai udite
il fluttuare delle forme.
C'è un fondo su cui si ergono le forme. C'è sempre un fondo, ed è sempre più in basso di quanto ci si possa immergere. Da quegli sterminati silenzi si può ricominciare a udire. Abbiamo intrapreso un cammino concentrico, per saltare da un cerchio all'altro. Intersecare l'eterno ritorno: nulla torna uguale sotto il sole, tranne questa intensità poetica che connette.
Sonora metamorfosi della mia persona 231
in una partitura inseparabile dall’idea di bellezza
Divenire bello delle cose in funzione di chi se ne impossessa. C'è bisogno di una trasformazione, di una conversione alla poesia, all'arte, per percepirne la bellezza. Chi sa intridersi in questa partitura? Venite!
Tu hai un unico dovere, 741
quello di sempre, non lo scordare:
porta le parole a sprigionare
il canto della terra che ruota
in un sogno di bellezza immortale.
"…nulla muore che riguardi l'Uomo…Amore e morte. Ed entusiasmo. E fame. E riscatto…"[8]
I concentrici non s'immergono, emergono il canto del tuo dovere unico e irripetibile, quello di sempre: conosci te stesso e sarai tutti, bellezza immortale.
Una conclusione provvisoria
Questo testo (critico?) sorge qui, tra le pieghe di carta di questo evento, perché è l'unico campo di accadimento che gli è concesso. Forse soltanto il metodo sperimentale che rappresenta, potrà respirare le atmosfere dei Paesaggi immaginari su cui si affaccia. Il pensiero critico, del resto, che non è nulla in sé, non ha poteri autonomi, tuttavia non è soltanto un sorvolo sulle opere, ma affonda in esse, si innesta sulle loro connessioni interne, per cogliere i nessi in cui si allacciano alla realtà, in cui è la realtà stessa a passare dall'invisibile al visibile. Per questo, quando la critica funziona, diviene "spazio di risonanza" dell'opera, perché la innesta nel tempo, fondandone quella provvisoria stabilità nella quale diciamo: "Arte".
Nell'estensione sensibile della sua esposizione, l'opera gareggia provvisoriamente con il tempo, lo eguaglia, divenendo l'altra faccia del suo movimento incessante, e nei gradi successivi della sua persistenza sensibile, oscilla tra la molteplicità delle sue formulazioni e il grado zero della sua sparizione. Per questo l'opera è una faglia, una breccia, un orizzonte degli eventi. Per questo l'esperienza dell'opera è sempre più profonda dell'opera stessa. Per questo Floreani e Kemeny non si fermano al capolavoro ma continuano a fare opere.
[1] M. Merleau-Ponty, Segni, il Saggiatore, Milano, 2003, p.36.
[2] Citato in M. Foucault, Scritti letterari, Feltrinelli, Milano, 2004, p. 3 e sgg.
[3] F. Nietzsche, Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali, Adelphi, Milano, 1980, af. 223 p. 163.
[4] Penso alla funzione prospettica delle balaustre in certe marine di Virgilio Guidi.
[5] Questi versi e quelli che seguono sono tratti dal poema Paesaggi immaginari di Tomaso Kemeny.
[6] Le parole di R. Floreani sono tratte da Così lontano, così vicino. Intervista di B. Buscaroli a Floreani, nel catalogo della mostra Manifesto, in occasione della mostra alla galleria Open Art di Prato, 13 dicembre 2008 – 2 febbraio 2009, p. 7.
[7] Ivi, p. 8.
[8] Ibidem, p. 8.

Horacio Garcia Rossi. Une recherche à double niveau
Leonardo Conti
Testo nel volume monografico dedicato all'artista in occasione della mostra
alla Galerie Lélia Mordoch di Parigi
Garcia Rossi fait son cinéma
Edition Lélia Mordoch 2010

Afro. La luce segnata del tempo
Leonardo Conti
con il libro di poesia Difficile esserci di Agostino Bonalumi
Il poetico e il quotidiano di Agostino Bonalumi
di Leonardo Conti
PoliArt Sorvoli 2010
leggi il testo su Afro...
La luce segnata del tempo
Leonardo ContiC'è sempre stata nella ricerca di Afro l'esigenza del misurarsi instancabilmente con le forme ed i mezzi della pittura. Ma non di un formalistico misurarsi sperimentale, poi familiare a tanta parte della neo-avanguardia degli anni Cinquanta, quanto, già dalla seconda metà degli anni Trenta, si è trattato di un mettere in gioco le proprie umane convinzioni, in una partita giocata tutta dentro il "mondo chiuso" del quadro: "Il dramma non può svolgersi che là dentro", scrive Afro nel 1954 [1].
Un simile atteggiamento artistico ha bisogno di una palestra e di uno studio continui, in cui ricapitolare, ripassare, rivedere il lavoro altrui e il proprio, sino ad inventarlo nuovamente, anche lasciandosi sorprendere e suggestionare da ciò che per la prima volta, come un'apparizione, accade nell'immagine. Ogni prima volta dell'arte continua ad accadere sempre oltre il bordo delle proprie intime appartenenze, e ciò che accade è molto più di un'immagine, è la vita stessa: questo è ciò che sapeva bene Afro.
C'è spesso un legame stretto tra le tele e le carte di Afro: un unico pensiero che sorvola le cose e poi le attraversa in un crescendo d'intensità.
La carta. Ha una sua durezza d'ammansire la carta. Ma anche una generosità assorbente da contenere, nel gesto della mano che si prepara ad agire. La carta ha il carattere forte e sensibile della pittura di Afro. Per questo, le opere più importanti hanno una storia di carta: studi, progetti, schizzi, bozzetti, in cui le tecniche diverse si appoggiano, s'intersecano e si fondono, come in una progressiva messa a fuoco di un'immagine che viene facendosi. Credo che ogni riflessione sul percorso del maestro fiulano debba tenere conto del lavoro, spesso indipendente, che l'opera su carta ha rappresentato nella sua evoluzione creativa. Sarà del resto un progettare incessante a prevalere sulla scelta dei supporti: la tela stessa diverrà il luogo idoneo per quel progettare, come, per fare soltanto un esempio, negli studi per il "Mosaico di Fiuggi" (1970), poi non realizzato e del quale quegli studi restano come opere uniche.
Ora, di fronte al corpus della sua opera è giusto affermare, come molti hanno fatto, che Afro è un "classico", ma cercarne le ragioni soltanto nelle proprietà del magistrale mestiere pittorico, legato alla tradizione italiana dal Quattrocento in poi, credo sia una forma di miopia [2].
Afro è un classico, ma non fu mai un conservatore.
Afro è un classico perché, come i classici, attraverso un lungo esercizio, ha appreso i segreti del dipingere che la tradizione italiana custodiva per lui, ma quella tradizione è stata, sin dall'inizio, filtrata da un talento e da una sensibilità straordinari, in grado di trascenderla, proprio come accadde a tutti gli artisti destinati a divenire classici.
Afro è un classico perché, come i classici, ha continuato ad inoltrarsi in territori inesplorati, via via affrontando le sollecitazioni e i mezzi più diversi, ed è proprio sulla carta che quei mezzi egli accumula, stratifica e metabolizza, per trasformarli in arte. È così che, spesso, anche quando si è cimentato in piccolissimi fogli, considerati come appunti e progetti, sono nate opere compiute, "architetture già finite, telai in cui l'idea, l'emozione, si sta evidenziando" [3].
Per avvicinarsi all'arte di Afro credo possa essere utile, inizialmente, creare due linee parallele che poi, infine, s'incontreranno: la prima la chiamerei linea delle forme, e rappresenta, un po' estrinsecamente, la sua evoluzione formale, e l'altra, la linea della coscienza, vuole indicare una dinamica interna del suo pensiero, della coscienza appunto. Resta evidente che questo è uno schema astratto, che tuttavia può, a mio avviso, evidenziare una separazione, uno iato, che verrà progressivamente colmandosi tra l'artista e la sua opera, nell'arco di più di quarant'anni.
Per avvicinarsi all'arte di Afro credo possa essere utile, inizialmente, creare due linee parallele che poi, infine, s'incontreranno: la prima la chiamerei linea delle forme, e rappresenta, un po' estrinsecamente, la sua evoluzione formale, e l'altra, la linea della coscienza, vuole indicare una dinamica interna del suo pensiero, della coscienza appunto. Resta evidente che questo è uno schema astratto, che tuttavia può, a mio avviso, evidenziare una separazione, uno iato, che verrà progressivamente colmandosi tra l'artista e la sua opera, nell'arco di più di quarant'anni.
La linea delle forme, mi sembra possa apparire più significativa a partire dalla seconda metà degli anni Trenta, quando Afro, giunto a Roma, era entrato a far parte della "Scuola romana", impegnata nel rinnovamento tonale della pittura, in opposizione alle forme statiche del Novecentismo.
Considerando un dipinto, giustamente molto citato, come "Autoritratto" del 1937, si può notare come nelle volute e pieghe della stoffa intorno al capo, si propaghi la curva psicologica dell'occhio penetrante: è quel sentire profondo che già entra in contatto con la realtà del quadro, la incurva e la tinge di una dimensione interiore. Questa sorta di propulsione lirica, sin dall'inizio, è presente e forte, anche se forse non ancora consapevole.
Nell'ambito di un latente espressionismo ("alla periferia dell'espressionismo"), s'insinua così un'introspezione silenziosa, mai urlata, che non disfa le forma, ma produce una piega barocca, che s'avvia verso i margini del quadro.
Ecco che la tradizione coloristica veneziana, il tonalismo romano, la compiutezza compositiva classica, apprese nell'appassionato tirocinio giovanile, subiscono un'interna modificazione, un intimo slancio della forma, che diviene il veicolo vibrante in cui comincia a mostrarsi un inedito bisogno di costruire nuove coordinate spaziali, su cui ancorare il pensiero irrequieto.
Afro è già alla ricerca delle dinamiche della superficie: è sulla linea della forma.
Contemporaneamente però, sente che ogni forma, ogni frammento della realtà, ogni cosa che occupa lo spazio, cela qualcosa che va ricercato per altre vie, per altri sentieri: è la linea della coscienza, o della "visione interiore", come l'ha chiamata Brandi.
Sulla linea della forma Afro comprende che non può non riascoltare la lezione di Cézanne. Sulla linea della coscienza guarda all'introspezione morandiana e, per comprenderle, si affida alle sue appartenenze venete, avventurandosi nei domini della luce.
La luce inonda l'immagine, smaterializza il colore, costruisce un'atmosfera diafana, in cui le immagini appaiono come attraverso una calda nebbia. E' ciò che accade in "Natura morta con birillo" e in "Natura morta con fruttiera" del 1941. Ma la progressione della forma di Afro è ormai innescata, è inarrestabile: egli sente ormai che la partita della sua vita si gioca tutta all'interno del quadrilatero magico dell'arte e ha dunque bisogno di indagare ogni angolo riposto sulla superficie, ogni forza celata, ogni ritmo, ogni approdo.
Dal 1942 è un'inedita scansione ritmica della forma che si accampa sulla superficie: in "Ritratto di Turcato" c'è un'aspirazione geometrica delle masse, è l'impronta cézanniana insomma, seppur già modificata e distorta nel prolungamento degli spigoli e nel lieve affilarsi delle forme. Accade poi qualcosa d'imprevisto: nei ritratti del '44 la tavolozza lievemente s'incupisce e prepara un' ombra, su cui giunge una luce tarda, e la forma si dilata in una ricerca di saturazione delle dinamiche della superficie. E' lo slancio interiore di Afro, che non permette alla forma di acquietarsi, anche se la forma stessa lo trattiene al suo interno: la tende, la distorce, la sforma, per poi aggrapparvisi come ad un legno in alto mare: è il procedere rapsodico delle linee.
Poi Afro riporta tutta la pittura sul piano.
Abbatte progressivamente ogni plasticità, sino ad un quadro capitale come "Natura morta con tenaglie" del 1947, in cui, in nuce, ci sono i tratti morfologici e sintattici che preparano la sua "fase cubista", ma anche la piena maturità espressiva, la fusione cioé di forma e coscienza, anche se Afro ancora non sa come conciliarle, come farle coesistere, come trasformarle nella sua vita stessa. In "Natura morta con tenaglie" mette in comune le linee del piano con quelle degli oggetti, giungendo ad identificare delle zone condivise, delle campiture nelle quali i colori non sono più fusi, ma nettamente divisi: è uno sguardo diverso, è un condensare le "solidificazioni formali del cubismo" [4], che era venuto preparando negli ultimi anni.
Al posto di una rappresentazione coerente con la percezione immediata delle cose, le presenze che cominciano ora a comparire, hanno qualcosa in più e qualcosa in meno delle cose originarie: sono divenute ormai pretesti in cui è la valenza strutturale dello spazio ad essere indagata, secondo incastri di linee rette e curve che moltiplicano i piani, colmati di un impalpabile pulviscolo atmosferico in continua variazione cromatica, a seconda del mutevole gradiente luminoso. L'artista ora, in un'attività quasi parodistica in senso musicale, ripercorre così una sua libera ed originale avventura cubista.
In dipinti come "Occhio di vetro" e "Il pianeta della fortuna", le forme si accampano centrali, nettamente separate dallo sfondo, che un trattamento cromatico disteso evidenzia come ambiente di collocamento. E' stata osservata, giustamente, un'atmosfera metafisica, anche se è abolito ogni risalto plastico o prospettico, in favore di un incastrarsi di linee rette e curve, tendenti quasi ad un gotico innalzarsi delle composizioni (come in "Ordigni" del 1948).
E' proprio il colore, intriso di una tenue luce d'alba, il legante strutturale di queste opere, ma anche l'humus che prepara nuove ondulate trasformazioni. In un'opera come "Concertino" del 1948, infatti, già l'immagine si distende orizzontalmente, si dilata, e lo sfondo viene lentamente inglobato dagli ampi slanci prodotti dalle linee curve: è ancora la curva l'elemento dinamico in cui la forma si fa gesto, mano, pensiero, artista, in una lenta progressione. Questa progressione è ripercorribile osservando i progetti su carta di "Concertino", nei quali, foglio dopo foglio, l'opera in trasformazione viene stabilizzandosi.
E' proprio nei progetti che si evidenzia chiaramente una caratteristica fondamentale della fase cubista di Afro, consistente in un procedimento di traduzione delle forme, secondo un inedito modo tonale con il quale Afro sembra cercare un punto di fusione. Ma ancora non ha raggiunto il "disvelamento" del suo essere, la "forma pura". Sta ancora facendo fluire la sua energia in circuiti chiusi perché, ancora, gli manca la consapevolezza libertaria dell'arte.
Eppure, fin d'ora, è in grado di trasformare ciò che è abituale in "disabituare", come avrebbe detto Heidegger. Ha cioé la capacità di annientare le cose dall'interno, sino a quando delle cose stesse, da ciò che ne rimane, non emerga una forma del pensiero, il suo pensiero stesso, fatto di luce e colore.
Ma da dove deriva questa capacità di Afro?
Da un innato filtrare l'esperienza nel setaccio della memoria.
Afro è un poeta. Un poeta lirico.
In "Incontro segreto" del 1950, così come poi in "Discanto" (1952), non c'è più una forma e uno sfondo, ma un'unica fittissima ritmica di linee, forme e colori, in cui, con un prodigio virtuosistico, l'artista ha ormai toccato simultaneamente tutti gli accenti strutturali della superficie. D'ora in avanti la sua potrà essere un'attività di composizione e modulazione, in cui le cose sono divenute ormai lontani simulacri, che liberano dinamiche fisiche e umani accenni. E' il quadro che conquista un respiro e un battito. Nel suo periodo cubista Afro ha oscurato la trasparenza dell'immagine, ha reso opaco lo specchio: per mai più "rappresentare una realtà di fantasmi, di sogno o di memoria esistente oltre il quadro, e di cui il quadro era specchio o tramite, ma volevo che quella realtà s'identificasse con la pitture e la pittura divenisse la realtà stessa del sentimento, non la sua rappresentazione", dirà più tardi. [5]
Riflettendoci bene, c'è un'importante affinità con la neo-avanguardia degli anni Cinquanta, nell'esigenza di liberarsi dal complesso platonico e idealista dell'aldilà dell'opera, del rimando all'idea e ad un ipotetico "mondo vero".
Se in Afro non vi sarà nulla dell'esperienza sperimentale strutturalista, né dello sforzo metalinguistica, insito nelle ricerche artistiche della neo-avanguardia, come in quelle ricerche, però, egli avrà chiaro davanti a sé il tendere verso un significato umano originario, finalmente libero dalle sudditanze dell'alienazione: non si deve dimenticare che sono questi i temi profondi di quegli anni.
Vi sono infinite vie che conducono al porto dell'essere.
Chi ha visto soltanto il lato sperimentale delle neo-avanguardie, giudicato talvolta a ragione intellettualistico e formalista, non ha compreso e forse non comprenderà mai, che nulla di così potentemente umano c'è stato nella nostra recente storia del pensiero, della musica, della letteratura, dell'arte.
E' in questo momento di maturazione e di fermento, come se tutta l'esperienza passata non avesse preparato altro, che Afro vola in America e s'incontra con gli artisti della Scuola di New York, in occasione dell'inizio della sua collaborazione con la Catherine Viviano Gallery. L'impatto che su di lui hanno le opere degli action painters e il loro modo di vivere l'arte è fortissimo. Più ancora che per gli effetti immediati sulla sua pittura, è fondamentale la condivisione umana, vissuta da Afro come rivelazione interiore.
È il momento della piena comprensione della sua vocazione, della sua strada. In America Afro trova l'ultimo elemento della sua poesia, la libertà, e non è un elemento colto dalla tradizione classica: è un catalizzatore che mette tutti gli altri elementi sullo stesso piano, al servizio della sua libertà di essere uomo.
E Per Afro essere uomo significa dipingere.
E Per Afro essere uomo significa dipingere.
A proposito degli artisti americani dirà: "(…) Si tratta di una pittura di confessione, di azione spirituale e morale che possiede un fuoco, una tensione che corrisponde come nessuna altra al nostro essere moderni, al nostro vivere di oggi. Con la loro pittura gli americani semplicemente vivono, affermano il loro essere nel mondo come coscienza di vita umana, di umana ragione. (…). [6]
L'identificazione di pittura e vita è un'acquisizione capitale per il pensiero di Afro: la conquista finalmente cosciente di un porto cui tendeva da sempre.
Di questo dato fondamentale aveva parlato con convinzione già Marco Valsecchi nel 1961, quando scriveva che "Afro allude di continuo alla realtà; ma non per travisarla in condizione letteraria o di vago poeticismo, bensì per coglierla più concretamente nel suo ampliarsi continuo nel fervore dell'esistere" [7]. Di recente, poi, Giovanni Granzotto, ne ha fatto il cardine della sua indagine critica, evidenziando il "riportare nel colore non solo la rappresentazione della vita, ma la vita stessa" [8].
Riportare la vita nel colore: così è, almeno all'inizio degli anni Cinquanta.
Poi, progressivamente, il costante inoltramento della sua ricerca, condurrà l'artista ancora più in là, fino alla conquista di un luogo nuovo: l'artista/opera, o, ma è lo stesso, la vita/opera.
Più tardi non si tratterrà più di "riportare" la vita nel colore e nel quadro, perché il quadro sarà divenuto la vita stessa: il quadro è la vita nel suo manifestarsi.
Afro si sente intimamente trasformato soprattutto dalla visione dell'opera di Gorky, che però non fa in tempo a conoscere personalmente [9]. In Gorky sente la silenziosa espressione emotiva, il senso di una profonda appartenenza perduta per sempre, eppure sognata e rievocata in una disperata interiorizzazione lirica. Ma dell'artista armeno Afro condivide certamente anche la solidità strutturale appresa da Cézanne, considerato come il portatore della purezza della forma: "I was with Cézanne for a long time", ebbe a dire Gorky.
Fu Gorky, probabilmente, il punto di contatto, il grimaldello per sintonizzare Afro con tutto il gruppo degli espressionisti astratti. La solidità strutturale, in comune con Gorky, fu il ponte per entrare in un nuovo modo d'intendere il mondo e l'arte come assoluta libertà d'espressione, che Afro condivise, anche se lui doveva tendere altrove. Del resto gli artisti si confrontano, dialogo e si comprendono per immagini. Tanti anni aveva dedicato alla forma Afro e "forma" doveva essere la prima parola in comune: così fu con Gorky, poi gli echi avrebbero fatto risuonare il resto [10].
Da Gorky Afro imparerà a lasciare emergere le sensazioni dalle forme, sensazioni, che in seguito, annienteranno ogni formalismo.
E' dopo l'esperienza americana, che Afro è ormai convinto che la "pittura cominci a sciogliersi dalla sua condizione esclusiva e vigilata di musica strumentale e provi a distendersi verso nuove modulazioni e nuove tonalità, nelle quali si annuncia la voce umana, amplificata fino a raggiungere un canto" [11]. Per "musica strumentale" il maestro friulano intende il formalismo vuoto, ma anche la sudditanza verso ogni schema prestabilito, anche verso un chiuso tradizionalismo ormai sordo al sentire profondamente umano del poeta: è "strumentale" ogni pittura intesa come ponte, o tramite, verso qualcosa che deve svelare e non è essa stessa immediato svelamento di se stessa.
Tutto ciò che è "strumentale" è un mezzo per portare altrove; ora, invece, l'altrove deve essere già un ingresso costante nel sé, nella dimensione interiore della riflessione e della meditazione, mai slegata dal mondo. Allora la "musica", la pittura, non deve essere più un supporto, un accompagnamento, asservito ad altri scopi: nelle "nuove tonalità e nuove modulazioni" deve emergere la vita, che è immediatamente canto, poesia. Siamo già entrati, improvvisamente, nell'Afro consapevole di quello che deve fare: siamo sulla linea della coscienza, ma già s'intravvede la convergenza che diverrà fusione con la linea della forma.
Così avviene la definitiva uscita da ogni suggestione cubista, ma non seguendo una palese rivoluzione dell'immagine, quanto secondo graduali processi di tensione e distensione delle linee, che vengono a creare zone di sovrapposizioni e stratificazioni.
La pittura ancora una volta s'incurva e si piega, sotto il nuovo sguardo del pittore: così è in dipinti come "Cronaca nera" del 1951, denso d'interiorità, o in "Cowboy" del 1952, in cui la forma sembra fondere nell'acidificarsi del colore. C'è il tentativo di raggiungere una comprensione immediata e complessiva delle cose, ma non sintetica, piuttosto stratificata in forma, colore e luce.
Afro vuole conquistare l'istante delle cose e ormai sa che nessun discorso o racconto potrà mai raggiungerle, così come Achille non raggiungerà mai la tartaruga nel paradosso di Zenone.
Afro sa che Achille deve divenire tartaruga.
Afro vuole divenire la sua pittura.
Solo allora avrà conquistato l'istante, in cui la "temporalità si snatura in eternità" [12].
Solo allora avrà raggiunto la "forma pura", perché la purezza ha la stessa natura dell'eterno.
È per questo che il momento culminante della sua poetica accade con l'esperienza di New York e l'incontro con Gorky, Kline, Guston, Pollock, De Kooning. Nelle opere di quegli artisti Afro ha trovato un'immediatezza espressiva ed una libertà, anche drammatica, che rappresentava l'altra faccia della cultura "mediata", della classicità pittorica italiana.
L'Espressionismo Astratto americano è il mezzo che permette a Afro di abbattere le barriere che gli avevano impedito di essere un tutt'uno con la sua mano, con il colore, con la carta, con la tela. Non sarà però un rinunciare alle appartenenze, anzi, sarà un modo per inventare una sua intima metafora poetica, come nel cantare un silenzio.
Soltanto così la classicità italiana può affiancarsi all'esperienza americana: non per mediazione dialettica, ma per coesistenza di essere e appartenere, nella conquista dell'istante.
Ma come tendere all'istante?
L'istante di Afro non sarà mai il luogo dell'impulso, ma l'accadere della memoria "ove nella certezza della forma pura le sensazioni delle cose, i simboli della realtà che mai vennero meno, tornino a scaldarsi di un sentimento dimenticato" [13].
E' nella memoria che l'artista vuole ritrovare l'originario delle cose. Sono degli anni Cinquanta, per citarne solo alcuni, dipinti come "Giardino d'infanzia" [14] (1951), "Per non dimenticare" (1952), "Ricordo d'infanzia" (1953), "Guerra ricostruzione e pace" (1954), "El sereno" (1955), "Crepuscolo d'estate" (1956), "Pietra serena" (1957), nei quali progressivamente ogni linea si è come ispessita sfumando, creando uno spazio stratificato della luce, "uno spazio che non è altro che lo spessore della memoria" [15].
Memoria dunque.
E' nella memoria che Afro trova il luogo in cui le due linee, di forma e coscienza, finalmente si fondono.
Ma, a differenza di ciò che ha inteso alcuna critica, la sua memoria è un valore culturale più che sentimentale: essa è quella stratificazione delle esperienze pienamente vissute, che rende possibile l'emersione dell'esistenza in una dimensione poetica complessiva. Del resto la memoria di Afro non può essere di matrice psicologico-sentimentale, altrimenti non avrebbe mai parlato di "pura forma". Ora "prende a farsi profonda e ansimante la spazialità del dipinto; quando il colore, fattosi interno e segreto nel manto della pittura, traluce come da un fondale, abbacinato di veli infiniti", ha scritto Fabrizio D'Amico [16].
È il potere della memoria che attraversa le cose, le trasfigura ormai, anche quelle che sono davanti agli occhi, in una percezione originaria che era dimenticata. Nelle opere di questi anni, ma con una progressione che s'inoltrerà per quasi tutto il decennio degli anni Sessanta, c'è quasi una concezione bergsoniana, per cui la memoria è "conservazione e accumulazione del passato nel presente": è il concetto della "durata", in cui, finalmente, passato e presente non sono più due momenti successivi, ma coesistono in una nuova "simultaneità" [17]. Una simile memoria produce un'inversione della pittura di Afro.
Il percorso non è dal presente verso il passato, come richiede il sentimento, ma è dal passato verso il presente, cioé dal ricordo alla percezione. Le sue opere nascono in un luogo intermedio, in cui la memoria stratificata è già colma delle cose presenti: per questo la pittura di Afro è divenuta ineluttabilmente aniconica.
Così per tutti gli anni Cinquanta è un continuo sperimentare nuove tecniche, dal collage come in "L'ottomana 5" (1957), in cui lo spazio sembra contrarsi, sino all'insorgere e al deflagrare del gesto libero che scarica il pennello, sgocciola persino. Sulla carta la matita ed anche la penna alternano, in un ritmo sincopato, le assorbite effusioni dell'acquerello, senza mai tradire le coordinate strutturali della sedimentata cartografia di Afro.
Così per tutti gli anni Cinquanta è un continuo sperimentare nuove tecniche, dal collage come in "L'ottomana 5" (1957), in cui lo spazio sembra contrarsi, sino all'insorgere e al deflagrare del gesto libero che scarica il pennello, sgocciola persino. Sulla carta la matita ed anche la penna alternano, in un ritmo sincopato, le assorbite effusioni dell'acquerello, senza mai tradire le coordinate strutturali della sedimentata cartografia di Afro.
L'azione del pittore avviene non nell'impulso, ma nell'istante in cui si focalizza la riflessione, nel silenzio che metabolizza gli eventi, per poi trasfigurarli in un timbro ed in una luce durevoli. Spesso anche nelle piccolissime carte, "composizioni in piccolo", come le ha definite D'Amico, si accalcano numerosi spunti, studi, progetti in un deleuziano divenire molteplice, in infinite variazioni, dell'unità della vita. Spesso i progetti condurranno all'olio o alla tecnica mista su tela, spesso rimarranno come appunti di un diario da ritrovare e rimeditare più avanti, magari a distanza di anni, talvolta resteranno come uniche tracce indelebili di un "dolce naufragare".
Ogni rimando figurale, che già era labile e incerto, è cancellato per sempre. Restano gli stupendi nomi dei quadri, cui raramente Afro rinuncerà, a suggerire e testimoniare un'identità, l'esistenza autonoma e inconfondibile di ogni istante in cui la vita si crea. Nascono dipinti come "L'uccello di fuoco" (1957), "Phoenix" (1958), "Terra di nessuno" (1959), "Sperlonga" (1960), "Le fosse (Sutri)" (1962), "Salomè" (1967), sino a "Colorado" (1967), nel quale il colore sembra nuovamente condensarsi in campiture più definite, più solide. C'è ora una sorta di strano ritrovamento di una dimensione plastica.
Echeggia la "Natura morta con tenaglie" di vent'anni prima. La struttura riemerge, trasfigurata ormai nella composizione di masse timbriche. E' un senso musicale che guida ora la pittura di Afro, è una melodia di timbri, sino a "Lo stemma" dedicato, non a caso, al compositore Goffredo Patrassi, maestro dei più importanti musicisti della Neue Musik italiana.
Le sovrapposizioni cromatiche tornano ad incastrarsi, a coagularsi in masse di equilibrio, come se Afro stesse giungendo sulla soglia impensabile di un progettare sculture. C'è una sorta di verticalità armonica tra le ultime opere di Afro e quelle ancora più tarde dello scontrosissimo amico Alberto Burri, che considerava Afro, lui solo, "il più grande pittore": "il più grande artista" era Burri stesso, ovviamente.
Colore e luce, infine, hanno trasceso tutte le impalcature alle quali Afro si era aggrappato, per orientarsi nelle dinamiche parallele di forma e coscienza.
Colore e luce uniti, in un'inconfondibile cifra tonale, lentamente ma inesorabilmente hanno oltrepassato tutte le tappe di un continuo rincorrersi e sfidarsi: un rincorrere ciò che all'inizio era come in un'interna lontananza ed uno sfidarsi in ciò che anno dopo anno, quadro dopo quadro, diveniva indelebilmente suo, eppure non ancora bastante, sino alla fine, sino alla definitiva fusione sulla superficie, in cui Afro non sarà soltanto l'ultimo Afro, ma sarà Afro intero, in un istante lungo tutto la vita e destinato a sopravvivergli.
E' la memoria, è la segreta profezia di "Tiresia" (1975), è la definitiva conquista del tempo:
è l'attimo dell'eternità.
[1] Da Afro, Indicazioni sulla mia pittura, testo scritto nel 1954 per il catalogo della mostra alla Viviano Gallery di New York, 1955; oggi ripubblicato in Afro, Catalogo Generale, a cura dell'Archivio Afro, Dataars, 1997, p. 393.
[2] Ha ragione G. Granzotto quando scrive che "Afro dipingeva come i classici, avendo come loro appreso il mestiere fin da giovanissimo, avendolo imbastito e raffinato nella bottega, avendo continuato ad esercitarlo con rigorosissima disciplina fino a padroneggiarlo integralmente. Ma la padronanza degli strumenti altro non era che uno dei momenti della conoscenza, un passaggio imprescindibile per poter mettere la pittura al servizio della realtà. Afro dipingeva come i classici (…), per riportare nella chiarezza, nella certezza della pittura la realtà dell'immagine, non rappresentata ma vissuta", da Afro: il traghettatore, l'innovatore, testo in catalogo della mostra a Palazzo Venezia, Roma, 2002.
[3] G. Granzotto, Tra Giorgione e Afro: una linea di luce "veneta", testo in catalogo della mostra antologica di Afro a Palazzo Regazzoni-Flangini-Biglia di Sacile, 1995, p. 14.
[4] 4 Come scrive L. Caramel, in Uno sviluppo spontaneo, nel suo elemento naturale, testo in catalogo della mostra a Palazzo Flangini-Regazzoni-Biglia, Sacile, 1995, p. 19.
[5] 5 Afro, da Pittori italiani d'oggi, Roma, 1958, p.93.
[6] 6 Dal testo di presentazione per la mostra di opere di Arsile Gorky, tenutasi alla Galleria dell'Obelisco a Roma e alla Galleria La Loggia di Bologna nel 1957; oggi in Afro, Catalogo Generale, op. Cit., p.401.
[7] 7 M. Valsecchi, Presentazione in catalogo della mostra alla galleria Blu di Milano nel 1961; oggi ripubblicato in Afro, catalogo Generale, op. Cit., p.406
[8] 8 G. Granzotto, Afro: il traghettatore, l'innovatore, testo nel catalogo della mostra a Palazzo Venezia a Roma, 2003.
[9] 9 Quando Afro giunge a New York nel 1950, Arsile Gorky è già morto da quasi due anni.
[10] 10 Del suo incontro con la pittura di Gorky Afro scriverà: "(…) una fantasia, un colore, un segno febbrile, che sono di Gorky soltanto. (…) quella pittura mi ha dato coraggio. Intrepido, emozionato, pieno d'amore (…) mi ha insegnato a cercare la mia verità senza falsi pudori (…), remore formalistiche", cfr. testo di presentazione per la mostra di Gorky, op. Cit., p.401.
[11] 11 Da Afro, Indicazioni sulla mia pittura, op. Cit., p. 393
[12] M. Bortolotto, Fase seconda. Studi sulla nuova musica, Einaudi, Torino, (1 edizione 1969), 1976, p.62.
[13] Da Afro, Indicazioni sulla mia pittura, testo scritto nel 1954 per il catalogo della mostra alla Viviano Gallery di New York nel 1955, oggi in Catalogo Generale, op. Cit., p. 393.
[14] Il cui percorso di formazione di "Giardino d'infanzia" è documentato da straordinari progetti e varianti.
[15] Da Afro, Indicazioni sulla mia pittura, op. Cit.
[16] F. D?Amico, Afro: il disegno, presentazione in catalogo della mostra alla Galleria d'Arte Moderna di Modena, 1992, p.8.
[17] L. Caramel, Uno sviluppo spontaneo, nel suo elemento naturale, op. Cit., p.19.
[1] Da Afro, Indicazioni sulla mia pittura, testo scritto nel 1954 per il catalogo della mostra alla Viviano Gallery di New York, 1955; oggi ripubblicato in Afro, Catalogo Generale, a cura dell'Archivio Afro, Dataars, 1997, p. 393.
[2] Ha ragione G. Granzotto quando scrive che "Afro dipingeva come i classici, avendo come loro appreso il mestiere fin da giovanissimo, avendolo imbastito e raffinato nella bottega, avendo continuato ad esercitarlo con rigorosissima disciplina fino a padroneggiarlo integralmente. Ma la padronanza degli strumenti altro non era che uno dei momenti della conoscenza, un passaggio imprescindibile per poter mettere la pittura al servizio della realtà. Afro dipingeva come i classici (…), per riportare nella chiarezza, nella certezza della pittura la realtà dell'immagine, non rappresentata ma vissuta", da Afro: il traghettatore, l'innovatore, testo in catalogo della mostra a Palazzo Venezia, Roma, 2002.
[3] G. Granzotto, Tra Giorgione e Afro: una linea di luce "veneta", testo in catalogo della mostra antologica di Afro a Palazzo Regazzoni-Flangini-Biglia di Sacile, 1995, p. 14.
[4] 4 Come scrive L. Caramel, in Uno sviluppo spontaneo, nel suo elemento naturale, testo in catalogo della mostra a Palazzo Flangini-Regazzoni-Biglia, Sacile, 1995, p. 19.
[5] 5 Afro, da Pittori italiani d'oggi, Roma, 1958, p.93.
[6] 6 Dal testo di presentazione per la mostra di opere di Arsile Gorky, tenutasi alla Galleria dell'Obelisco a Roma e alla Galleria La Loggia di Bologna nel 1957; oggi in Afro, Catalogo Generale, op. Cit., p.401.
[7] 7 M. Valsecchi, Presentazione in catalogo della mostra alla galleria Blu di Milano nel 1961; oggi ripubblicato in Afro, catalogo Generale, op. Cit., p.406
[8] 8 G. Granzotto, Afro: il traghettatore, l'innovatore, testo nel catalogo della mostra a Palazzo Venezia a Roma, 2003.
[9] 9 Quando Afro giunge a New York nel 1950, Arsile Gorky è già morto da quasi due anni.
[10] 10 Del suo incontro con la pittura di Gorky Afro scriverà: "(…) una fantasia, un colore, un segno febbrile, che sono di Gorky soltanto. (…) quella pittura mi ha dato coraggio. Intrepido, emozionato, pieno d'amore (…) mi ha insegnato a cercare la mia verità senza falsi pudori (…), remore formalistiche", cfr. testo di presentazione per la mostra di Gorky, op. Cit., p.401.
[11] 11 Da Afro, Indicazioni sulla mia pittura, op. Cit., p. 393
[12] M. Bortolotto, Fase seconda. Studi sulla nuova musica, Einaudi, Torino, (1 edizione 1969), 1976, p.62.
[13] Da Afro, Indicazioni sulla mia pittura, testo scritto nel 1954 per il catalogo della mostra alla Viviano Gallery di New York nel 1955, oggi in Catalogo Generale, op. Cit., p. 393.
[14] Il cui percorso di formazione di "Giardino d'infanzia" è documentato da straordinari progetti e varianti.
[15] Da Afro, Indicazioni sulla mia pittura, op. Cit.
[16] F. D?Amico, Afro: il disegno, presentazione in catalogo della mostra alla Galleria d'Arte Moderna di Modena, 1992, p.8.
[17] L. Caramel, Uno sviluppo spontaneo, nel suo elemento naturale, op. Cit., p.19.
leggi il testo su Bonalumi...
Il poetico e il quotidiano di Agostino Bonalumi
Leonardo ContiC'è una sorta di circolo tematico nella poesia di Agostino Bonalumi, in cui riaffiora una sempre rinnovata percezione del limite. Il centro, poi, attorno al quale si disegna questo circolo, è l'io dell'autore. Per questo la poesia di Bonalumi è da considerarsi eminentemente lirica. La lirica, si sa, è la voce dell'io ("lirica" è l'aggettivo di lira: da cui l'arte di suonare la lira).
Preoccupazione preliminare del poeta è trovare il luogo esatto (ma sarà possibile?), in cui puntare il compasso su cui si reggerà il circolo poetico della sua voce.
Quel luogo Bonalumi lo cerca nell’esercizio di una "ostinata" presenza critica sulla realtà, scovata da uno sguardo disincantato e giudicante. È attraverso quello sguardo che l'autore tenta l’affrancamento, per il ritaglio di un proprio profilo poetico d'autenticità, volto a far combaciare la vita e l'opera.
In un simile ostinato rigore, del resto, si potrebbe talvolta riscontrare una qualche artificiosità non risolta in canto, in emozione, ma è il prezzo che Bonalumi paga di buon grado all'acutezza del suo sguardo, asserragliato sui confini della conoscenza, estremo velario che separa il pensiero critico da quello poetico.
La coerente tenuta razionale di tutto l'impianto poetico, allora, sorge da questo bisogno di restare presente, in petto al mondo, per fulminare ogni rappresentazione illusoria, ogni inganno, anche a costo di fermarsi a un passo dallo sciogliersi del pensiero in canto. In alcuni versi di "interrogativo" si legge:
mi faccio un dovere di non farmi sorprendere
dalla visione generalmente accettata
della quale schivo i gestori
È l'uomo che emerge nel suo farsi poeta, artista, ma immerso nella vita, nella quale deve scegliere, giorno per giorno. La vita irrompe e l'artista deve tracciare una via, fatta di dure scelte, una via in cui scavare talvolta una propria solitudine, nella spessa coltre d'indifferenza e incomprensione.
Poiché quella del poeta, dell'artista, non può essere una scelta d'impulso, ché non potrebbe durare, deve sostanziarsi su un diuturno esercizio interiore, attraverso il quale riuscire a resistere di fronte al mondo, per ergersi nel mondo: per questo i versi di Bonalumi, talvolta, nel loro polito nitore concettuale, appaiono così misurati, perché è sulla via di una chiarezza interiore che l'uomo può perseverare nella sua incrollabile coerenza tematica nei pressi del limite, là dove il poeta sorge già ammantato di silenzio.
La costruzione di uno sguardo allora, rappresenta le fondamenta su cui costruire la sua poesia. Viene in mente quello che prospettava Bergson per la filosofia: scegliere un nuovo sguardo, realizzando una trasformazione della percezione abituale e, dunque, anche del proprio modo di essere.
E c’è tutto un filone della filosofia moderna che si è occupata di questo, da Wittgenstein a Heidegger a Merleau-Ponty a Jankélevitch, a Foucault, a Hadot, per citare soltanto alcune tra le personalità più importanti.
Si pensi al finale del Tractatus, in cui Wittgenstein voleva porre fine alla filosofia per lasciare spazio ad una saggezza intesa come "giusta visione del mondo”; oppure alla famosa distinzione di Heidegger tra il "si", il banale quotidiano, e l'affermazione dell'esistenza "autentica"; per non dire di Merleau-Ponty che affermava che la filosofia è reimparare a vedere il mondo; oppure alla ricerca di uno "stile" di vita nei processi di soggettivazione foucaultiani; oppure, ancora, agli "esercizi filosofici" che Hadot raccoglie dall’antichità, per farne il cardine di una possibile vita filosofica contemporanea.
Ora, mi sembra che anche in questa esperienza poetica alcuni versi e gli atti quotidiani che li sorreggono divengano come una stessa acqua, che leviga la dura pietra del tempo.
Non è di secondaria importanza, in questo senso, rileggendo le riedizioni successive di alcune tra le poesie più belle, ritrovare un lavoro di lieve modificazione dei testi, un limae labor et mora di oraziana memoria, erede della techné callimachea, che teorizzava la lunga elaborazione formale della poesia, da lasciare nel cassetto per nove anni. Questa lenta formazione dei versi è, nel nostro caso, forse un contrassegno di quella altrettanta lenta formazione della voce poetica che sorge dalla vita quotidiana. L’autore sta come uno sfondo sul quale la poesia è scritta e quasi si scrive, e agisce.
Nella poesia più antica di questa silloge, Certe strade a Manhattan (1966), l'autore trentunenne è a New York, assorto di fronte ai colori sgargianti dei manifesti pubblicitari:
dai muri sfogliano
a voli
cromie che davano vista
di promesse
poi croste di carta
dal sentore di delusione
nel vento
trasparendo l'incomposto miserere
del tutto confezionato
Ecco l'apparenza mondana già svanire, e i simboli di ciò che in quegli anni veniva chiamata reificazione "sfogliano" come "croste di carta": vacue superfici, vacue "promesse".
e per quelle strade far mercato
di un profilo sguaiato
si legge qualche verso più sotto, mettendo in risalto il mercantile di "quelle strade" di Manhattan, giudicato volgare agli occhi del poeta.
È già bene a fuoco, come si vede in questi primi versi "americani", lo sguardo disincantato, innervato di una vis critica potente, all'opera per sé e per chi avrebbe letto. Lo stile, discretamente aforistico, svela un intento lievemente psicagogico di questa poesia: sembra mettere in guardia anche il lettore. Quello mercantile sarà poi un tema ritornante, seppure sempre misurato sull'esperienza autobiografica, nella quale l'autore pare non dare tregua a se stesso e alle usanze umane, per sostenere quel ritaglio di autenticità poetica, mediante il quale riuscire a tenere il passo dentro il cerchio dell'arte. In un brano di un'altra poesia di questa raccolta, Tentando un consuntivo, si legge:
non esco dal girarmi intorno
girotondo di sette giorni
un giorno che avrò fatto odioso mercato
pesando trenta denari
o per altro da più di tre volte
che avrà cantato il gallo
sei giorni che fui io un cristo
il quieto dirsi d’acqua del Cedron
sguaiato vociare
di venditori di convenienze
cui appendere l’anima
Anche in questi versi, come si vede, il tema "mercantile" ritorna identico, seppur in ben altro ambito, persino con una stessa parola, dove lo "sguaiato vociare" pare aderire perfettamente al "profilo sguaiato" di New York.
Tuttavia mi sembra che in questa poesia appaia anche il contrassegno, seppure mascherato, del tema centrale della ricerca poetica di Bonalumi: il limite. In questi versi il poeta menziona il Cedron che, nella tradizione cristiana, è a Gerusalemme il torrente dell'orrore e dell'iniquità e perciò luogo limite, bordo del sacro, passaggio necessario per l'Orto degli ulivi. Credo che questa immagine sacra sveli proprio la grande tematica trans-poetica del limite, a cui Bonalumi ha dedicato molta parte della sua vita creativa.
Può non essere inutile considerare che in un campione di cinquanta poesie, raccolte da tre pubblicazioni, la nozione di limite, in molteplici accezioni, ha più di cinquanta occorrenze, più di una di media. Sarebbe forse interessante mostrarne un inventario dettagliato, ma non c'è lo spazio e, del resto, è una traccia che ognuno può seguire da sé. Di là dalle statistiche, comunque, il lavoro sul "limite", nelle sue molteplici accezioni e sfumature, è costantemente presente tra i versi e nei versi: è pensato, sfiorato, evocato nella sua elusività, e non soltanto come fine cui tendere, ma come mezzo per poetare.
Ecco, forse, trasparire un segreto: il limite inteso come fine e strumento della poesia.
Sul concetto di limite Bonalumi ha aperto un personale orizzonte su cui si stagliano i due momenti "difficili" della sua ricerca: il "difficile cogliersi" e il "difficile esserci" si accampano come pietre miliari di questa poesia.
Quando poi questi due momenti si avvicinano sino quasi a sovrapporsi, i versi di Bonalumi colgono spesso immagini sintetiche, in cui, trascesa ogni analisi, "si presenta un complesso intellettuale e emotivo in un istante di tempo", come auspicava Pound per la grande poesia.
Sul concetto di limite Bonalumi ha aperto un personale orizzonte su cui si stagliano i due momenti "difficili" della sua ricerca: il "difficile cogliersi" e il "difficile esserci" si accampano come pietre miliari di questa poesia.
Quando poi questi due momenti si avvicinano sino quasi a sovrapporsi, i versi di Bonalumi colgono spesso immagini sintetiche, in cui, trascesa ogni analisi, "si presenta un complesso intellettuale e emotivo in un istante di tempo", come auspicava Pound per la grande poesia.
Allora la razionalità ferrea e le sue inferenze paiono sciogliersi in canto.
In alcuni di questi momenti la poesia sembra divenire persino "ermetica", eppure è qui che si fa più potente una trattenuta quanto sincera intimità.
Non ci si deve accanire nella ricerca dei nessi che tengono i versi, o taluni grappoli di versi, perché quei frutti vanno colti così, come si presentano, nel loro raggrumasi o dileguarsi sino alla superficie rugosa della carta, limite fisico d'immanenza, che intercetta un'altra immanenza, quella dell'emozione poetica. Trasportata da quelle immagini anche la presenza dell'autore, che era parsa talvolta ingombrante, si fa da parte, perché ormai è anch'egli sul limite esterno di un circolo in cui si accampa l'esperienza lirica, come in alcuni versi della poesia che s'intitola proprio l'io:
soltanto disordine
è il risuono che mi sfiora
e contraddizione
le due parti che un attimo
sono stato
In un’altra poesia di questo volume, Insonnia, poesia rapsodica, le sincopi rappresentano i momenti di caduta e ripresa della coscienza del poeta, che resta come accavallata sul limite quotidiano che separa la veglia dal sonno. Bonalumi che scrive non può che sbilanciarsi poeticamente al di qua, affinché qualcosa resti sulla carta come traccia, seppur debolmente ormeggiato, lasche ormai le cime dell'approdo al porto della razionalità. Ecco che quel circolo che la poesia era venuta disegnando intorno all'io del poeta, appare ora più evanescente, proteso verso un fuori tangibile e speculare di sé, già silenzio sfiorato da levigate parole.
Se Bonalumi aveva così spesso tentato l'ultimo velo, quasi di luce, in cui parola e silenzio si toccano, è in Insonnia, qui intesa come esperienza trattenuta di un passaggio di cui resta la metà di una "notte trasfigurata", è in "questa insonnia", che il poeta, in un rarefatto esercizio quasi joyciano, si ritrova a scegliere, ancora una volta, il persistente e personale impegno su una quotidianità su cui non molla la presa: il biglietto del treno, la data della mostra, i colori e le intuizioni creative dell'artista, la "piccola Matilde", Mallarmé e lo sferzante sguardo sulla cronaca e politica e giudiziaria e violenta, che non può restare fuori da questi versi, perché è lì che il poeta resiste e sceglie, sia pur già in presenza di un "vago avviso/di confine/di me/…e questa insonnia/…/…se era noia/è l'uomo che muore".
soltanto disordine
è il risuono che mi sfiora
e contraddizione
le due parti che un attimo
sono stato
In un’altra poesia di questo volume, Insonnia, poesia rapsodica, le sincopi rappresentano i momenti di caduta e ripresa della coscienza del poeta, che resta come accavallata sul limite quotidiano che separa la veglia dal sonno. Bonalumi che scrive non può che sbilanciarsi poeticamente al di qua, affinché qualcosa resti sulla carta come traccia, seppur debolmente ormeggiato, lasche ormai le cime dell'approdo al porto della razionalità. Ecco che quel circolo che la poesia era venuta disegnando intorno all'io del poeta, appare ora più evanescente, proteso verso un fuori tangibile e speculare di sé, già silenzio sfiorato da levigate parole.
Se Bonalumi aveva così spesso tentato l'ultimo velo, quasi di luce, in cui parola e silenzio si toccano, è in Insonnia, qui intesa come esperienza trattenuta di un passaggio di cui resta la metà di una "notte trasfigurata", è in "questa insonnia", che il poeta, in un rarefatto esercizio quasi joyciano, si ritrova a scegliere, ancora una volta, il persistente e personale impegno su una quotidianità su cui non molla la presa: il biglietto del treno, la data della mostra, i colori e le intuizioni creative dell'artista, la "piccola Matilde", Mallarmé e lo sferzante sguardo sulla cronaca e politica e giudiziaria e violenta, che non può restare fuori da questi versi, perché è lì che il poeta resiste e sceglie, sia pur già in presenza di un "vago avviso/di confine/di me/…e questa insonnia/…/…se era noia/è l'uomo che muore".
Sulla soglia notturna, in cui la coscienza viene spegnendosi, ecco ridestarsi e risorgere l'orgogliosa dignità dell'uomo che sperimenta il mondo, perché l'uomo, come il poeta, continua ad essere mescolato al mondo, alla praxis, e da lì continuamente deve ricominciare.
Nella poesia di Bonalumi non traspare mai "lo sconforto che cade, come un'ombra lunga sulla pagina bianca", spesso presente nella lirica di ogni tempo, anzi, in queste pagine è proprio una sorta di orgoglio creativo a imporsi. La poesia finisce per ruotare incessantemente intorno a quel luogo autoriale, che non lascia la presa, nonostante tenti di aprirsi su orizzonti inafferrabili. In alcuni versi pieni di orgoglio Bonalumi scrive (in seguitai come a me piaceva):
…non dissi che si sbagliavano
i molti volenterosi
soccorrevoli dell’avvertimento
che con più profitto
si possono vedere cose
che davvero sono
né corsi ad acquistare indulgenze
nella loro bottega
ma seguitai come a me piaceva
Come non ricordare il Marco Aurelio dei "Pensieri" in cui si legge: "Ricordati che il principio direttivo diviene invincibile quando, raccolto in se stesso, si contenta di non fare ciò che non vuole, anche se questa resistenza è irrazionale" (VIII, 48).
È questa la natura quasi paradossale della poesia di Bonalumi: la presenza apparentemente granitica dell'autore che si misura con la propria incapacità di cogliersi e il tentativo di varcare il limite che separa (o unisce?) il poeta e il poetare. È per questo che le due "difficoltà" di Bonalumi, che abbiamo già incontrato, il "difficile cogliersi" e il "difficile esserci", mi sembra funzionino come un dittico cardine, il luogo circolare disegnato dalla sua poesia.
Nella poesia di Bonalumi non traspare mai "lo sconforto che cade, come un'ombra lunga sulla pagina bianca", spesso presente nella lirica di ogni tempo, anzi, in queste pagine è proprio una sorta di orgoglio creativo a imporsi. La poesia finisce per ruotare incessantemente intorno a quel luogo autoriale, che non lascia la presa, nonostante tenti di aprirsi su orizzonti inafferrabili. In alcuni versi pieni di orgoglio Bonalumi scrive (in seguitai come a me piaceva):
…non dissi che si sbagliavano
i molti volenterosi
soccorrevoli dell’avvertimento
che con più profitto
si possono vedere cose
che davvero sono
né corsi ad acquistare indulgenze
nella loro bottega
ma seguitai come a me piaceva
Come non ricordare il Marco Aurelio dei "Pensieri" in cui si legge: "Ricordati che il principio direttivo diviene invincibile quando, raccolto in se stesso, si contenta di non fare ciò che non vuole, anche se questa resistenza è irrazionale" (VIII, 48).
È questa la natura quasi paradossale della poesia di Bonalumi: la presenza apparentemente granitica dell'autore che si misura con la propria incapacità di cogliersi e il tentativo di varcare il limite che separa (o unisce?) il poeta e il poetare. È per questo che le due "difficoltà" di Bonalumi, che abbiamo già incontrato, il "difficile cogliersi" e il "difficile esserci", mi sembra funzionino come un dittico cardine, il luogo circolare disegnato dalla sua poesia.
L'esserci, ancora una volta, si mostra sul piano della prassi: sono le scelte che ne sostanziano la tenuta, è il "difficile esserci", profilo precario dell'uomo che si fa poeta. Il poeta, poi, nel tentativo del "difficile cogliersi", si ritrova, ritornante, sullo stesso piano, nell'emersione di una vita divenuta poetica.
Rilke è il nume tutelare su questa via. Nei consigli al giovane poeta Franz Xaver Kappus, aveva formulato in modo straordinario questa coincidenza tra la poesia e un certo modo di vivere del poeta: "Non ricerchi ora le risposte, che non possono esserle date perché non le potrebbe vivere" [1]. Ed è lo stesso Rilke delle Elegie duinesi, che si affaccia sulla duplice "difficile" soglia, quando in un verso, che non si riesce a smettere di ripetersi, scrive che "per noi sentire è svanire" (II, 18), in cui esserci e cogliersi aprono una breccia nel tempo, nella quale la poesia è divenuta esperienza collettiva ("per noi").
È possibile aggirarsi nei pressi dei bordi del linguaggio, della parola, del “sentire”, per cercare di toccare quei bordi? Riuscirci non sarebbe come toccare il pensiero? C'è una lunga linea poetica che da Mallarmé a Rilke, a Pound, a Jabés, a Char, si è inoltrata in questi territori, ed è lì che talvolta anche Bonalumi tenta il passo. Sapendo bene che per aggirarsi nei pressi dei limiti della parola, usando la parola stessa, si deve imparare a muoversi dentro un circolo vizioso, come avrebbe detto Heidegger, perché "ognuno dei passi che arrischiamo fa circolo in questo circolo" [2]. È proprio all'interno di questo circolo che emerge una predisposizione importante di Bonalumi, un’attitudine poetica che si potrebbe definire “tattile”. In due versi importanti si legge:
il dirupo notturno
carezza del giorno [3]
Si può notare come i due antonimi siano messi proprio in un contatto tattile: la percezione accade in un sapere delle mani, la “carezza”. Ritornerà spesso questa percezione di una superficialità poetica da tentare con la mano, di certo emanazione della ricerca artistica dell'autore. È in questo tentativo fisico del toccare, che il poeta si protende generosamente, per uscire dalla circolarità chiusa delle parole. Sono numerose le occorrenze anche di questa “strategia”, attraverso la quale Bonalumi cerca di rendere la parola una superficie tattile del pensiero:
quasi toccando il pensiero pensarsi
scrive in sul limite e ancora, in difficile cogliersi:
la mente che forzava toccarsi
adesso si scriveva
Anche il visibile, poi, così familiare a Bonalumi, frequenta la tattilità poetica dei suoi versi:
per la punta di un attimo
sfioro il guardare [4]
e ancora:
contro il fondale spento
delle visioni accarezzate [5]
persino l'udibile entra in questa tattilità, in l'io:
è il risuono che mi sfiora
e contraddizione
le due parti che un attimo
sono stato
In questa sorta di fisicità del pensiero [6], strano ossimoro, appare molta poesia di Bonalumi, quasi traccia frenata sulla carta di un vano tocco, vano come l'abbraccio dantesco dell'ombra di Casella [7].
Sembra persino di sentirla scivolare la penna sull'inchiostro-ombra, in alcuni tra i versi più mirabili:
al richiamo di un pezzo di carta
che scricchiola inchiostro
di parole a perdere
esco dall'inseguire
un bisbiglio di spettri
tra le pieghe dell'aria
degni forse di uno tra i maggiori poeti del Novecento, René Char, quando scriveva: "alleggerito della paura degli uomini / scavo nell'aria la mia tomba e il mio ritorno" [8].
[1] Rainer M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Arnoldo Mondadori, 1994, p. 57.
[2] M. Heidegger, L'origine dell'opera d'arte, in Sentieri Interrotti, 1968, traduzione di Pietro Chiodi.
[3] Dalla poesia non in questo volume, primo mattino, in è stato un nulla, Book Editore, 2008, p.13.
[4] Dalla poesia non in questo volume, sulla punta di un attimo, in è stato un nulla, op. Cit., p.61.
[5] Dalla poesia non in questo volume, ancora che il cielo, nel libro
È possibile aggirarsi nei pressi dei bordi del linguaggio, della parola, del “sentire”, per cercare di toccare quei bordi? Riuscirci non sarebbe come toccare il pensiero? C'è una lunga linea poetica che da Mallarmé a Rilke, a Pound, a Jabés, a Char, si è inoltrata in questi territori, ed è lì che talvolta anche Bonalumi tenta il passo. Sapendo bene che per aggirarsi nei pressi dei limiti della parola, usando la parola stessa, si deve imparare a muoversi dentro un circolo vizioso, come avrebbe detto Heidegger, perché "ognuno dei passi che arrischiamo fa circolo in questo circolo" [2]. È proprio all'interno di questo circolo che emerge una predisposizione importante di Bonalumi, un’attitudine poetica che si potrebbe definire “tattile”. In due versi importanti si legge:
il dirupo notturno
carezza del giorno [3]
Si può notare come i due antonimi siano messi proprio in un contatto tattile: la percezione accade in un sapere delle mani, la “carezza”. Ritornerà spesso questa percezione di una superficialità poetica da tentare con la mano, di certo emanazione della ricerca artistica dell'autore. È in questo tentativo fisico del toccare, che il poeta si protende generosamente, per uscire dalla circolarità chiusa delle parole. Sono numerose le occorrenze anche di questa “strategia”, attraverso la quale Bonalumi cerca di rendere la parola una superficie tattile del pensiero:
quasi toccando il pensiero pensarsi
scrive in sul limite e ancora, in difficile cogliersi:
la mente che forzava toccarsi
adesso si scriveva
Anche il visibile, poi, così familiare a Bonalumi, frequenta la tattilità poetica dei suoi versi:
per la punta di un attimo
sfioro il guardare [4]
e ancora:
contro il fondale spento
delle visioni accarezzate [5]
persino l'udibile entra in questa tattilità, in l'io:
è il risuono che mi sfiora
e contraddizione
le due parti che un attimo
sono stato
In questa sorta di fisicità del pensiero [6], strano ossimoro, appare molta poesia di Bonalumi, quasi traccia frenata sulla carta di un vano tocco, vano come l'abbraccio dantesco dell'ombra di Casella [7].
Sembra persino di sentirla scivolare la penna sull'inchiostro-ombra, in alcuni tra i versi più mirabili:
al richiamo di un pezzo di carta
che scricchiola inchiostro
di parole a perdere
esco dall'inseguire
un bisbiglio di spettri
tra le pieghe dell'aria
degni forse di uno tra i maggiori poeti del Novecento, René Char, quando scriveva: "alleggerito della paura degli uomini / scavo nell'aria la mia tomba e il mio ritorno" [8].
[1] Rainer M. Rilke, Lettere a un giovane poeta, Arnoldo Mondadori, 1994, p. 57.
[2] M. Heidegger, L'origine dell'opera d'arte, in Sentieri Interrotti, 1968, traduzione di Pietro Chiodi.
[3] Dalla poesia non in questo volume, primo mattino, in è stato un nulla, Book Editore, 2008, p.13.
[4] Dalla poesia non in questo volume, sulla punta di un attimo, in è stato un nulla, op. Cit., p.61.
[5] Dalla poesia non in questo volume, ancora che il cielo, nel libro
Difficile cogliersi, Edizioni Il Bulino, 2002, p. 27.
[6] Già Louis Lavelle aveva scritto che "il linguaggio è il corpo del pensiero", in La parola e la scrittura, Marsilio, 2004, p.31.
[7] Purgatorio, Canto II, vv. 76-81.
[8] R. Char, Predecessore, in Ritorno Sopramonte, 1974, traduzione di Vittorio Sereni, 1974, p.57.
[8] R. Char, Predecessore, in Ritorno Sopramonte, 1974, traduzione di Vittorio Sereni, 1974, p.57.

Marco Casentini. All around
Leonardo Conti
Leonardo Conti
Introduzione critica in catalogo del Premio Poeti e Artisti Liguri nel Mondo 2010
a cura di Pia Spagiari
sangiorgioeditrice 2010

Ben Ormenese. Per un instabile equilibrio
Leonardo Conti
testo nel volume della mostra
Ben Ormenese. Per un instabile equilibrio, Palazzo Ragazzoni-Flangini-Biglia. Sacile
a cura di G. Granzotto e L. Conti
Verso l'Arte Edizioni 2009

Alberto Biasi. Vedere in dubbio
Leonardo Conti
Leonardo Conti
con il libro di Fernando Picenni. Pensieri
testo nel volume della collana Sorvoli - quaderni di arte e poesia
PoliArt Sorvoli 2009
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Leonardo Conti
Mi ha sempre colpito la definizione di Alberto Biasi come artista esclusivamente “cinetico”.
E l’immancabile arrivo di qualche “ultimo arrivato” che, finalmente, cerca l’opera cinetica di Biasi: “…ma quelle dei primi anni Sessanta, magari firmata Biasi del gruppo Enne”.
Ben arrivato e ben arrivati anche voi, fini intenditori! Vi aspettavamo, per avere le vostre lezioni di certezze, noi che non abbiamo collezionato altro che dubbi.
Ha certamente senso continuare a parlare dell’Alberto Biasi cinetico, quello già sui libri di storia, nonostante le lacune: sì, quelli su cui si cercano le rassicurazioni, là in mezzo agli altri, cinetici e programmati compresi, che Biasi può a buon diritto, tutti, rappresentare.
Ma ci piacerebbe anche lasciare per un attimo quei libri in mano a tutti i novelli e fini intenditori (pare di sentirli bisbigliare: “Questo c’è, questo c’è, questo c’è…”).

Abbiamo un desiderio particolare: osservare anche ciò che l’artista fa oggi, per comprendere, se c’è, una sua viva portata nel contemporaneo.
Cosa sta succedendo nel mondo intorno a noi? Le opere attuali di Biasi ci aiutano a comprenderlo? Siamo certi che queste siano domande lecite per chi vive il presente, e di presente.
L’attualità di Alberto Biasi, si sa, è negli Assemblaggi, e ciò che accade in queste opere, è qualcosa di assai diverso dal cinetismo, bisognerà cominciare a rendersene conto.
Gli Assemblaggi non rappresentano né l’eredità né l’attualità dell’arte cinetica.
So che questo forse sarà un argomento un po’ ostico da digerire per alcuni, tra critici, storici, intenditori, galleristi e collezionisti, convinti di avere ormai incasellato Alberto Biasi al posto giusto, nella libreria della “storicizzata” storia dell’arte.
Ora, per non doverci occupare in un lontano futuro di archeologia, nel senso di Michel Foucault, che vada a cercare il luogo in cui ciò-che-si-ricorda e ciò-che-si-dimentica si separano, sarà bene disseminare oggi degli indizi, in grado di strappare Alberto Biasi alla forza gravitazionale dello “storicizzato”, che lo colloca “soltanto” tra i fondatori e maestri del cinetismo internazionale, perdendo non poco.
Ora, per non doverci occupare in un lontano futuro di archeologia, nel senso di Michel Foucault, che vada a cercare il luogo in cui ciò-che-si-ricorda e ciò-che-si-dimentica si separano, sarà bene disseminare oggi degli indizi, in grado di strappare Alberto Biasi alla forza gravitazionale dello “storicizzato”, che lo colloca “soltanto” tra i fondatori e maestri del cinetismo internazionale, perdendo non poco.
Resta evidente che la storia e ciò che rappresenta non è un problema: il problema è l’uso che si fa delle parole, quando esse diventano vuote o strumentali. E sono convinto che proprio la qualificazione di “storicizzato”, serva oggi più allo spettacolo dell’arte, che alla comprensione dell’arte, perché anche la storia, quando diviene consenso, finisce per impoverire irreparabilmente le problematiche che la sorreggono.
Ma osserviamo poche parole e le logiche che rappresentano, seppure in modo forse troppo schematico. Gli attuali metodi della “storicizzazione” dell’arte contemporanea, sono volti a certificarne la presunta “qualità”, si sa, e sono in gran parte fondati su processi di ratifica istituzionale: il museo è il luogo in cui l’arte diventa storia e il libro, con il marchio del museo, è l’informazione da veicolare, secondo le molteplici gradazioni economiche di efficienza della comunicazione. Anche i critici d’arte, poi, sono parte del processo, scelti spesso per autorevolezza istituzionale, più che per quello che realmente scrivono, o dicono.
“Ratifica istituzionale” e “comunicazione” possono essere dunque considerati come acceleratori dell’attuale “storicizzazione” artistica. Anche i fenomeni di “democratizzazione” del gusto, poi, veicolati dalla propaganda, divengono soltanto apparenti, perchè ogni condizionamento è volto alla produzione di consenso, quindi alla trasformazione dell’opera in marchio, in brand, annacquando e disattivando quasi completamente ogni approccio conoscitivo all’arte. Non sembra di parlare di qualsiasi prodotto del mercato, da quello politico berlusconiano attuale a scendere? Lo scenario è preoccupante? Sì, ma forse non più che in altre epoche. Lo scenario dell’attuale “arte comunicata” non è più preoccupante di quanto non potesse esserlo quello dell’arte di “committenza”, religiosa o meno.

Può però divenire molto preoccupante, se non ci si procurano individuali strumenti critici, per un’interrogazione consapevole dell’opera d’arte. E della realtà? È forse questa, ancora una volta, la discriminante della contemporaneità: la libera attività critica. Per non lasciarsi ridurre in uno stato di “minorità”, come avrebbe detto Immanuel Kant, nel quale la valutazione di un’opera è delegata a processi a lei esterni, fondati, nel nostro caso, su “storicizzazione” e “consenso”.
Esercitarsi ad affrontare direttamente le opere, domandare criticamente, abitare i luoghi imprevisti delle emozioni suscitate da ciò che credevamo sgradevole, e poi cercare la condivisione delle eventuali conquiste, sono attività che generano comportamenti: in questo senso Ludwig Wittgenstein parlava della filosofia, considerandola un’attività e non una dottrina.
Anche all’arte bisogna chiedere altrettanto. Sono certo che questa attività, fondata sul rapporto diretto e appassionato con le opere, possa lentamente decostruire il condizionamento, la dottrina, il consenso, generando un giudizio di gusto consapevole.
In un tale scenario la rivoluzione nell’arte dovrà, più che mai, essere affidata a coloro che visitano le mostre, che mettono sotto scacco i libri d’arte, che interrogano le opere. E per “rivoluzione” intendo il contrasto di ogni tentativo di ingerenza, da parte di chi cerca di imporre giudizi acritici, e questo può accadere soltanto mettendone a nudo le logiche e i metodi, e trasformando i giudizi, per quanto personali, in consapevoli e libere scelte. Proprio come scriveva Kant nel 1784, nel suo famoso saggio Was ist Aufklärung?, ancora oggi si tratta di uscire volontariamente da quel diffuso stato di “minorità”, nel quale deleghiamo altri per le nostre scelte e i nostri comportamenti.
I contenuti fondanti dell’attualità dell’arte, credo possano e debbano emergere, quando ci sono, attraverso l’attività critica, che è sempre movimento di pensiero e confronto tra pensieri: è forse questa la soglia della “contemporaneizzazione” dell’arte, posta ad una distanza incalcolabile da ogni consenso storicizzato, da ogni immobilismo di pensiero. Non ripetere acriticamente le opinioni degli altri, ma costruire un proprio punto di vista responsabile: non è questa una missione secondaria dell’arte. Penso proprio che di questo debba occuparsi la “cura” dell’arte, da parte degli studiosi, degli organizzatori e di tutti gli appassionati, di fronte a tanto contemporaneo per il quale, purtroppo, già è cominciato l’accanimento terapeutico.
I contenuti fondanti dell’attualità dell’arte, credo possano e debbano emergere, quando ci sono, attraverso l’attività critica, che è sempre movimento di pensiero e confronto tra pensieri: è forse questa la soglia della “contemporaneizzazione” dell’arte, posta ad una distanza incalcolabile da ogni consenso storicizzato, da ogni immobilismo di pensiero. Non ripetere acriticamente le opinioni degli altri, ma costruire un proprio punto di vista responsabile: non è questa una missione secondaria dell’arte. Penso proprio che di questo debba occuparsi la “cura” dell’arte, da parte degli studiosi, degli organizzatori e di tutti gli appassionati, di fronte a tanto contemporaneo per il quale, purtroppo, già è cominciato l’accanimento terapeutico.
Di fronte ad ogni sguardo vivo, interrogante, ogni opera autenticamente contemporanea produce un innesco del pensiero: l’opera vive in quello sguardo e in quel pensiero che la innesca, indipendentemente da ogni considerazione di valore commerciale.
L’arte si serve degli speculatori, talvolta arricchisce i furbi (quelli ci provano con tutto), ma avranno avuto per le mani misteri, magari per generazioni, per loro inconoscibili.
Sono certo che per comprendere davvero una grande opera d’arte, bisogna essere pronti a cambiare vita, ogni giorno un po’, impercettibilmente forse, ma in modo sempre più irreversibile.
Sapendo che una nostra certezza potrebbe essere un limite di fronte all’opera d’arte, se non abbiamo la pazienza d’imparare il suo inedito linguaggio, il senso imprevisto che la sua esperienza ci procura. In questo senso credo sia importante non dimenticare la straordinaria considerazione di Marcel Proust, secondo il quale i bei libri sono scritti in una specie di lingua straniera. La “lingua straniera” è forse una lingua uscita di sé, una lingua in grado di scardinare le catene che la trattengono all’interno di una diffusa riconoscibilità, una lingua che introduce, appunto, in prospettive inesplorate del senso.
Un fenomeno simile mi sembra che accada di fronte ai diversi cicli delle opere di Alberto Biasi.
Nell’arte cinetica, l’opera faceva esperienza del fuori di sé, nel suo divenire molteplice nello sguardo del fruitore. La temporalità ne era la connessione. Perché l’esperienza cinetica è un evento complesso, che lega l’opera al suo osservatore, così come l’esperienza musicale è un evento che si realizza nella fusione di composizione ed esecuzione.
Un fenomeno simile mi sembra che accada di fronte ai diversi cicli delle opere di Alberto Biasi.
Nell’arte cinetica, l’opera faceva esperienza del fuori di sé, nel suo divenire molteplice nello sguardo del fruitore. La temporalità ne era la connessione. Perché l’esperienza cinetica è un evento complesso, che lega l’opera al suo osservatore, così come l’esperienza musicale è un evento che si realizza nella fusione di composizione ed esecuzione.
La mutevolezza percettiva è uno scardinamento dello sguardo dal suo legame con l’apparente univocità delle cose. Per questo l’immissione del tempo come processo è così importante: perché è indispensabile, come minimo, una scansione binaria del tempo, per percepire l’opera cinetica: la fotografia, ad esempio, come scatto singolo, univoco, ne nasconde la percezione. È ridicolo, in senso esplicativo, il catalogo fotografico delle opere cinetiche. È necessaria la sovrapposizione di almeno due sguardi diversi per vedere un’opera cinetica: così avviene l’ingresso del processo temporale nell’opera d’arte, che trasforma la contemplazione passiva in fruizione partecipativa.
L’arte cinetica costruisce un’immagine-macchina, un’immagine-tempo, per usare un linguaggio deleuziano: è per questo che si può parlare di un passaggio dalla forma al divenire; è per questo che si può parlare del passaggio dalla cosa all’evento. La percezione di un evento, infatti, è sempre più complessa di quella della cosa, perché prevede la condivisione del tempo. Il fatto (ciò che è già fatto) è sostituito dall’atto (ciò che si sta facendo), nella coincidenza di un tempo comune. Nel cinetismo, attraverso il tempo, si attua una fusione tra opera e fruitore; in ogni opera cinetica, di cui Alberto Biasi è stato uno dei principali fondatori, sia essa virtuale che reale, sono rintracciabili, come in una dimostrazione scientifica, i diversi stadi del processo temporale su cui è costruita. È cioè possibile l’estrazione del tempo attraverso la sua misurabilità.
Ora, negli Assemblaggi questa estrazione non è più possibile, perché l’assemblaggio è un’immagine-pensiero, in cui il tempo è divenuto una dimensione esistenziale, eccede ogni misurabilità: il tempo è come passato attraverso lo spessore del pensiero. Vediamo perché.
Per realizzare questo passaggio, Biasi fa deragliare l’opera al di fuori dei suoi ambiti abituali del quadro: c’è forse tutta un’ipocrita identità locale che deraglia nell’assemblaggio.

Osserviamo ora la nascita di un assemblaggio.
Appare una tela. Una tela bianca contiene le innumerabili possibilità della pittura. Un’altra tela bianca. Uguale alla prima: è una controfigura, il ritorno dell’identico, è il riproporsi dell’innumerabile. E così via, teoricamente ad infinitum: una tela, un’altra tela, un’altra tela… C’è una ripetizione, una serialità, che forse prepara l’avvento della pittura, dell’arte. In ogni identico esemplare c’è una possibilità di pittura.
Ma poi c’è anche un fuori, rispetto alla serialità delle tele: è il pensiero dell’artista. Il pensiero è un movimento incessante, è il divenire, è una costante prospettiva di fuga rispetto alle cose, e talvolta si materializza in nuove cose, sul non visto, sul non detto. C’è una segreta alchimia nel pensiero.
Dove eravamo rimasti? Nello studio: Alberto Biasi accosta due tele, possiamo ripeterne il gesto con la mente. Una tela. Un’altra tela. Una ripetizione e una differenza: una striscia di spazio tra le tele vicine, un inedito luogo. Avvicinando le tele l’artista comprende che quel luogo che le separa, quel reciproco fuori, può essere ciò che le aggrega, le tiene, le avvinghia. È sempre un fuori che ci tiene. Ecco un evento del pensiero, il suo, il nostro. Unite da quello spazio fuori di loro, oltre i bordi, non sono più due tele, non sono più due identità divise, sono un’unica opera, assemblata. E quella striscia di spazio in mezzo è divenuta il -con-: è proprio il fuori che le unisce. Una strana identità è questa, un’identità plurale, e il –con-? è singolare. L’assemblaggio è l’accesso a un’origine singolare-plurale.
Non so neppure se abbia senso parlare di ciò che si vede in queste opere di Biasi. Così come non so se abbia senso parlare soltanto di ciò che si dice nell’opera letteraria. La scrittura si materializza nello sguardo, ha i suoi colori, le sue forme. L’immagine è un processo di pensiero, ha le sue parole, i sui suoni. Beckett voleva fare dei buchi nel linguaggio, per riuscire a vedere attraverso, dietro al linguaggio.
Biasi costruisce una relazione visiva per pensarci in mezzo: pensare in mezzo a un assemblaggio. Pensare l’essere fuori, un fuori che è un essere tra, che calamita, che tiene. È l’essenza della relazione.
Esiste ancora, certo, la mutevolezza cinetica, nel mezzo, ma è ora un ingrediente, un particolare, in uno sguardo complessivo: lo sguardo, ora, non può non concentrarsi sul divenire dell’opera, sulla sua inedita propensione ad aggregare tele. E a riconquistare la pittura proprio su quell’antico territorio dell’arte, la tela, ma ormai consapevole del fuori. Ciò che traccia, che segna e dipinge le superfici, l’ombra che le tinge, è il tempo snaturato, l’orologio senza lancette, passato attraverso il pensiero, approdato sulla landa che la pittura aveva lasciato desolata.
L’assemblaggio è un dispositivo, che afferra in un istante la scintilla del divenire. Ciò che l’arte contemporanea aveva perso, nel controllo ontologico della cosa, lo può ora guadagnare nella consapevolezza delle possibilità di aggregazione del pensiero. C’è qualcosa di più attuale, oggi, nell’arte?

L'attualità dell'avvenire
Leonardo Conti
testo nel volume della mostra
Paolo Conti. Nonsoloferro, Museo MAGI, Pieve di Cento (Bo)
a cura di V. Coen
Vanillaedizioni 2009
Leggi il testo...
L’attualità dell’avvenire.
Leonardo Conti
Leonardo Conti
Vorrei fare alcune brevi e forse un po’ anomale considerazioni su Paolo Conti, così indissolubilmente mescolato all’arte.
Una premessa.
Sono consapevole della mia posizione scomoda, posizione di figlio, alla quale non è concesso il beneficio della credibilità. Per questa volta me ne darò pace e, anzi, dal momento che sono proprio io l’estensore di queste annotazioni, avviso gli amici (e i malevoli), che il destinatario è soprattutto lui, Paolo Conti; e poi tutti coloro che vorranno esercitarsi un po’ nella difficile arte del padre e del figlio, del maestro e dell’allievo.
Un avvertimento preliminare: sarebbe avventato chi volesse, da subito, collocarsi stabilmente in una di queste posizioni.
A chi poi chiederà: “Perché un discorso proprio sul padre?”, si risponderà che non abbiamo fatto altro che cercare di liberare i discorsi degli altri, dei figli.
Quasi una critica d’arte.
L’erosione di ogni inutile apparenza è all’origine dell’ultimo ciclo creativo di Paolo Conti? Credo possa essere un’interpretazione pertinente. Erosioni, del resto, è anche il nome collettivo di queste opere. Continuano lentamente ad uscire dallo studio, insieme ai Frammenti, ai Prigionieri nello spazio e ai Cerchi, opere sulle quali è assorto negli ultimi anni. Sono convinto che questi tre cicli siano strettamente correlati. Erosioni e Prigionieri nello spazio sono cicli attuali, i Frammenti e i Cerchi sono cicli relativamente recenti (le prime opere risalgono alla metà degli anni Ottanta), ma mi sembra rappresentino un punto di osservazione decisivo sulla progressione “autogenerativa” dell’arte/vita di Conti. E non ho usato questa parola così poco elegante a caso: la nozione di Natura ha nell’antichità (physis) proprio il significato di “facoltà di crescita dell’organismo”. Si sarà probabilmente già intuito dove voglio parare: nell’arte di Conti, l’autore non è trascendente alle opere, ma sta sul medesimo piano d’immanenza. Qualcuno dirà che è sempre così. Ovviamente non sono d’accordo: è così soltanto quando l’opera è mescolata alla condotta dell’artista, l’una agisce sull’altra reciprocamente, nella pratica quotidiana delle problematiche dell’arte e della vita. Sto ovviamente parlando di una concezione etica della vita artistica, rendendomi ben conto della parzialità di questa visione e delle fastidiose implicazioni che, per qualcuno, un simile discorso può innescare, ma fa parte delle premesse a queste annotazioni.
Una breve ricapitolazione.
Cercando di seguire sin dal principio l’evolversi della vicenda artistica di Conti è facile constatare come, nonostante gli sforzi, sia difficile inquadrarla criticamente. Le diverse interpretazioni, per altro spesso illuminanti, restano un po’ esteriori rispetto a ciò che vorrei forse troppo schematicamente ora evidenziare.
Di fronte alle opere di Conti è facile trovarsi immersi in discorsi artificiosi, così come in semplificazioni e affiliazioni storiche troppo banali. Credo che questo sia dovuto proprio alle caratteristiche che ho definito “autogenerative” di questa ricerca. Le opere di Conti, in una prima fase di circa sette/otto anni (sino al 1975) sono innervate da una forte intenzione simbolica, poi sembreranno disconnettersi progressivamente da ogni legame diretto con la realtà.
Ma andiamo con ordine.
In un’opera come Il nuovo nato del 1968, Conti aveva mostrato una sorta d’impasse, tra il rifiuto di un mondo considerato omologante e la costruzione necessaria di una nuova identità personale e collettiva. “Che fare?” è la domanda che, di là da ogni celebrazione tautologica, ogni artista si è posto. E negli anni turbolenti nei quali Conti affronta questa domanda, il fare dell’artista si mescola indissolubilmente con l’uomo sociale. Può divenire comprensibile, allora, l’importanza, per chi come lui abbandona improvvisamente un lavoro “normale” per fare l’artista, attribuire un forte valore simbolico a quelle forme metalliche, che aveva scoperto in un discarica di ritagli di stampaggio della lamiera. Nella lotta per l’affrancamento dell’artista, quelle forme diverse ora rappresentano “omini” ordinati dal potere omologante e poi distrutti, ora sono nastri trasportatori che esplodono fuori dal quadro (come in Rottura finale del 1971), ora sono fuggiaschi ignari di non saper fuggire, che vagano intorno ad un unico buco sulla superficie (come nell’Evaso del 1973, un’allusione a se stesso?). La denuncia, l’invettiva, l’affermazione della propria diversità e libertà di scelta, la ferma opposizione alle forze omologanti, emergono inequivocabilmente dalle opere di questi anni. Tuttavia, questo non poteva bastare.
Guardando le sue opere gli sembrò che anch’esse e le forme metalliche di cui erano formate, reclamassero una propria libertà: libertà dal simbolico, dalla rappresentazione, libertà persino dai personali problemucci di affrancamento dell’autore. Probabilmente a un certo punto alcune opere gli parvero indecifrabili, alcune colonne soprattutto: credo che abbia provato qualcosa di simile alla sensazione di sconcerto di Kandinsky, di fronte al primo acquerello astratto.
Le forme metalliche gli avevano quasi preso la mano, andavano come da sé, e anche quando, sempre più spesso, applicava procedimenti verificabili al suo lavoro, qualcosa sfuggiva, rompeva la simmetria, apriva linee di fuga impreviste, e proprio di là sembravano attingere la loro forza vitale. Credo che fu in quel periodo che Conti si scoprì felicemente povero. (“Le automobili? Scatole di latta”).
Pochi amici apprezzavano il suo lavoro, ma bastarono per campare con la famiglia. Già allora a lui sembrava facile far coincidere libertà e necessità. (“Quante cose di cui non ho bisogno”).
Non aveva più bisogno di domandarsi “che fare?”, le sue opere quasi “si facevano” e ognuna di loro restava come aperta sulla prossima, con il nuovo trattamento, la nuova vernice, la nuova forma, la nuova configurazione. Così Paolo Conti ha cominciato a esercitarsi in una sorta di ars combinatoria, nella quale ogni differenza è divenuta un felice gesto di libertà. Non c’è nulla di più semplice del quotidiano, quando hai imparato a togliere.
La carta è stata una fucina privilegiata per quell’esercizio. Sulla carta ha sperimentato le logiche compositive, i rapporti cromatici, le tecniche, dalla matita al pennarello, dal pennello all’aerografo e alla pistola a spruzzo, dalla china, alla tempera, all’olio e all’acrilico, dal collage di forme di ferro a quelle di carta, ha lavorato su ordine e caos, su caso e procedimenti aleatori, ha sperimentato materiali e forni di cottura per le vernici industriali, in un lavoro infinitesimale e costante, culminato su una superficie diversa, sulla tela (nel 1998).
Come trascinato dalla felice quotidianità, è alla metà degli anni Ottanta che nascono i Frammenti. E siamo tornati all’inizio di queste brevi annotazioni.
L’attualità dell’avvenire.
Nei Frammenti l’arte di Conti raggiunge una sorta di massimo autogenerativo, visibile in queste libere configurazioni che si espandono sulla parete. Qui in particolare, mi sembra che il piano d’immanenza di cui parlavo, nel quale arte e vita coincidono, cominci a divenire particolarmente evidente. I Frammenti sono opere sconfinate. Accolgono il vuoto che le circonda e che le abita, trasformandolo in profilo di se stesse. Sono lui stesso visibile. Quel vuoto si libra in esse, vi si appoggia e le sostiene, spesso accarezzato dalle ombre che la luce segna. Mi piace pensare ai Frammenti come a grandi astronavi volanti nello spessore del firmamento d’infiniti gesti quotidiani: i suoi, i nostri, i loro.
Poi sono nati i Cerchi. Credo che i Cerchi rappresentino una sorta di culmine dei frammenti. Ne sono la massima apertura circoscritta, la sorgente permanente, che aprendosi si chiude e chiudendosi si apre sull’invisibile. La circonferenza non è un limite, è un accesso, non contiene perché apre, e se non lo sentissi respirare mi sembrerebbe quasi un luogo immaginario, all’interno del quale le forme e le molteplicità dell’apparire, sperimentano la sparizione e l’origine incessanti. I Cerchi sono quasi mandala, figure di pensiero, percorsi d’esercizio nello spazio d’esistenza.
Ed è uno strano spazio questo spazio, lo abitano i Prigionieri nello spazio, come fossili o antiche pagine di diario, che accampano le loro forme incrostate d’esperienze: restano come esempi sospesi sull’avvenire, allacciati alla nudità svelata di cui si costituiscono.
Frammenti e Cerchi, insieme ai Prigionieri nello Spazio, rappresentano i momenti di massima diastole e sistole di una ricerca volta al continuo travaso nei contrari.
E diviene una strana storia tutta questa storia, perché il gioco non finisce, e nelle Erosioni non so bene cos’è che erode, ma le forme s’infinitano come grappoli di stelle e consumano cartoni come torsoli di mela.
Il lavoro di Paolo Conti non è un lavoro. Anche quando parla del suo lavoro parla per metafora. L’artista è come il saggio, non esiste ancora. Introduce gli altri su quella via e colora tutto ciò che fa con quell’intenzione. L’artista crea esempi per coloro che possono abitarli. Saranno forse pochi all’inizio, ma conosceranno la differenza tra ciò che è e ciò che si diventa.
Poi ogni castello di sabbia andrà restituito alla marea, ma l’esempio sarà la traccia su cui la nuova orma, che non aderirà perfettamente, potrà trovare l’equilibrio necessario per un nuovo passo. Anche la creazione è un’impresa collettiva, per questo, per me, Paolo Conti è il Maestro.

Leonardo Conti
testi in catalogo della mostra Riccardo Licata e le stagioni dello Spazialismo, al Museo Nazionale del Palazzo di Venezia di Roma, dal 28 gennaio al 15 marzo 2009, a cura di G. Granzotto. Testi di C. Strinati, R. Brunetta, G. Granzotto, L. Caramel, L. Conti, E. Garrone
Il Cigno GG Edizioni

Oltre il limite
Leonardo Conti
Introduzione al volume della mostra
Plaza 2009 Oltre il limite
in occasione del
XX anniversario della caduta del muro di Berlino
Vanillaedizioni 2009
leggi il testo...
Oltre il limite
di Leonardo ContiIn un’occasione come questa, nel ventennale della caduta del muro di Berlino, già divenuto simbolo di ogni forma di oppressione infranta, il rischio più insidioso è forse la retorica, uno tra i modi più subdoli per erigere muri: muri tra gli eventi e la loro comprensione. La divisione, la lacerazione, l’oppressione, la sopraffazione che ogni muro crea è la presenza di almeno un’incomprensione all’interno del medesimo linguaggio.
Parlare della caduta del muro e poi della caduta di ogni muro e poi declamare a gran voce “oltre il limite, oltre il limite!”, può facilmente divenire uno slogan, una bella trovata di marketing, può facilmente divenire retorico. Credo pertanto che in una ricorrenza come questa sia un bene invocare il silenzio davanti ai muri della retorica. Perché, in realtà, porsi di fronte alla caduta del muro di Berlino, con tutto il carico simbolico che porta con sé, significa misurarsi con un’imbarazzante incapacità di parlarne, con la nostra stessa carenza di parole. Forse perché la libertà non è un proclama, non lo è mai stato, ma è una possibilità inafferrabile stabilmente, è un’esperienza che ha per oggetto il suo stesso farsi, con tutte le complessità che la fanno emergere dal dolore. È per questo che, spesso, la conquista della libertà ha bisogno di antichi maestri, ma di nuove parole.
Ora, potrebbe apparire persino tautologico usare il titolo “Oltre il limite” per un’esposizione d’arte. Ma che cosa più di un’opera d’arte ci conduce ad ogni sorta di superamento dei limiti? Secondo un’affascinante considerazione di Marcel Proust, i bei libri sono scritti in una specie di lingua straniera: straniera perché è una lingua uscita di sé, e finalmente in grado di scardinare le catene che la trattengono all’interno di una diffusa quanto ormai vuota riconoscibilità; una lingua, poi, che introduce in prospettive inesplorate del senso. Proust sapeva bene che ogni inedito senso, ogni esperienza imprevista, ha bisogno di uno specifico linguaggio, inedito e imprevisto anch’esso, straniero. Per questo ogni artista abita sul limite, sul confine di ciò che sa, affinché la creazione possa essere un debordare, un passare al di là.
Si può forse affermare che ogni opera d’arte, in quanto tale, si situa al di là del consueto, fosse anche soltanto per guardare la medesima realtà, ma con occhi nuovi: anche la nostra quotidianità va salvaguardata dall’indifferenza e dall’abitudine. E un’opera, in quanto d’arte, è sempre oltre il limite dell’abitudine. È per questo che la sua presenza presuppone, di primo acchito, una certa difficoltà di comprensione per chi la guarda. Essa richiede uno sforzo di attenzione, talvolta un esercizio di ammirazione, per introdurci in quell’imprevisto e inedito linguaggio che le è proprio e che dobbiamo imparare da lei, affinché anche il nostro modo di esprimerci e di comprendere possa arricchirsi.
Quando mancano le parole ci affidiamo all’arte: ecco il perché, in un’occasione come questa, della scelta di un’esposizione d’arte collettiva, frammentaria e molteplice. Sculture, installazioni, video, non sono raccolti in un contenitore museale, ma si riuniscono nelle vie e nelle piazze del centro di Milano, abitano la città, si mescolano al quotidiano, alla vita di ogni giorno, al suo cuore pulsante, affinché uno sguardo frammentario, rivolto ad una molteplicità di esperienze estetiche tanto affini quanto irriducibili l’una all’altra, possa farci passeggiare in strade e piazze divenute luoghi di attenzione e comprensione.
Ogni opera d’arte ha bisogno d’incontrarsi con uno sguardo particolare, un pensiero che s’interroghi, si commuova o s’indigni, s’acquieti o reagisca, comprenda, di fronte all’imprevedibilità creativa già posta oltre il limite della separazione e dell’indifferenza. Ogni comprensione di un’opera d’arte rappresenta l’abbattimento di un limite, il proprio.
Un’esposizione d’arte collettiva è una sorta di ri-unione, nasce dalla relazione di molteplici parzialità divenute (o ritornate) compatibili, che meritano ora tanti sguardi quante sono le esperienze che le fondano. Come dopo la caduta di un muro? In realtà, dovremo convincerci che non c’è più un muro e la sua caduta, c’è l’improvviso e folgorante sguardo sul modo di esistere di milioni di persone.
Lasciati cadere persino i muri della retorica, ci affidiamo allora ai linguaggi dell’arte, quelli che ancora non sappiamo parlare ma che non hanno smesso di parlare di noi. Per due settimane, visitare il centro di Milano è, forse, abitare oltre il limite.

Leonardo Conti
Testo nel volume della mostra:
Riccardo Licata alla Civica Galleria d'Arte Moderna di Arezzo, Verso L'Arte Edizioni, 2002, a cura di G. Barbero e G. Granzotto
Ripubblicato in:
Riccardo Licata e gli amici di Parigi e Venezia
Palazzo della Promotrice delle Belle Arti di Torino
Verso L'Arte Edizioni 2009
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Riccardo Licata. A segno
Leonardo Conti
Al sorgere dell’attività artistica di Riccardo Licata, a cavallo della metà del XX secolo, l’informale, nelle sue molteplici declinazioni poetiche, è uno dei movimenti dominanti nello scenario artistico occidentale. Tra i motivi fondamentali di questo ampio atteggiamento culturale vi è il rifiuto di ogni collegamento con il retaggio della tradizione, Leonardo Conti
della storia stessa (1).
Il critico “militante” Michel Tapié, nel 1952, affermava che l’obiettivo del clima informale era
di fare un’“art autre”, svincolata cioè da ogni legame con il passato. Vi è un’ansia di ricostruzione, fondata sulla necessità di nuovi valori, in grado di sopperire all’ormai vacua idealità di fine Ottocento, naufragata nei conflitti mondiali. In questo clima di generale rigetto e secessione, tuttavia, alcune derivazioni poetiche vanno rintracciate, per l’importanza che avranno nel riannodarsi all’incipit della ricerca licatiana. Tralasciando certa analisi cubista,
il coinvolgimento espressionista e la provocazione dada, penso soprattutto all’influenza sull’informale dell’automatismo e biomorfismo surrealista (2).
Se infatti al surrealismo mancava del tutto il fremito del rapporto con la materia, è lo stesso surrealismo che farà dono all’informale del segno. Una sottile, spesso contaminata, linea di demarcazione è stata rintracciata tra informale materico ed informale segnico: alcuni artisti resteranno prevalentemente materici, come Fautrier, Dubuffet, Burri, Tápies e Riopelle, altri avranno una predisposizione al segno come Hartung, Mathieu, Michaux, Wols, Masson.
Informale si contrappone ad astrazione (dal latino ab(s)-traho, tiro fuori), anche se spesso,
da un punto di vista terminologico, verrà fatta confusione. Astrazione è intesa come allontanamento ideale dalla materia. Informale è il contrario: è il gettarsi nella materia, percependo l’angoscia esistenziale dell’esserci. Non esistono però programmi in questa stagione dell’arte contemporanea, c’è un sentimento profondo ed è il senso della crisi della ragione come fondamento del telos, della finalità del mondo occidentale.
Il nazismo è sorto nel mondo della ragione, usando la ragione ha cercato di defraudare l’uomo della sua libertà, gettandolo nell’incubo della guerra. Di conseguenza, ora, nell’opposizione filosofica tra noumeno e fenomeno è il secondo a divenire fondamento della realtà.
Quel fenomeno è, nella stagione informale, la materia e la materia è storia, che si svolge diacronicamente. Nella materia dunque c’è la memoria, anzi, come ha detto Bergson,
essa è memoria (matière-mémoire).
In uno scandaglio inconscio della materia l’artista può trovare un linguaggio originario, un magma primordiale in cui trovare una nuova autenticità. L’autentica (e non posticcia) “matericità” informale è ferita nel corpo e nello spirito, è simile al fango che d’inverno inghiotte le macerie da cui ricominciare, in cui affondare le braccia e le ginocchia per provare a ricostruire un mondo possibile. E’ così che la torbida materia del reale si è solidificata
nelle “alte paste” di Fautrier e che l’ansia schizoide dello spirito segna e graffia,
attraverso la sismografica sensibilità di Hartung.
C’è insomma, in quegli anni, il palpabile senso di crisi esistenziale che Pietro Chiodi ha così lucidamente delineato: “La guerra, l’odio, la distruzione, il tradimento, la sconfitta, l’amara vittoria, facevano emergere gli scogli perennemente frapposti tra il mare dell’esistere ed il porto dell’assoluto: la morte, l’errore, la colpa, il nulla, l’impotenza, il tempo”.
E’ in simile contesto che la poetica del giovane Riccardo Licata si viene configurando. Sin dal principio il suo è un desiderio di trovare, con l’entusiasmo del novizio, un nuovo linguaggio,
in grado di oltrepassare gli inquietanti marosi dell’informale. Sente il bisogno di uscire dallo scacco, di non rimanere intrappolato in un’improponibile “maniera”.
Del resto l’orizzonte culturale di Licata è vasto e, come ha acutamente rilevato Giovanni Granzotto, risente degli influssi luministici del colore, appreso nelle amate calli veneziane,
e della lezione dei coetanei spazialisti, rappresentanti dell’ala più antimaterica dell’informale. Anche se a mio avviso Licata non apparterrà mai in senso stretto alla “corrente” spazialista,
da quei confronti veneziani avrà appreso indelebilmente che la conquista dello spazio reale procede parallelamente alla costituzione di uno spazio mentale.
Ai suoi esordi, dunque, la pittura di Licata si misura con la necessità di ricostruire una base di creatività, ormai insofferente verso le certezze infrante, ma disorientata nel “mare dell’oggettività” della materia. In una prospettiva semiologica, l’artista ventenne si trova di fronte al dilatarsi del momento poietico (del fare l’opera), poiché non dovendosi più conformare ad una prassi di materiali dati, deve affrontare la ricerca dei suoi materiali:
la fase del reperimento si mescola alla fase strettamente creativa e spesso la modifica. Eppure, da un punto di vista operativo, Licata sceglie subito.
Le direzioni di ricerca tra loro in relazione, che più sente a sé congeniali, sono il segno, così vicino ad un controllato gesto, la padronanza dello spazio, inteso come luogo in cui il gesto accade, ed il colore, costantemente rivissuto come memoria inobliabile. E la memoria è l’elemento che ritorna, che connette le tappe del suo viaggio, nella frastagliata delineazione dei confini della sua terra culturale, del suo mondo.
L’orizzonte si sposta continuamente nella consunzione del tempo e la vittoria sullo spazio e sul tempo non può avvenire che in un’attività di conservazione dello spazio e del tempo.
Seguendo una ricognizione antologica approfondita, già nei primissimi anni Cinquanta,
Seguendo una ricognizione antologica approfondita, già nei primissimi anni Cinquanta,
viene delineandosi nelle opere del giovane artista una situazione embrionale, volta a convogliare le tessiture e i grovigli delle sue superfici in “punti focali, in cui è il segno (…) ad emergere e a costruire una nuova trama di accadimenti spaziali” (3).
Alla materia pittorica l’artista rinuncia completamente: egli cerca un suo varco nell’indeterminazione e decide di costituirlo sulla superficie, rifuggendo quasi totalmente anche dalla dimensione prospettica. In questo la sua è una pittura principalmente testuale, dichiarante un preciso limite di ricerca. Sono del resto affini i due infiniti della progressione e della suddivisione.

Il segno che inizialmente appare nelle opere di Licata è il cosiddetto “albero-totem” (fig.1*) o “albero-nota musicale”, destinato a divenire una cifra inconfondibile e ritornante nell’arco di tutto il suo percorso. La forma di questo segno sembra sorgere da un’agglutinazione della più ampia, anche se circoscritta, gestualità dei grovigli e delle concatenazioni di tracciati, cui l’artista si abbandona nei primissimi anni Cinquanta.
FIGURA 1 Albero-Totem
L’automatismo della mano, che inizialmente dilaga sulla superficie, in turbini alimentati da potenti forze talvolta centrifughe ed altre centripete, tende a isolare campi di accadimento in cui il segno-gesto conserva il minimo di energia di attuazione. La mano di Licata si abbassa sulla superficie dal basso verso l’alto, poi ridiscende ritmicamente e si sposta prima a sinistra e poi a destra. Accade così la prima vera e propria epifania testuale, in cui si realizza una stabilizzazione espressiva del gesto, in una sorta di creazione di un “concetto manuale”.
Non è la prima volta che questo particolare segno appare nella storia della scrittura: ha notevoli affinità con il pittogramma rappresentante i culmi di cereali nella cultura di Harappa della Valle dell’Indo, sviluppatasi tra il 2200 e il 1700 a.C.; esisteva nell’alfabeto ionico di Mileto e nell’alfabeto etrusco del VII secolo a.C. Senza cercare improbabili analogie o motivazioni semantiche, resta indubitabile il frammentario ma ridondante riapparire formale
di questo segno.
Come le scritture arcaiche avevano una fondamentale ingenuità ed immediatezza, se non parziale casualità segnica, l’Albero-totem appare quasi da sé, come ictus minimo. Licata in quel momento non sa quale sarà lo sviluppo di più di cinquant’anni di attività artistica, non conosce ciò che ora noi, con volo radente, vediamo in uno sguardo antologico, a quel tempo il suo segno si erge unico e isolato. Al suo apparire, nel 1953, Licata ha ottenuto la prima conquista: ha costituito un suo elemento di equilibrio, manipolando l’informe e dibattendosi nelle dinamiche libere ed indeterminate della superficie pittorica.
Attraverso poi la distribuzione spaziale del suo segno ed il suo accumulo, egli ripercorre le declinazioni energetiche e coloristiche nelle quali presagiva il naufragio degli epigoni dell’informale, infatuati della “materia”. Licata non confonde la tavolozza con il quadro e sa che il credere che la materia possa parlare da sola rappresenta una forma di pericolosa cecità. La sua pittura, fortemente bidimensionale, sembra rifuggire dall’ormai logoro aggettivo “materico”, abusato nelle poetiche e nelle dissertazioni critiche contemporanee.
Con il suo segno-gesto Licata ora può fare vela verso nuove rotte. E’ in questa elaborazione di un elemento di partenza, in questa “vocalità visiva di una nominazione originale” (4),
con mutevoli valenze ritmiche, spaziali e coloristiche, che mi sembra di potere scorgere le maggiori assonanze con le ricerche che stavano avvenendo in quegli anni nel campo delle avanguardie musicali. Ben al di là dunque delle derivazioni dalla musica, considerata come una “fonte d’ispirazione” (5), credo che le maggiori corrispondenze possano ascriversi ad una comune ricerca di nuove basi per la costituzione di un linguaggio.
Ma occupiamoci ancora, per qualche attimo, di alcune elaborazioni e modificazioni segniche licatiane. Anche se l’Albero-totem ritornerà sempre come fondante elemento originario, dal momento che in quest’arte la forma è continua formazione della forma, anch’esso attraverserà notevoli evoluzioni morfologiche, che, nei vari stadi, raggiungeranno caratteri di considerevole stabilità (fig.2).

Già dalla metà degli anni Cinquanta, poi, è affiancato da numerosi altri segni, con diversi gradi di ridondanza. Tra questi uno sarà destinato a ritornare con continuità nelle opere
FIGURA 2 Alcune evoluzioni dell'Albero- Totem
licatiane: è il segno Giogo-occhiello (fig.3), con struttura costante ma a configurazione variabile.

Questo segno, che va considerato comunque unico e non scomponibile6, è formato da due tratti verticali paralleli, attraversati da un terzo orizzontalmente, ma mai con un angolo d’incidenza di 90°, nella conservazione di
FIGURA 3 Alcune configurazioni del Giogo-Occhiello
una persistente obliquità. L’occhiello può posizionarsi, prevalentemente con il vertice in basso, su tutta la lunghezza del tratto orizzontale, spesso inglobando uno dei segmenti superiori dei due tratti verticali. E’ sostanzialmente un segno evoluto, in grado di adattarsi alle diverse relazioni spaziali sulla superficie.

è identificabile la presenza di entrambi,
FIGURA 4 Occhiello verticale
frequentemente essi compaiono come elementi stabilizzanti di altri eventi gestuali contingenti. E’ infatti la situazione spaziale, o cromatica (7), a costituire il campo di accadimento in cui l’imprevedibile epifania segnica si realizza: essi vi appaiono come elementi di appoggio, appartenenti ad una sorta di mitologia consolidata.

Esiste poi una piccola sottoclasse di segni, costituita da tre elementi, di notevole importanza per ogni semiogramma derivato o evoluto: li chiamo per comodità segni articolativi, tutti ad orientazione spaziale variabile e sono il segno a
FIGURA 5 Spezzata
emme, il segno a triangolo e il tratto singolo (fig.6). E’ interessante notare come essi compaiano spessissimo nei segni evoluti e derivati più stabili.

Gli esempi più significativi credo si possano rintracciare nella catena evolutiva del segno albero originario, al quale via via si inglobano, mescolano o appoggiano.
Lungo l’arco degli anni Cinquanta, mentre le ancora instabili modificazioni del nascente linguaggio procedono
FIGURA 6 Segni articolativi ad orientazione variabile
lentamente, Licata si occupa dell’organizzazione sequenziale e spaziale degli elementi, che progressivamente conquista alla sua gestualità. La propensione compositiva è “per fasce e scomparti”8, evidenziando indubitabilmente una vocazione linguistica, da una parte,
e musicale dall’altra. In questa sede occupiamoci, per un momento, della seconda.
Nell’agglomerazione dei suoi segni in scomparti, l’artista istituisce dei campi di relazioni simultanee e non lineari. La percezione è perciò globale, simultanea appunto, e non successiva o discorsiva. Vi è cioè la conquista di un istante complesso, concretamente esistenziale anziché esteriormente temporale. Per meglio comprendere questo concetto d’istante può essere utile riflettere sulla concezione bipartita del tempo: da un lato crediamo che il tempo vada costantemente avanti (è il tempo dello storico per intenderci), dall’altro sentiamo che la storia è fatta di attimi interiori, eternamente presenti (è il tempo del mistico).
Credo che negli scomparti a simultaneità segniche di Licata sia il secondo a realizzarsi, con interessanti affinità alla bergsoniana “durata interiore”. Analoghe riflessioni teoriche e innovazioni poetiche sono quelle verificatesi, alla metà del secolo, nell’ambito dell’arte più consustanziale alla natura del tempo: la musica.
Scollegandosi dal sistema tonale, inteso come decorso narrativo, i compositori della Neue Musik, partiti dalla conquista del rumore (il materiale sonoro), si sono dedicati alla costituzione di nuovi suoni (anche attraverso sperimentazioni elettroacustiche), non più sottomessi alle gerarchie stabilite dal sistema temperato della tradizione musicale. Del resto, già a proposito di uno dei padri putativi delle avanguardie musicali come Claude Debussy,
si era potuta osservare una dissoluzione della “gerarchia che non si trovi implicata
nell’istante musicale stesso” (9).
Come ha scritto Philippe Albèra il nuovo “suono non è più considerato come una funzione motivica, tematica, armonica e formale, un colore o un effetto aggiunti alla struttura, ma,
in quanto forma immediatamente sensibile come elemento avente un significato autonomo,
in grado di creare una forma musicale specifica” (10).
In quegli anni, compositori come Boulez o Stockhausen costituiscono delle entità sonore, prelevate dall’indeterminatezza del rumore, per organizzarle in strutture generanti ogni volta nuove gerarchie (11), spesso non concatenate nello scorrere del tempo. Come nella ricerca di Licata, anche questo modo di considerare il linguaggio musicale, spesso dedito alla simultaneità dei suoni, ha a che fare con una spazialità interiore, vicina al concetto della bergsoniana durée. Vi sono, dunque, affinità interessanti tra le elaborazioni dei compositori d’avanguardia e l’evoluzione della segnica licatiana.
Quest’ultima, del resto, in rapporto ai vari supporti scelti dall’instancabile attività sperimentale del maestro, è estremamente varia ed affascinante e credo sarà utile approfondirne in altra sede la portata artistica (12).
Avviandomi alla conclusione di questa breve e parziale riflessione, penso sia importante considerare il grado di referenzialità dei semiogrammi licatiani. Già in altra sede ho definito questa poetica come totalmente referenziale, anche se illeggibile da un punto di vista semantico in senso stretto. Qui, ovviamente, la rappresentazione della realtà non è direttamente figurativa (13), bensì avviene ad un livello relazionale tra l’interiorità stratificata nell’esperienza e il rivolgersi costantemente attuale dell’uomo nel mondo.
All’ars imitatio rei si sostituisce una struttura soggiacente che connette le esperienze vissute. Vi è un puro fluire, uno scambio osmotico ininterrotto tra l’artista e il mondo. In altre parole,
il contatto delle opere con l’ambiente esterno è dovuto ad un’attenzione inclusiva dell’artista, per cui le relazioni tra i suoi segni sono in un’ulteriore relazione con gli accadimenti cui fenomenologicamente egli si sottopone (14).
In questo senso le opere di Licata sono intrecciate nel mondo e del mondo rappresentano un “aprimento” o svelamento: in esse, heideggerianamente, il Mondo si mondifica (Welt weltet). L’arte è un qualcosa che si vive e non si racconta. Anche l’approccio conoscitivo verso le opere di Licata non può mai essere lineare o narrativo ma sempre olistico. Ciò che conta in queste progressioni di relazioni tra segni è che non trovano conclusione ma ricominciano sempre: ogni opera è una scoperta, è un inciampare ed un rialzarsi, ancora, su una nuova forma, ancora, è uno svelarsi, un riconoscersi, ancora.
Così come la realtà è sempre diversa da ogni schema preordinato, il linguaggio licatiano ha un’immediatezza che si oppone ad ogni formulazione schematica del suo significato. Ogni suo lavoro è più vero della realtà, perché nella forma-immagine compiuta, si è liberato dalla casualità ed indeterminatezza che caratterizza l’esperienza quotidiana. Eppure, dell’esperienza detiene con riserbo l’indecidibilità semantica: essa non è circoscrivibile ad un senso, ma il senso (o i sensi) la travalicano costantemente. La scrittura di Licata ha tutta la portata di ciò che è al di qua e al di là della scrittura (15).
Il colore, poi, che ne è parte integrante, assolve alla funzione che il silenzio ha nella musica:
è un’intercapedine tra suono e suono, crea una distanza mentre contiene ed in questo è parte dell’esserci.
Le opere di Licata non vanno considerate come un racconto autobiografico, nel quale si fissa ciò che già è accaduto anche un attimo fa, bensì sono i tracciati di un vitale movimento che si vive e si modifica attimo per attimo.
Le opere di Licata non vanno considerate come un racconto autobiografico, nel quale si fissa ciò che già è accaduto anche un attimo fa, bensì sono i tracciati di un vitale movimento che si vive e si modifica attimo per attimo.
La personalità stessa, fortemente umana dell’artista si inserisce, lui inconsapevole,
nel quotidiano ed instancabile lavoro di affinamento della sua arte e quello stesso lavoro instancabilmente forgia la sua personalità. In senso forte, dunque, questa scrittura è un modo dell’autocomprensione, è hegelianamente Erfharung, un’esperienza estetica che modifica colui che la fa. Questa scrittura non rappresenta né esprime qualcosa d’altro rispetto a ciò che è,
e cioè lo storicizzarsi costante dell’esistenza: perciò resiste nella sua ineluttabile illeggibilità. Già Eraclito, del resto, diceva che la Natura ama nascondersi.
Note
* Tutti i segni licatiani in figura sono schematizzazioni di massima che, lungi dal volere riprodurre le vive epifanie delle opere, cercano di riassumerne approssimativamente la struttura.
Note
* Tutti i segni licatiani in figura sono schematizzazioni di massima che, lungi dal volere riprodurre le vive epifanie delle opere, cercano di riassumerne approssimativamente la struttura.
1 Come ha scritto Roberto Pasini: “Il rapporto con la storia viene sentito più come un peso di cui liberarsi che come un’eredità con cui confrontarsi”, in L’Informale, Bologna, 1995, p.21.
2 Già Giovanni Granzotto ha rilevato come “in quei primi anni Cinquanta [Licata] sembra intuire una sorta di spazialità un po’ surreale”, in R.Licata. Cinquant’anni di opere su carta, Roncadelle, 2001, p.9.
3 G.Granzotto, Ibidem, p.9.
4 T.Toniato, Scrittura dell’impossibile, in E. Di Martino-T.Toniato, Licata, Venezia, 1982, p.75.
5 Enzo di Martino, Licata, Milano, 1993, p.8.
6 Credo sia importante sottolineare che nessun segno di Licata può essere considerato come scomponibile. Anche i segni derivati per aggregazione assumono proprietà autonome di eventi completi.
7 Credo che avrebbe scarsa pertinenza, in questa sede, distinguere il segno dalla sua contestualizzazione, o più spesso integrazione, cromatica.
8 G.Granzotto, Ibidem, p.10.
9 Così Mario Bortolotto, uno tra i più importanti musicologi affini alle poetiche della “Neue Musik”, nel suo libro Fase Seconda. Studi sulla Nuova Musica, Torino, 1969, p.20.
10 P.Albèra, Modernità: il materiale sonoro, in Enciclopedia della musica I, Torino, 2001, p.129.
11 Cfr. P.Boulez, Punti di riferimento, Torino, 1984, p.298. K.Stockhausen, a sua volta, nel 1952, afferma che “la tessitura della materia e la struttura dell’opera devono ormai essere una sola ed unica cosa”.
12 Di notevole interesse in questo senso, per la puntualità dell’analisi e per la particolare attenzione agli anni determinanti di un percorso che dura da più di mezzo secolo, è il già citato testo di Giovanni Granzotto, da considerare come un punto di riferimento costante per un’analitica licatiana. Cfr. G.Granzotto, Licata. Cinquant’anni di opere su carta, Op.cit.
13 Anche quando qualche elemento indubitabilmente figurale è presente, esso viene metabolizzato e trasceso dal sorgivo apparire dei segni.
14 In proposito Dino Marangon ha parlato di un “costante rapporto con la cangiante complessità della vita”, in R.L., Cinquant’anni di opere su carta, op. cit., p.23.
15 Trovo, in proposito, centrate le osservazioni di Luciano Caramel quando riconosce nelle opere di Licata “veri e propri cieli ideografici nei quali non si ravvisano messaggi esattamente decodificabili, ma la trasmissione di una certa epicità primordiale, come ferma in una assolutezza temporale (…) Si avverte la trasposizione su un piano di sintesi decantata di qualcosa che è dentro e attorno a noi”, in Licata. Grandi opere, catalogo della mostra alla Galleria San Carlo, Milano, 1993.

Fausto De Nisco. Divenire visibile
Leonardo Conti
testo nel volume della mostra
Fausto De Nisco alla GAM di Cesena a cura di L. Conti
testo nel volume della mostra
Fausto De Nisco alla GAM di Cesena a cura di L. Conti
testo ripubblicato in: Fausto De Nisco, La fluidità della visione, a cura di Alberto Buffetti, volume della mostra a Palazzo Casotti, Reggio Emilia, 2009
con un testo di S. Parmiggiani.
Vanillaedizioni 2008
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Fausto De Nisco. Divenire visibile
Leonardo Conti
Se il ritmo cade sono perduto. Qui non posso rilassarmi. Non adesso. All’Alba dei poeti non cessa d’infrangersi su di me.

Ovunque mi sposti. Già non cesso d’infrangermi sul suo divenire visibile. E poi salgo, scendo, danzo, sulle sue labirintiche scale. Con le mani afferro la linea dell’orizzonte (l’orizzonte?) e comincio a roteare come se fossi sorvolato da un paesaggio in improvvisa picchiata sulla sabbia già rugosa di vento e di sale: deserto o marina?
Non vedo più ora.
Non vedo più ora.
Odo solo un infrangersi di sguardi e pittura.
Quando ho cominciato ad interessarmi alla sua pittura era già attuale. La storia svaporata. E loro (?) non hanno smesso di tornarmi alla mente. Non c’è una linea che li tiene insieme. Lampeggiano nel buio come macchie retiniche nella luce abbacinante. Devo dirli d’un fiato? Joyce… non ho mai sopportato quelli che buttano lì nomi a caso. Sarebbe troppo anche per me, figurarsi per un lettore volenteroso. È troppo anche per Il cuore dell’abito complesso, che cerca ancora volti in cui accasare i suoi sconfinamenti. Ma è lì che sorgono pittura e colore, Ricchi di forza.

Sia chiaro, il primo passo è nella definizione: “La pittura è origine di se stessa…”, dice bene Cerritelli, anche se l’attuale stava appena cominciando, ancora incrostato dei nomi della storia.
…e immediatamente cogliere la deriva di cui si costituisce questa pittura. C’è un fiume che la porta. È essa stessa il suo proprio fiume, di pittura, che si porta. Una lettura possibile? Quella che m’interessa, quella che vorrei invocare, per calarsi nel flusso… Molly dove sei? Un’altra voce… c’è da sentirsi male… o da sentirsi come un dio?
…e immediatamente cogliere la deriva di cui si costituisce questa pittura. C’è un fiume che la porta. È essa stessa il suo proprio fiume, di pittura, che si porta. Una lettura possibile? Quella che m’interessa, quella che vorrei invocare, per calarsi nel flusso… Molly dove sei? Un’altra voce… c’è da sentirsi male… o da sentirsi come un dio?
La scrittura non potrà continuare a lungo a sfuggire alla mia tendenza critica a delineare concetti. Ma non ancora. Non ancora. Tuttavia anche quei concetti vorrebbero restare il più possibile ambigui, indecisi, aperti sulla formazione di altri concetti. Per non tradire la natura di questa pittura. O per tradirla, invece, per tradirsi, come lei stessa fa?
Una pittura del tradimento.
De Nisco accatasta frammenti in frammentazioni sempre nuove. È il processo ciò che conta (Pound). Stratifica il visibile, affinché due parti eterogenee comincino a funzionare insieme, affinché il visibile funzioni. Se poi il visibile si ferma, muore, non fa nessuna differenza, un’altra morte contigua lo farà funzionare. Nel suo divenire visibile.
Qui è troppo importante il concetto d’incompiuto: per restare in movimento, in tensione, in gioco. Mi sembra quasi incongruo parlare del “dipinto” di De Nisco. Qui è tutto un “dipingersi”, e ogni opera è senza finale, è un’ipotesi d’equilibrio di un luogo d’indecisione. Qui si dipinge l’incompiersi. Fermarsi è consentito, lo è sempre, e sempre accade, ma soltanto per saltare in un incompiersi diverso.
Una pittura dell’incompiersi.
Non ho potuto fare a meno di associare questo divenire visibile denischiano, denischiano… che sapore critico, finalmente… Ho associato, dicevo, questa pittura con la nozione di “macchina desiderante” (Guattari): la macchina desiderante ha la caratteristica di produrre del produrre, perché è continuamente innestata su un’altra macchina con le stesse caratteristiche. In altre parole, si parla di una produzione infinita, nella quale qualsiasi punto è connesso produttivamente a tutti gli altri. Ogni macchina è un frammento, ma un frammento di cui non esiste totalità, proprio come ogni singola pennellata, ogni segno, ogni grumo, ogni timbro, ogni spazio, capaci di attraversare dimensioni diverse.
Una pittura dell’incompiersi.
Non ho potuto fare a meno di associare questo divenire visibile denischiano, denischiano… che sapore critico, finalmente… Ho associato, dicevo, questa pittura con la nozione di “macchina desiderante” (Guattari): la macchina desiderante ha la caratteristica di produrre del produrre, perché è continuamente innestata su un’altra macchina con le stesse caratteristiche. In altre parole, si parla di una produzione infinita, nella quale qualsiasi punto è connesso produttivamente a tutti gli altri. Ogni macchina è un frammento, ma un frammento di cui non esiste totalità, proprio come ogni singola pennellata, ogni segno, ogni grumo, ogni timbro, ogni spazio, capaci di attraversare dimensioni diverse.
Non si parli più, per cortesia, almeno qui, d’espressione: non c’è niente di nascosto da esprimere. De Nisco non esprime niente. De Nisco è un bricoleur. Ritaglia frammenti lui. Ritagli di visibilità insorgenti. E non si tratta di un ritagliare una realtà data, la realtà come oggetto di rappresentazione non esiste. Esistono ormai soltanto poliverse realtà sorgive, di cui non restano che annotazioni visibili, in fogli sparsi, ammucchiati, sovrapposti, appiccicati...
Tutto è cominciato con la pittura dal vero, lo so, non poteva essere altrimenti. Ma ogni colpo di pennello scavava una differenza. Anche l’ombra è una proiezione mutevole, e la pittura ha finito per tracciare le differenze che la fondano. Pittura d’ombre mutevoli. Ogni pennellata è allora emersa come intensità, forza di ritaglio nel flusso del divenire, in mezzo a una molteplicità di altre pennellate. Ritagli di ritagli. Appunto. In principio non furono che ritagli.
È pieno di carte lo studio dell’artista: carte segnate, dipinte, carte colorate, strappate, accartocciate… Giacimenti ribollenti, sovrapposti, accatastati, per insorgenti, inarrestabili connessioni reciproche. Connessioni di connessioni, fino a riempire il tavolino, il pavimento, le pareti, l’aria, la mente, il colore, la tela.
Talvolta, quando l’accumulazione del processo ha saturato ogni angolo più riposto, è il nero come “spazio ulteriore” che fende il Bosco di carta, mentre lame di bianco già stavano volando.

Il nero come spazio allude ad un cielo notturno? Viene quasi da ridere.
Il nero come armonico gesto, forse? figura cinese? ha sempre a che fare con lo spazio: il corpo che si fa spazio; quel segno non è ciò che resta nello spazio del corpo passato, è un’ala, è il corpo-spazio, intorno al quale le cose non sono più le stesse…
E anche le rarefazioni fanno parte del processo. Ma hanno la natura del musicale, del ritmico. Il loro corrispettivo visibile sono gli scarti, le finte, le fughe, il contropiede del divenire. Il divenire gioca sempre in contropiede. Ed anche la musica ha le sue connessioni, i suoi ritagli, le sue cataste. E nello studio le pile di dischi si mescolano ai mucchi di tubetti e pennelli, si mescolano alle cataste di tele e di telai, ai grovigli di segni e di grumi, a impasti d’olio e di tempera, a intersezioni di piani e di pieni, a duelli di squarci e di tagli, a vortici di timbri e di luci: pile di mucchi di cataste di grovigli d’impasti d’intesezioni di duelli di vortici, in miracolanti connessioni.
Una pittura miracolante.
Ho tentato allora di entrare nel processo di De Nisco, “tra segni e colori che slittano fuori di senno” (Cerritelli). Pour aller battre la campagne (Jullien).
Accavallare annotazioni creative sulla sua pittura. Stratificare l’attenzione. Ritagliare la solitudine con un piatto vuoto. E attendere. Attendere che qualcosa entri in connessione. Potrebbe non succedere mai? Il vitale si oppone a questa estrema eventualità. Tuttavia non c’è mafia in questa attesa, non c’è sopraffazione, violenza, non c’è dominio, schiavitù, terrore, c’è soltanto questa attesa, in cui l’arte si confonde alla vita.
Una pittura miracolante.
Ho tentato allora di entrare nel processo di De Nisco, “tra segni e colori che slittano fuori di senno” (Cerritelli). Pour aller battre la campagne (Jullien).
Accavallare annotazioni creative sulla sua pittura. Stratificare l’attenzione. Ritagliare la solitudine con un piatto vuoto. E attendere. Attendere che qualcosa entri in connessione. Potrebbe non succedere mai? Il vitale si oppone a questa estrema eventualità. Tuttavia non c’è mafia in questa attesa, non c’è sopraffazione, violenza, non c’è dominio, schiavitù, terrore, c’è soltanto questa attesa, in cui l’arte si confonde alla vita.
…e improvvisamente già tutto funziona. Connessioni eterogenee, non lineari, come questa scrittura in cui vivo, accanto al dipingere di Fausto De Nisco. Chi si aspetta che questa scrittura vada da un punto all’altro si sbaglia.

Già le immagini aprono squarci sulla pagina bianca (Beckett): è il contropiede del divenire, la linea di fuga… come un azzurro che respira attraversando Conchiglie buone: un cielo che si apre tra le membra di una battaglia di Pietro da Cortona: un polmone per non morire.
Una pittura che respira.
E la citazione? De Nisco non cita, o non cita più, passa al di là, Otherland, magari dove un altro artista si è perso: gli artisti si perdono sempre, almeno sin quando non smettono di fare capolavori.

Si perdono non dove l’opera si richiude, ma dove si apre, dove entra in connessione con tutto ciò di cui non cessa di divenire parte.
È per questo che si può parlare di origine, di creazione, perché nell’apertura tutto continua ad accadere.
L’apertura è una preghiera all’immanenza con cui s’inventa l’esistere.
Nel mezzo di tutte le altre condivise, è emersa un’analogia forse troppo temeraria. Qualcuno ha pensato (Antonio) a certi brani di Rotella, di fronte ad alcune opere di De Nisco (Monsieur Verdoux).

Per Rotella si tratta di operare un vulnus, lo strappo: l’atto è violenza, l’immagine del tempo si produce per profanazione.
E c’è una parte che si perde, strappata. Dov’è la parte strappata? Nel tempo, che sparendo restituisce. Ma troppo spesso, nell’opera di Rotella, c’è un’icona che resta come traccia di riconoscimento, come fulcro di convergenza dell’attenzione, punto focale dispotico, di fronte al quale tutto viene sottomesso, represso. Così, raramente le opere di Rotella funzionano. S’inceppano sul marciapiede e spariscono, inghiottite negli infiniti gorgoglii dell’orinatoio di Duchamp.
De Nisco è un artista che non conosce violenza, a meno che la violenza non funzioni con qualcosa che le capita accanto, che la faccia funzionare come qualcos’altro. Le sue immagini, cioè ogni frammento connesso ad altri frammenti, non sono prelevate o strappate dalla realtà, fanno la realtà, costituendone il piano precario, tragico e ironico, indecidibile e indefinibile. Forse, inizialmente, la sua intenzione era stata quella di accorgersi del calarsi nelle cose, accorgendosi, poi, che le cose si fanno calandosi, fanno parte del processo del calarsi. E allora diveniva impossibile distinguere l’artista, distinguersi, dal colore in cui ancora è immerso, su tavole imbandite di oggetti senza nome, o tra marosi d’ombre mutevoli: al massimo si può tentare un ancoraggio, su ogni tela su ogni carta strappata, un ormeggio temporaneo, naufragante, da lasciare con urgenza, per sentire il flusso di deriva, con la mano, campitura che s’apre, per lambire le occasioni (ma Non toccare i cioccolatini!).

Talvolta ho pensato che in alcuni dipinti si trattasse di una reciproca trasformazione delle cose, le une nelle altre; ora non lo penso più, perché la trasformazione presuppone un’identità di partenza e un’identità di compimento. Nella pittura di De Nisco, invece, le cose non hanno mai un’identità, non hanno né principio né fine, non sono cose. Sono processi visivi, connessi uno nell’altro e connessi anche in ciò che non è visibile, che non lo sarà mai.
Ma qui c’è colore al posto del sangue, perché ogni “produttore” (Friedrich Schlegel) di senso è il suo prodotto.
Ci si fa. O niente. E ciò che è invisibile non è visibile. Così siamo costretti a ragionare sul visibile, per quanto ci spingiamo sin sulla soglia, sull’intersezione, sull’apertura, sull’origine, dove De Nisco abita.
Per questo quando Cerritelli dice, senza esitazioni, che “la pittura è origine di se stessa” va ad abitare là con De Nisco, si parlano, finalmente, da pari a pari.
Un testo d’arte è un dialogo con la creazione. Deve essere all’altezza. La divulgazione non esiste. La creazione non si spiega, vi si partecipa. E poi si spiegano le cose finite, non le cose che stanno accadendo; e l’arte è sempre un’apertura sul presente, fosse pure di tremila anni fa; e l’artista? finché crea, vive sulla soglia dell’apertura, su ciò che si sta producendo, e ha bisogno di confrontarsi con chi sa arrivare fin là.
I sentieri, anche se impervi, non mancano. L’artista non ha bisogno di lodi, una volta per tutte l’ha detto Nietzsche: «Ma che mi importa di ricevere complimenti in questo momento! Vorrei sentirmi dire: “questo è ciò che tormenta anche me!”». Quanti sono gli artisti che sentono in questo modo? Si scrive d’arte al posto dell’artista, e può farlo chiunque, non ci sono esami da sostenere, bisogna aprire la mente e guardare. E con De Nisco bisogna incamminarsi danzando. Sapendo che i titoli non servono a nulla per salire fin là. Bisogna restare in movimento, danzare, per entrare nelle connessioni senza sosta.
Se poi talvolta il “noto” appare, è perché il riconoscere sorprende il processo, è quando il quadro muore, s’interrompe, la cosa emerge, una scarpa, una mano, un barattolo: la pittura muore in una scarpa, in una mano, in un barattolo; oppure siamo noi: riconosciamo perché non sappiamo danzare abbastanza, siamo lenti!, non siamo all’altezza del processo della pittura, inciampiamo in una scarpa con in mano un barattolo. Bisogna danzare sui dipinti di De Nisco, affinché anche lui danzi, senza mollarlo un attimo, affinché non cessi di divenire pittura.
Tutto questo è un guardare creativo, lo so. Ma l’arte non ha fatto mai altro. L’opera nasce certamente da uno sguardo nuovo. Con folgorante stupore vede per la prima volta. Vedere per la prima volta, che cosa significa? È vedere l’inatteso, l’inclassificabile. L’opera d’arte è per definizione il visibile inclassificabile. La definiamo opera d’arte, credendo che basti per renderla inoffensiva. Eppure non è mai inoffensiva. Vedere per la prima volta produce uno scarto con il già visto. Ho già visto/questa volta è la prima volta che vedo: l’opera d’arte mette in connessione questa disgiunzione. Come il ripetere una parola fino a renderla incomprensibile. Basta provare. Senza fretta.
Ripetere una parola è un esercizio purificatore. Che prepara lo stupore, nemico giurato della vis inertiae: “È per lo stupore che io esisto” (Goethe). Quello stupore che si prova guardando le tensioni a cui è sottoposta ogni singola intensità delle opere di De Nisco, trasfigurata come certe parole sorprese dal corpo poetico.
Immaginandolo immerso in simili esercizi, l’artista ha finito per mancare quello che chiamiamo “oggetto reale” (c’è voluto tempo, ma chi non vorrebbe costruire l’avvenire?).
Immaginandolo immerso in simili esercizi, l’artista ha finito per mancare quello che chiamiamo “oggetto reale” (c’è voluto tempo, ma chi non vorrebbe costruire l’avvenire?).
Una volta liberatosi dal noto come punto focale, egli ha scoperto il flusso, la ricodificazione multipla, la voracità desiderante della creazione. Anni fa Parmiggiani parlava di una pittura “senza un unico centro di gravità”, e aveva ragione; se ha visto le opere recenti, di certo non cerca più centri di gravità. Basta un cielo stellato, e la voglia di sdraiarsi ad occhi aperti. Frammenti in sorvolo sul divenire. È il sorvolo che muta lo sguardo.
Anche la pratica pittorica, artigianale, è parte del processo. Ecco l’affastellare immagini in una partitura a cinque o mille dimensioni, sino all’attimo dell’esecuzione, della pittura, in quella scintilla di “realizzazione che porta con sé qualcosa d’imprevedibile, che cambia tutto” (Bergson). Si potrebbe di certo sostenere che l’esecuzione di ogni dipinto avvenga in un’unica veglia senza notte, e bisognerebbe convocare James Joyce per verbalizzare i criteri di questa sorta di De Nisco’s Wake.
Anche la pratica pittorica, artigianale, è parte del processo. Ecco l’affastellare immagini in una partitura a cinque o mille dimensioni, sino all’attimo dell’esecuzione, della pittura, in quella scintilla di “realizzazione che porta con sé qualcosa d’imprevedibile, che cambia tutto” (Bergson). Si potrebbe di certo sostenere che l’esecuzione di ogni dipinto avvenga in un’unica veglia senza notte, e bisognerebbe convocare James Joyce per verbalizzare i criteri di questa sorta di De Nisco’s Wake.
Sono già con la testa da un’altra parte, ma, se chiudo gli occhi, Il Mago stupito occupa tutto lo spazio della mia immaginazione.

È come se l’arte di De Nisco fosse, in qualche modo, un’attività cinematografica, ma si tratta di una filmica alla quale sia stato sottratto il tempo di proiezione.
Quasi un motore fermo, che ti lascia la possibilità di avviamenti parziali, mettendoti delle parti in circolo.
Non siamo nella pittura di De Nisco come non siamo nella testa di Molly Bloom, nonostante ne condividiamo il trionfante e nietzschiano “sì!”, colto come un pesce che salta, inseguito da chissà cosa sotto la superficie increspata del colore, anche quando si fa compatta di olio e di tempera, pesante come il grosso telaio che la regge, al quale si attacca la mano delicata dell’amico dentista, che lo monta sul muro liscio della propria fronte, già corrugata di fatica, rosa e poi ocra e gialla e s’accascia pesante anche lui sulle morbidezze scogliose di un’abitudine, che gli ha fatto cercare il punto esatto in cui fermarsi un attimo a riposare, come se da qualche parte ci dovesse essere una differenza tra l’alzarsi la mattina angosciato per l’impegno che l’aspetta e lo sguardo appoggiato su un dipinto, in cui non cessa d’inciampare, sino al giorno in cui chiama lo studio perché vuole restare a casa, per sporcarsi le dita di colore. Quando l’arte funziona…
Mi viene quasi da ridere ad inseguire questa danza. E con vena discretamente moralistica, volteggiando, penso all’arte che non si risolve nella realizzazione dell’opera, ma nella realizzazione di chi la pratica. Volteggiare. Forse l’opera non esiste. Non esistono altro che traduzioni. Traduzioni di traduzioni. I dipinti hanno smesso di assomigliare alle cose perché sono piuttosto autoritratti molteplici: non devono assomigliare a nulla, sono essi stessi l’autore.
Ma che differenza c’è, allora, tra l’opera, l’autore e l’altro che siamo? si chiederà. Ecco il punto, nessuna. Ci si fa. Gli artisti non hanno mai fatto altro che confondersi con quello stesso disseminato creare, di cui l’autore singolo, o quello che ne resta, è lo scarto, come uno strumento antichissimo, già ignoto, di cui non si conosce più l’uso: luogo prospettico sul proscenio di Macbeth?

È una traiettoria del volteggiare, del divenire, il mio, il nostro, che produce ricordi e si oppone ad essi, perché abita altrove.
C’è un caos qui attorno che preme. Sento le sue forze che vogliono entrare in questo mio fragile cerchio: sono le forze del divenire? visibile?
C’è un resto che si forma ai bordi di ogni opera d’arte, fateci caso, è un soggetto, è un sorgere, finalmente, per poi sparire nuovamente, con l’immagine dell’avvenire. “Per noi, sentire è svanire” (Rilke).

Bengt Lindström. Monstrum ironicum
Leonardo Conti
Leonardo Conti
con Lindström Overture, testo di Leonardo Conti e musica di Paola Samoggia
con il Patrocinio dell'Ambasciata di Svezia
PoliArt Edizioni 2009
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Bengt Lindström. Monstrum ironicum
Leonardo ContiQuesta mostra nasce dal desiderio di rendere omaggio, a poco più di un anno dalla sua scomparsa, ad un artista che ha profondamente partecipato e innovato un certo modo d’intendere l’arte contemporanea. L’espressione.
Attraverso la sua dirompente gestualità e nell’emersione di una magmatica figurazione mescolata alla materia-colore, Bengt Lindström ha interpretato un assai vasto sentimento, e turbamento, dell’arte nordica. E le vicende del gruppo Cobra, al quale lo legano certe innegabili affinità, credo entrino solo in parte nel suo immaginario creativo. Lo storico gruppo di Alechinsky, Appel, Corneille, Jorn e gli altri, al quale del resto Lindström non aderirà mai, rappresentano uno tra i contesti culturali e creativi cui l’artista ha rivolto la sua vorace e vitale attenzione creativa.

Tutta l’energia di Bengt Lindström si sprigionerà sempre in un rapporto diretto tra se stesso e la pittura. E il restare a una certa distanza, anche in anni concitati, da certe forme dell’engagement, non deve essere interpretato come insensibilità nei confronti della società e delle sue storiche trasformazioni, ma, anzi, come una necessaria dimensione d’artista, volta a uno scandaglio profondissimo, dal quale ciò che è venuto costantemente emergendo è proprio la forza travolgente e potentemente umana delle opere.
La sua lotta Lindström l’ha consumata tra sé e sé, in una precedenza irrinunciabile affidata alla costruzione di un proprio modo di essere pittore. Alle opere, poi, il compito di diffondere un esempio visibile, una rottura anche, nei confronti della stanca e vuota consuetudine. Questa è la missione di un’arte che abbia attraversato lo spessore dell’atelier e di un cuore di artista.
E all’interno di queste scelte ci vuole una passione vibrante affinché l’espressione sia autentica. Soprattutto quando dalla nozione di “espressione” sia stato espunto ogni fatuo sfondo idealistico, che la consideri come lo svelamento di una realtà “altra”, nascosta da qualche parte dietro a quella che viviamo. Non è questa la via di Lindström: egli sapeva bene che l’immagine, che nella sua arte sorge, è soltanto lì che nasce, nel ribollire formativo del colore, non giunge da alcun altro luogo ascondito.
L’arte non svela, crea la realtà. Credo sia proprio questo ciò che l’artista ha riassunto in una ormai celebre frase, nella quale parla del “sorprendere lo spettatore, perturbarlo sino a risvegliarlo, mostrandogli che ci sono altri uomini che immaginano mondi sconosciuti e tuttavia necessari all’uomo, per sfuggire questa triste vita materiale che egli stesso ha creato” [1].

Quando Lindström parla di “immaginazione”, ecco, mi sembra che appaia lucidamente il motore della sua ricerca. Immaginare mondi sconosciuti è crearli. Allora ogni opera sarà un accesso che l’artista si concede e che concede a coloro che vorranno costruire mondi. Credo possa essere questo il senso profondo della frase di Lindström, la sintesi della sua espressione anche politica. L’artista si rivolge direttamente allo “spettatore”, vuole “sorprenderlo”, “risvegliarlo”, assumendosi una sorta di compito mercuriale.
Dalla constatazione della crisi profonda, la “triste vita materiale”, nella quale il mondo contemporaneo è immerso (e non è storicamente una novità, per un animo sensibile!), l’artista si pone come guida sui sentieri di una vita-natura-colore, in cui diviene edificatore di mondi. Qui può innestarsi la biografia dell’artista, le sue ataviche appartenenze, qui risorgono i venti impetuosi del Grande Nord e le immani distese di foreste, montagne e laghi di luce, scogliere spumeggianti e terre sconfinate, in cui tutto potentemente vive.
E sarebbe interessante riscoprire un fascino simbolista, certamente non estraneo a Lindström, per introdursi in uno scandaglio immaginifico di questa sua natura naturante. Perché Lindström è lì che trova una propria soglia d’accesso, per accedere a quell’intersezione vitale che mostra un nuovo piano natura-uomo. E la soglia la trova nella sua tradizione, colma di molteplici immaginari, in cui prendono vita sontuosi miti e saghe, pullulanti di dei, giganti, maghi, mostri, elfi, gnomi, folletti.
Lindström coglie la deriva profonda di questi immaginari: la molteplicità che pone le cose nel flusso di una mutazione universale. Ed ecco, allora, che la sua materia-colore diviene vitale, in un’oscillazione dinamica tra contrari: gesto e disegno, furore e abbandono, identità e alterità, vita e morte, adagiati sull’eterno piano inclinato di tragicità e ironia, ma felicemente sbilanciato da Lindström su quest’ultima [2].
Ecco perché nelle figure che affiorano dallo sciabordio spesso agitato dei suoi colori non appare, certamente, la desolazione digrignante e invasiva, dei personaggi di Francis Bacon, vittime afone d’assordanti catastrofi. Quella seguita da Lindström è una via diversa. Diversa anche da quelle del più titanico espressionismo europeo, fatta forse eccezione per alcuni volti di Ensor, o di certe irresistibili potenze verbali di Karl Kraus.
Lindström ricerca una nuova origine. Per questo contamina la sua sensibilità con ciò che di più attuale stava accadendo, giungendo a purificare il suo colore con una solarità, a mio avviso, in gran parte attinta da una certa evoluzione espressionista d’Oltreoceano. Penso a certe intensità di Sam Francis, di Joan Mitchell e dei Louis, Frankenthaler, Noland, Kelly, definiti colorfield painters da Greenberg nel 1962.
Da un punto di vista cromatico Lindström fa, in un certo senso, un’operazione uguale e contraria rispetto a quella di Paul Jenkins, che, partito dagli States con una precisa e pura sensibilità cromatica equorea, trova nell’esperienza europea un corpo per il suo colore (in Oriente troverà forse un’immagine di se stesso più che una dimensione per le sue opere); Lindström, che non mancava certo di corpo, trova invece a New York l’intensità del colore puro, così come per primo l’aveva concepito Matisse, suo ineludibile maestro. La via è aperta. E nella sua ricerca originaria Lindström giunge ad utilizzare un colore per ogni pennello, e le ibridazioni tra colore e colore accadranno sempre direttamente sulla tela, nella ricerca della sua magmatica e imprevedibile figurazione.
Per tentare, ora, di comprendere la natura dei suoi personaggi, dei suoi particolarissimi “mostri”, non torna certo alla mente il Monstrum horrendum informe ingens, cui lumen ademptum [3] del verso virgiliano, nel quale il poeta descrive l’apparire mostruoso dell’accecato Polifemo; piuttosto, credo, si potrebbero convocare le opere della maturità di Odilon Redon, e proprio un’opera come il suo Ciclope del 1898, nel quale si assiste all’imprevedibile affacciarsi di una mostruosa mitezza: è l’ironia, nella contraddizione, nell’ossimoro, che già emerge in una magmatica relazione della figura con la natura sottostante.
E ironia e natura saranno proprio due tra i contrassegni tipici della pittura di Lindström. Una ribollente naturalità nella quale prendono forma e si dissolvono miti mostri. Ecco perché nelle opere di Lindström, o almeno nelle sue migliori, l’apparire-svanire dei personaggi, delle maschere, dei volti, è sì mostruoso, come ogni cosa, del resto, che percepiamo per la prima volta, ma contiene sempre una mitezza ironica, che immersa nel flusso incessante della vita-materia-colore, ne disegna un significato profondo, invitandoci a sporcarci le mani di colore, sulle note forse di una sinfonia di Malher già tinta d’accensioni berghiane.
[1] Libera traduzione della frase pronunciata da Lindström a Eva-Britt Tiger, in Eva-Britt Tiger, Michel Perrin (prefazione di), Bengt Lindström, Editions Fragments, Paris, 1998.
[2] Come ha rilevato Sebastiano Grasso (che conosce bene V. Jankélévitch), in un articolo scritto in occasione della scomparsa del maestro: “[…] Si può anzi dire che coi suoi colori forti e pastosi, densissimi e squillanti […] Bengt abbia ridato vitalità e sangue all’espressionismo nordico. Aggiungendo qualcosa che gli altri non possiedono: l’ironia. E l’ironia, si sa, è la salvezza del mondo”, Sebastiano Grasso, Bengt, l’ultimo espressionista, in “Corriere della Sera”, 31 gennaio, 2008, p. 47.
[3] “Immenso orrendo mostro deforme, cui l’occhio fu tolto” [T.d.R.], Virgilio, Eneide, III, 658.
[1] Libera traduzione della frase pronunciata da Lindström a Eva-Britt Tiger, in Eva-Britt Tiger, Michel Perrin (prefazione di), Bengt Lindström, Editions Fragments, Paris, 1998.
[2] Come ha rilevato Sebastiano Grasso (che conosce bene V. Jankélévitch), in un articolo scritto in occasione della scomparsa del maestro: “[…] Si può anzi dire che coi suoi colori forti e pastosi, densissimi e squillanti […] Bengt abbia ridato vitalità e sangue all’espressionismo nordico. Aggiungendo qualcosa che gli altri non possiedono: l’ironia. E l’ironia, si sa, è la salvezza del mondo”, Sebastiano Grasso, Bengt, l’ultimo espressionista, in “Corriere della Sera”, 31 gennaio, 2008, p. 47.
[3] “Immenso orrendo mostro deforme, cui l’occhio fu tolto” [T.d.R.], Virgilio, Eneide, III, 658.

Ben Ormemese. La macchina estetica
Leonardo Conti
Leonardo Conti
con il libro di poesia di Elisabetta Gennasi. Orto fiorito
Testo nel volume della collana Sorvoli - quaderni di arte e poesia
PoliArt Sorvoli 2008
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Ben Ormenese. La macchina estetica
Leonardo ContiBen Ormenese abbandona presto il pennello, nella consapevolezza di come nei primi anni Sessanta, tranne qualche rara eccezione, il propellente creativo dell’informale fosse oramai esaurito da tempo. Anche di lui, del resto, si conservano alcune opere, esposte nel 1959 alla galleria Il Girasole di Udine, in cui la furia iconoclasta dell’informale ha stravolto un’irriconoscibile figurazione, divenuta ormai materia contrastata in cromatici impasti.
La strada di Ormenese non poteva essere quella, anche forse per la profonda conoscenza e rispetto di ciò che Burri stava facendo, ma, soprattutto, per una ancora segreta predisposizione personale verso il costruire: il progettare e il costruire.
Nei primi anni Sessanta, quando Ormenese comincia a concepire il suo personale metodo compositivo, è sicuramente la razionalità di Mondrian che osserva con più attenzione, ma anche gli equilibri di Ben Nicholson o forse i superficiali volumi di Arturo Bonfanti. Tuttavia egli rifiuterà sempre, e intimamente, ogni tipo d’influenza, di affiliazione, persino di confronto, e le scelte future ne dimostreranno il rigore poetico e anche una sorta di sublime follia. Ma bisognerà attendere il 1978, e dunque una quindicina d’anni, per comprendere le radicali scelte d’arte e di vita che lentamente stava maturando quell’uomo schivo e di pochissime spiegazioni.

Le lamelle, realizzate con cartone piegato, vengono ordinate secondo gruppi paralleli in rilievo, creando effetti di profondità e movimento percettivo, giocati più con le moltiplicazioni delle ombre che con i riverberi delle luci (20-8- LAM, 34-8-LAM, Composizione in rosso n.19). Ma al di là degli effetti ottico-cinetici presenti, per Ormenese il quadro con le “lamelle” è in quegli anni un territorio di conquista da attraversare, scavare, sorvolare, oltrepassare.
Contestualmente al raggiungimento di un generale equilibrio formale, è interessante notare come l’artista abbia pensato alle ombre, anzi come le ombre siano state, sin dall’inizio, il vero obiettivo del suo lavoro. Esse, infatti, sono proiettate sul fondo e sulle lamelle dalle campiture dipinte che schermano la luce, realizzando lo stupefacente ossimoro visivo di una superficialità profonda, in cui le ombre stesse divengono un materiale da plasmare.
Già da questi primi anni, si può così notare come, attraverso un procedimento compositivo eminentemente strutturale, l’artista oltrepassi il puro dato formalistico in una ricerca di dati percettivi e sovra-oggettuali.
Anche nelle prime strutture, anch’esse denominate spesso semplicemente Composizioni, l’artista costruisce forme ondulate ad incastri di legno laccato, nelle quali il modello della quadratura è costantemente forzato in un’espansione plastica sia aggettante che debordante dai margini esterni. Sono le forze, generate dalle forme, il nuovo materiale che Ormenese viene plasmando. Anche i colori divengono campi di forze in tensione con i volumi e spesso alcuni di essi come il rosso, il giallo, il nero, hanno la funzione di veri e propri centri propulsori di energie, che sembrano incurvare e plasmare la materia circostante. È il caso di Composizione in rosso n°7 (ma anche di A3, 8-C, D-1, Composizione in bianco n.19), nella quale gli incastri delle forme, dei piani e delle zone colorate, generano dei potenziali eccedenti che sembrano spingere le opere in uno sconfinamento dei limiti della quadratura. Si può veramente parlare di “dequadratura” dell’arte. Si vedrà poi come tale procedimento artistico si discosti dalle varie esperienze riguardanti le cosiddette Shaped canvas (tela sagomata) di Frank Stella, di certi tagli di Fontana su tele di forma irregolare, dei gobbi di Burri o degli “estroflessi” Castellani e Bonalumi. Lo sconfinamento cui giunge Ormenese non è il prodotto di sagomature e forze retrostanti che modificano una configurazione “normale” del quadro, quelle di Ormenese sono forze oramai svestite dalla tela, sono forze nude che agiscono mentre si fanno.
È per questo che, indipendentemente dal tipo di materiale usato, si è in generale parlato di predisposizione a “dialogare con la parete e l’ambiente tramite un’abile e calibrata alternanza di pieni e vuoti” [1]. Emerge la profonda consapevolezza di una progressiva fusione dell’opera con l’ambiente circostante, affinché ambiente ed opera non siano che episodi, magari coincidenti, di un’unica dinamica generale, nella quale l’artista pone la mente e le mani afferrandone direzioni e coordinate. E le forme di Ormenese non sono bordi, sono direzioni soltanto temporaneamente calcolabili secondo coordinate, ma destinate a cancellarsi come tracce su una spiaggia infinita.
Le strutture che, per una decine d’anni, fino al 1978, Ormenese viene costituendo, sono proprio caratterizzate dal progressivo inoltramento in un’architettura spaziale fatta di forze. C’è solidità nelle opere di Ormenese, la solidità di Cézanne. Il suoi quadri e le sue sculture possono divenire opere architettoniche perché anche l’architettura, una volta perduta la funzionalità, è soltanto un problema plastico. È così che in un’opera come Legno X8 del 1972 la leggera densità del vuoto s’insinua e avanza come un cuneo tra blocchi e direttrici, sino a divenire così estesa da non avere più bisogno di sostegni ed, anzi, comincia a sostenere.
Nella sua ricerca di un’”emozione plastica”, però, l’artista ha bisogno di sperimentare i suoi strumenti e la sua materia. È per questo che, abbandonate le laccature, Ormenese passa a combustioni superficiali del legno su cui appare una quasi ambrata e lucida fuliggine (Legno 14Ka, Legno 7Kb, Rilievo). Del resto, poi, è inesausto lo sperimentare altri materiali, specialmente i metalli più o meno riflettenti, in quasi prototipi di opere che entreranno a fare parte di una sorta di archivio creativo, di un vero e proprio zibaldone fondamentali per le ricerche più recenti. Ma per più di trent’anni il materiale fondamentale sarà il legno, continuamente lavorato e trattato in ogni modo possibile, dalle laccature, agli scuri impregnanti, sino all’uso della fiamma modificatrice, tanto cara a Burri, con il fuoco Ormenese vuole preparare una materia austera e brunita, da svelarsi nelle radenze di luce. Così sorgono le strutture esposte alla Galleria Vismara e alla Falchi di Milano prima e alla Ravagnan di Venezia poi, fatte di incastri ed intercettazioni di elementi che raccolgono e dirigono le forze dello spazio circostante. Ormai non esiste più un supporto su cui dipingere, perché il supporto nel suo farsi è la pittura stessa: è per questo che per lui dipingere è diventato fare. Tutte le energie del mondo sono occasioni per costruire e strutturare, e l’opera è il modo di pensare dell’artista, ma non una rappresentazione di quel modo, piuttosto è il pensare stesso: per questo poi non ci saranno molte parole. Perché la vita dell’artista è un apprendimento ed uno studio continuo e la creatività è l’attività di ripasso, è la personale verifica di ciò che per un istante ci appartiene. Qui sorgono i nostri esercizi di ammirazione, nel luogo in cui l’opera resta come traccia per una memoria che potrà possederla ancora in indefinite dimenticanze, variazioni, tradimenti, rinascite. Del resto la pittura ha sempre inseguito ciò che non è visibile, così come la parola ciò che non è dicibile, perché il pensiero cerca la sua immagine e la sua voce.
Così Ormenese costruisce i poderosi incastri nei cicli dei legni, dei legni bruciati, e poi, verso la metà degli anni Settanta, dei rilievi in nero. Ormai non c’è quasi più distanza tra scultura e pittura nelle sue opere, perché dalla parete esse sembrano già muovere il primo passo verso lo spazio circostante, proprio qui, in mezzo a noi. È la massima auto-affermazione della superficie, il gesto più alto e sublime dell’individualità: il divenire altro. Sembra irriverente pensare ancora a Fontana, ma deve esistere qualcosa al di là del suo taglio, perché Lucio, il grande stratega della conquista, è rimasto intrappolato nel territorio conquistato, condannato a ripetere un gesto divenuto maniacale. Il gesto limite coincide con il gesto unico, il resto è ripetizione. Il primo taglio contiene già tutta l’immensità del pensiero, il secondo sostiene il primo già con effimera eloquenza, il terzo è già nulla, poi sarà una letteratura fatta di date e di divertenti buongustai.
Ecco il 1978. Quando, improvvisamente, dopo una grave crisi che lo porta a bruciare gran parte del suo lavoro in un notturno e solitario falò, Ormenese abbandona Milano, città in cui aveva vissuto per una decina d’anni, e decide di ritornare definitivamente in Friuli. Passeranno vent’anni, prima che di nuovo si senta parlare del maestro di Sacile. Nel frattempo egli continuerà incessantemente una ricerca controversa, in cui affiorerà persino la figurazione. Per vent’anni sarà solamente costruttore di sculture. Dopo quel passo strutturale dalla parete all’ambiente, che già aveva visto una serie di morbide sculture lignee lontanamente fitomorfiche, per tutti gli anni Ottanta l’artista continuerà ad assemblare i suoi legni per costruire sculture. Nascono così, nei primi Novanta, le torri strutturate, nelle quali infinitesimi incastri di piccolissimi elementi, che lontanamente ricordano le originarie lamelle, erigono grattacieli che, via via, assumono forme totemiche sempre più umanizzate. È una lucidissima progressione quella che conduce il maestro da un’arte totalmente aniconica, verso una figurazione paradossalmente descrittiva. Il modus operandi tuttavia non cambia: egli continua ad assemblare elementi di legno, progressivamente più irregolari, con i quali costruisce sculture, eppure, guardando la trama costitutiva dei corpi di opere come Il lamento di Arianna, non vi si percepisce alcuna istanza di rappresentatività, ma ancora una pura sintesi di forma e dinamica nello spazio. D’altro canto questi corpi, ad uno sguardo globale sono tutt’altro che astratti, in una presenza figurativa persino drammatica ed espressionistica. Ma il percorso continua inarrestabile, ed Ormenese giunge all’estrema sintesi di Eleganza, scultura nella quale la rappresentazione della femminile figura è ridotta a tratti essenziali ma sufficienti a conferire all’intera scultura un’infinita grazia. in cui non vi è più struttura né figura, ma sublime rappresentazione di un’idea che incede in una spazialità che l’attraversa. L’artista, partito dal più austero rigore non figurativo giunge così a colmare, con lo stesso rigore, l’altro polo della contraddizione. Probabilmente attraverso il tradimento di chi, vent’anni prima, aveva già riconosciuto in lui uno stile, ma nell’assoluta fedeltà alla propria ricerca. Forse è per questo che se n’era andato, perché pensava di essere giunto ad un punto da cui dover ricominciare a ritroso, per poi alla fine ricominciare ancora a procedere.
Nel 1999 conclude la limitatissima produzione delle sculture degli ultimi anni e riprende in mano il suo zibaldone strutturale. Ricomincia così la ricerca da dove l’aveva interrotta, prima sperimentando prospettiche strutture graffiate su cartone e poi riprendendo una ricerca matura di trentacinque anni, con le lamelle, che lo porteranno ad utilizzare gli specchi verso la nuova scommessa del costruire con la luce. C’è qualcosa d’imprevisto che può contribuire a strutturare la realtà e si può tentare di trovarlo, forse solo di evocarlo. Le ombre e le luci che si stagliano in queste ultime opere di Ormenese, sul muro che le sostiene o tra le lamelle o tra gli specchi che si rimandano, quelle luci e quelle ombre infinitesimali sono sublimi errori quando non erano previste o elementi strutturati quando l’artista ne considera le possibilità compositive.
Con le opere recenti, Levitazioni, Fluttuazioni e Teatrini, Ormenese ha messo a punto una macchina estetica in grado di utilizzare la luce come elemento strutturale per costruire opere d’arte.
La luce è in tutto ciò che vediamo. Il visibile è costituito di luce. L’arte è figlia della luce. Poiché, come si è visto, le opere di Ormenese sono veri e propri organismi, i cui componenti strutturali sono compenetrati l’uno nell’altro, in grado di captare le molteplici dinamiche spaziali nelle quali sono situati, la massima ambizione può considerarsi proprio la conquista della luce, da utilizzare come elemento tra gli altri. L’artista, ora, vuole raggiungere fisicamente la luce, per poter immetterla nelle sue organizzazioni. Ed è proprio questo che realizza nei recenti cicli creativi. Con il suo consolidato metodo strutturale Ormenese, in principio, divide in due parti il suo lavoro: nelle Levitazioni riprende contatto con l’affioramento di lamelle dallo sfondo, questa volta per captare la luce e trattenerla all’interno dell’opera, mediante complessi sistemi di riflessi. Le lamelle specchianti sono disposte secondo tracciati che ne preparano l’emersione dalla superficie. In queste opere dunque parte da una composizione fortemente strutturata, la cui modificazione consiste nell’increspare la superficie per orientarsi verso la luce. Le, poi, Fluttuazioni appaiono per molti aspetti simili alle Levitazioni, ma in realtà sono formate secondo un procedimento inverso: prima Ormenese costruisce una zona di assorbimento della luce e, poi, ne insegue i principi di propagazione ondulatoria sulla superficie, così come un battito d’ali il vento scrive. In virtù di questi effetti Giovanni Granzotto ha potuto rivedere in alcune di queste opere ciò che accade “in un grande specchio d’acqua, in una sorta di galleggiamento instabile delle immagini, pronte a diffondersi e disperdersi”[2]. Riassumendo: nelle Levitazioni il maestro prepara solide strutture, le cui spinte interne producono un affioramento più o meno accentuato sulla superficie di lamelle specchianti, in grado di captare la luce, e di ridistribuirla all’interno dell’opera, secondo gradazioni e intensità calcolate, nel raggiungimento di un perfetto equilibrio. In un certo senso le Levitazioni si preparano all’avvento della luce, lasciando liberi quei campi in cui verranno sistemati i fotoni strutturali, ciò che serve per il definitivo funzionamento dell’opera. Nelle Fluttuazioni invece, dopo aver costruito una sorta di circoscritto “pannello solare”, l’artista lascia che sia la luce a disegnare le strutture, secondo le sue leggi di propagazione, riflessione e diffrazione. È interessante notare come in questi due cicli Ormenese talvolta utilizzi, nuovamente, anche il procedimento per stratificazione, mediante la sovrapposizione di un piano di plexiglass, sul quale spesso incide il motivo dinamico che guida lo sviluppo dell’opera (Variazioni multiple, 2003).
L’utilizzo della luce nelle Levitazioni e Fluttuazioni avvia l’ulteriore ciclo dei Teatrini, nei quali la superficie di accadimento dell’immagine non esiste più, perché superficie, spazio e luce sono fusi completamente in una magistrale sintesi della sua ricerca intera. Ormenese fonda un vero e proprio nuovo genere di opera d’arte che potrebbe definirsi opera relazionale. La relazione consiste nel costante allargamento del campo di indagine, per cogliere il fenomeno nella sua collocazione contestuale.
È cioè la relazione che produce l’opera e non viceversa. Quanti più sono gli elementi esterni con cui l’opera entra in relazione e tanto più complessa è la sua organizzazione. Mediante un portentoso gioco dinamico, i Teatrini, fondati sulla compenetrazione curva di più piani, in cui vi è sempre una “scena” quadrangolare di ricezione luminosa, entrano in relazione con un interno della superficie, con l’esterno della spazialità e con la vastità dell’orizzonte luminoso.
La superficie resta come spazio mediano, tra un fuori predatore di luce e un dentro modificatore, in cui la luce risorge. I Teatrini sono intersezioni visibili di forze estremamente lontane e diverse, essi si accendono ad ogni alba, ogni barbaglio scivola sulle loro politure di resine traslucide, affinché ciò che vibra possa continuare a vibrare, ancora per un po’.
La straordinaria abilità nell’utilizzo della luce, ha fatto talvolta confluire Ormenese tra i maggiori artisti dell’arte cinetica, in realtà esistono differenze sostanziali: nelle opere cinetiche la percezione del movimento è l’elemento essenziale per la comprensione dell’opera: l’instabilità percettiva ne è il fondamento imprescindibile; nelle opere di Ormenese, invece, esiste sempre un punto esatto della configurazione. Il fine dell’infaticabile ricercare ormenesiano non sarà mai l’instabilità ma, al contrario, la stabilità, la solidità che deriva dalla tenuta di ogni sua struttura. Questo non vuole dire che l’incidenza della luce sull’opera di Ormenese debba essere fissa, anzi, l’immane tenuta strutturale si manifesta proprio nella capacità dell’opera di sostenere un notevole range di spostamento angolare della luce. Ma se nelle opere cinetiche il rapporto tra percezione dell’opera e spostamento è fluido, nelle opere del maestro di Sacile ogni spostamento produce un assestamento della struttura e di tutto ciò con cui è interconnessa, una configurazione globale in cui l’opera si stabilizza.
C’è la parete della casa, o della gallerie o del museo, ma è lo stesso, che ormai esiste nell’opera di Ormenese. Ogni tratto, ogni legno, ogni specchio, ogni luce, deve riequilibrare la parete, e la parete deve potere entrare e uscire: è lo spazio della vita, è un divenire spazio della vita. In quella parete c’è l’uomo e in quei tratti, in quei legni, in quegli specchi, in quelle luci, c’è l’uomo che si fa opera, ci sono le forze in cui si dibatte e che modifica costantemente con il suo sperimentare incessante. La parete non è inerte e dopo il primo punto infinitesimale non è più parete ma è parete-artista: è là, nell’opera, che il cuore ancora batte. Perché l’arte oltrepassa i confini fisici dell’opera, nell’identificazione di un luogo, di un territorio, in cui l’uomo vive. Per questo già Deleuze e Guattari consideravano l’architettura come “la prima delle arti”, perché riguarda la casa, il luogo in cui un ecosistema si costituisce: tra gli artisti più grandi vi sono quelli che costruiscono opere che divengono la loro casa, come Schwitters o Dubuffet.
La quadratura è da sempre stato il territorio dell’opera, ma, a ben guardare, quel territorio è più vasto della quadratura, quel territorio è parete, è casa, è natura. E il gesto dell’artista non si ferma all’interno della cornice, ne esce perché non è da lì che comincia. Gli inizi sono sempre altrove e gli esiti è sempre ad un nuovo altrove che tendono.
Fare arte, così come comporre o scrivere, è un impregnarsi delle cose dell’arte, è un oltrepassare il proprio respiro per entrare nel respiro della tela, del legno, del ferro, del marmo, del suono, del colore e del vuoto che riempie la materia dell’arte. L’artista diventa a poco a poco la sua cosa viva, se vive, e poi sarà tutto un silenzio fatto di parole per coloro che domandano spiegazioni.
[1] D.Marangon, Moti, luci, colori: dall’anonimato al ritorno alla pittura, in Le Parc, Garcia Rossi, Demarco e altre testimonianze del cinetismo in Francia e in Italia, testo in catalogo della mostra alla Galleria civica d’Arte moderna di Spoleto, Ed. Verso L’Arte, 2002, p.37.
[2] G. Granzotto, Ben Ormenese, in catalogo della mostra all’Università di Innsbruck, 2005, p. 110.
Anche nelle prime strutture, anch’esse denominate spesso semplicemente Composizioni, l’artista costruisce forme ondulate ad incastri di legno laccato, nelle quali il modello della quadratura è costantemente forzato in un’espansione plastica sia aggettante che debordante dai margini esterni. Sono le forze, generate dalle forme, il nuovo materiale che Ormenese viene plasmando. Anche i colori divengono campi di forze in tensione con i volumi e spesso alcuni di essi come il rosso, il giallo, il nero, hanno la funzione di veri e propri centri propulsori di energie, che sembrano incurvare e plasmare la materia circostante. È il caso di Composizione in rosso n°7 (ma anche di A3, 8-C, D-1, Composizione in bianco n.19), nella quale gli incastri delle forme, dei piani e delle zone colorate, generano dei potenziali eccedenti che sembrano spingere le opere in uno sconfinamento dei limiti della quadratura. Si può veramente parlare di “dequadratura” dell’arte. Si vedrà poi come tale procedimento artistico si discosti dalle varie esperienze riguardanti le cosiddette Shaped canvas (tela sagomata) di Frank Stella, di certi tagli di Fontana su tele di forma irregolare, dei gobbi di Burri o degli “estroflessi” Castellani e Bonalumi. Lo sconfinamento cui giunge Ormenese non è il prodotto di sagomature e forze retrostanti che modificano una configurazione “normale” del quadro, quelle di Ormenese sono forze oramai svestite dalla tela, sono forze nude che agiscono mentre si fanno.
È per questo che, indipendentemente dal tipo di materiale usato, si è in generale parlato di predisposizione a “dialogare con la parete e l’ambiente tramite un’abile e calibrata alternanza di pieni e vuoti” [1]. Emerge la profonda consapevolezza di una progressiva fusione dell’opera con l’ambiente circostante, affinché ambiente ed opera non siano che episodi, magari coincidenti, di un’unica dinamica generale, nella quale l’artista pone la mente e le mani afferrandone direzioni e coordinate. E le forme di Ormenese non sono bordi, sono direzioni soltanto temporaneamente calcolabili secondo coordinate, ma destinate a cancellarsi come tracce su una spiaggia infinita.
Le strutture che, per una decine d’anni, fino al 1978, Ormenese viene costituendo, sono proprio caratterizzate dal progressivo inoltramento in un’architettura spaziale fatta di forze. C’è solidità nelle opere di Ormenese, la solidità di Cézanne. Il suoi quadri e le sue sculture possono divenire opere architettoniche perché anche l’architettura, una volta perduta la funzionalità, è soltanto un problema plastico. È così che in un’opera come Legno X8 del 1972 la leggera densità del vuoto s’insinua e avanza come un cuneo tra blocchi e direttrici, sino a divenire così estesa da non avere più bisogno di sostegni ed, anzi, comincia a sostenere.
Nella sua ricerca di un’”emozione plastica”, però, l’artista ha bisogno di sperimentare i suoi strumenti e la sua materia. È per questo che, abbandonate le laccature, Ormenese passa a combustioni superficiali del legno su cui appare una quasi ambrata e lucida fuliggine (Legno 14Ka, Legno 7Kb, Rilievo). Del resto, poi, è inesausto lo sperimentare altri materiali, specialmente i metalli più o meno riflettenti, in quasi prototipi di opere che entreranno a fare parte di una sorta di archivio creativo, di un vero e proprio zibaldone fondamentali per le ricerche più recenti. Ma per più di trent’anni il materiale fondamentale sarà il legno, continuamente lavorato e trattato in ogni modo possibile, dalle laccature, agli scuri impregnanti, sino all’uso della fiamma modificatrice, tanto cara a Burri, con il fuoco Ormenese vuole preparare una materia austera e brunita, da svelarsi nelle radenze di luce. Così sorgono le strutture esposte alla Galleria Vismara e alla Falchi di Milano prima e alla Ravagnan di Venezia poi, fatte di incastri ed intercettazioni di elementi che raccolgono e dirigono le forze dello spazio circostante. Ormai non esiste più un supporto su cui dipingere, perché il supporto nel suo farsi è la pittura stessa: è per questo che per lui dipingere è diventato fare. Tutte le energie del mondo sono occasioni per costruire e strutturare, e l’opera è il modo di pensare dell’artista, ma non una rappresentazione di quel modo, piuttosto è il pensare stesso: per questo poi non ci saranno molte parole. Perché la vita dell’artista è un apprendimento ed uno studio continuo e la creatività è l’attività di ripasso, è la personale verifica di ciò che per un istante ci appartiene. Qui sorgono i nostri esercizi di ammirazione, nel luogo in cui l’opera resta come traccia per una memoria che potrà possederla ancora in indefinite dimenticanze, variazioni, tradimenti, rinascite. Del resto la pittura ha sempre inseguito ciò che non è visibile, così come la parola ciò che non è dicibile, perché il pensiero cerca la sua immagine e la sua voce.
Così Ormenese costruisce i poderosi incastri nei cicli dei legni, dei legni bruciati, e poi, verso la metà degli anni Settanta, dei rilievi in nero. Ormai non c’è quasi più distanza tra scultura e pittura nelle sue opere, perché dalla parete esse sembrano già muovere il primo passo verso lo spazio circostante, proprio qui, in mezzo a noi. È la massima auto-affermazione della superficie, il gesto più alto e sublime dell’individualità: il divenire altro. Sembra irriverente pensare ancora a Fontana, ma deve esistere qualcosa al di là del suo taglio, perché Lucio, il grande stratega della conquista, è rimasto intrappolato nel territorio conquistato, condannato a ripetere un gesto divenuto maniacale. Il gesto limite coincide con il gesto unico, il resto è ripetizione. Il primo taglio contiene già tutta l’immensità del pensiero, il secondo sostiene il primo già con effimera eloquenza, il terzo è già nulla, poi sarà una letteratura fatta di date e di divertenti buongustai.
Ecco il 1978. Quando, improvvisamente, dopo una grave crisi che lo porta a bruciare gran parte del suo lavoro in un notturno e solitario falò, Ormenese abbandona Milano, città in cui aveva vissuto per una decina d’anni, e decide di ritornare definitivamente in Friuli. Passeranno vent’anni, prima che di nuovo si senta parlare del maestro di Sacile. Nel frattempo egli continuerà incessantemente una ricerca controversa, in cui affiorerà persino la figurazione. Per vent’anni sarà solamente costruttore di sculture. Dopo quel passo strutturale dalla parete all’ambiente, che già aveva visto una serie di morbide sculture lignee lontanamente fitomorfiche, per tutti gli anni Ottanta l’artista continuerà ad assemblare i suoi legni per costruire sculture. Nascono così, nei primi Novanta, le torri strutturate, nelle quali infinitesimi incastri di piccolissimi elementi, che lontanamente ricordano le originarie lamelle, erigono grattacieli che, via via, assumono forme totemiche sempre più umanizzate. È una lucidissima progressione quella che conduce il maestro da un’arte totalmente aniconica, verso una figurazione paradossalmente descrittiva. Il modus operandi tuttavia non cambia: egli continua ad assemblare elementi di legno, progressivamente più irregolari, con i quali costruisce sculture, eppure, guardando la trama costitutiva dei corpi di opere come Il lamento di Arianna, non vi si percepisce alcuna istanza di rappresentatività, ma ancora una pura sintesi di forma e dinamica nello spazio. D’altro canto questi corpi, ad uno sguardo globale sono tutt’altro che astratti, in una presenza figurativa persino drammatica ed espressionistica. Ma il percorso continua inarrestabile, ed Ormenese giunge all’estrema sintesi di Eleganza, scultura nella quale la rappresentazione della femminile figura è ridotta a tratti essenziali ma sufficienti a conferire all’intera scultura un’infinita grazia. in cui non vi è più struttura né figura, ma sublime rappresentazione di un’idea che incede in una spazialità che l’attraversa. L’artista, partito dal più austero rigore non figurativo giunge così a colmare, con lo stesso rigore, l’altro polo della contraddizione. Probabilmente attraverso il tradimento di chi, vent’anni prima, aveva già riconosciuto in lui uno stile, ma nell’assoluta fedeltà alla propria ricerca. Forse è per questo che se n’era andato, perché pensava di essere giunto ad un punto da cui dover ricominciare a ritroso, per poi alla fine ricominciare ancora a procedere.
Nel 1999 conclude la limitatissima produzione delle sculture degli ultimi anni e riprende in mano il suo zibaldone strutturale. Ricomincia così la ricerca da dove l’aveva interrotta, prima sperimentando prospettiche strutture graffiate su cartone e poi riprendendo una ricerca matura di trentacinque anni, con le lamelle, che lo porteranno ad utilizzare gli specchi verso la nuova scommessa del costruire con la luce. C’è qualcosa d’imprevisto che può contribuire a strutturare la realtà e si può tentare di trovarlo, forse solo di evocarlo. Le ombre e le luci che si stagliano in queste ultime opere di Ormenese, sul muro che le sostiene o tra le lamelle o tra gli specchi che si rimandano, quelle luci e quelle ombre infinitesimali sono sublimi errori quando non erano previste o elementi strutturati quando l’artista ne considera le possibilità compositive.
Con le opere recenti, Levitazioni, Fluttuazioni e Teatrini, Ormenese ha messo a punto una macchina estetica in grado di utilizzare la luce come elemento strutturale per costruire opere d’arte.
La luce è in tutto ciò che vediamo. Il visibile è costituito di luce. L’arte è figlia della luce. Poiché, come si è visto, le opere di Ormenese sono veri e propri organismi, i cui componenti strutturali sono compenetrati l’uno nell’altro, in grado di captare le molteplici dinamiche spaziali nelle quali sono situati, la massima ambizione può considerarsi proprio la conquista della luce, da utilizzare come elemento tra gli altri. L’artista, ora, vuole raggiungere fisicamente la luce, per poter immetterla nelle sue organizzazioni. Ed è proprio questo che realizza nei recenti cicli creativi. Con il suo consolidato metodo strutturale Ormenese, in principio, divide in due parti il suo lavoro: nelle Levitazioni riprende contatto con l’affioramento di lamelle dallo sfondo, questa volta per captare la luce e trattenerla all’interno dell’opera, mediante complessi sistemi di riflessi. Le lamelle specchianti sono disposte secondo tracciati che ne preparano l’emersione dalla superficie. In queste opere dunque parte da una composizione fortemente strutturata, la cui modificazione consiste nell’increspare la superficie per orientarsi verso la luce. Le, poi, Fluttuazioni appaiono per molti aspetti simili alle Levitazioni, ma in realtà sono formate secondo un procedimento inverso: prima Ormenese costruisce una zona di assorbimento della luce e, poi, ne insegue i principi di propagazione ondulatoria sulla superficie, così come un battito d’ali il vento scrive. In virtù di questi effetti Giovanni Granzotto ha potuto rivedere in alcune di queste opere ciò che accade “in un grande specchio d’acqua, in una sorta di galleggiamento instabile delle immagini, pronte a diffondersi e disperdersi”[2]. Riassumendo: nelle Levitazioni il maestro prepara solide strutture, le cui spinte interne producono un affioramento più o meno accentuato sulla superficie di lamelle specchianti, in grado di captare la luce, e di ridistribuirla all’interno dell’opera, secondo gradazioni e intensità calcolate, nel raggiungimento di un perfetto equilibrio. In un certo senso le Levitazioni si preparano all’avvento della luce, lasciando liberi quei campi in cui verranno sistemati i fotoni strutturali, ciò che serve per il definitivo funzionamento dell’opera. Nelle Fluttuazioni invece, dopo aver costruito una sorta di circoscritto “pannello solare”, l’artista lascia che sia la luce a disegnare le strutture, secondo le sue leggi di propagazione, riflessione e diffrazione. È interessante notare come in questi due cicli Ormenese talvolta utilizzi, nuovamente, anche il procedimento per stratificazione, mediante la sovrapposizione di un piano di plexiglass, sul quale spesso incide il motivo dinamico che guida lo sviluppo dell’opera (Variazioni multiple, 2003).
L’utilizzo della luce nelle Levitazioni e Fluttuazioni avvia l’ulteriore ciclo dei Teatrini, nei quali la superficie di accadimento dell’immagine non esiste più, perché superficie, spazio e luce sono fusi completamente in una magistrale sintesi della sua ricerca intera. Ormenese fonda un vero e proprio nuovo genere di opera d’arte che potrebbe definirsi opera relazionale. La relazione consiste nel costante allargamento del campo di indagine, per cogliere il fenomeno nella sua collocazione contestuale.
È cioè la relazione che produce l’opera e non viceversa. Quanti più sono gli elementi esterni con cui l’opera entra in relazione e tanto più complessa è la sua organizzazione. Mediante un portentoso gioco dinamico, i Teatrini, fondati sulla compenetrazione curva di più piani, in cui vi è sempre una “scena” quadrangolare di ricezione luminosa, entrano in relazione con un interno della superficie, con l’esterno della spazialità e con la vastità dell’orizzonte luminoso.
La superficie resta come spazio mediano, tra un fuori predatore di luce e un dentro modificatore, in cui la luce risorge. I Teatrini sono intersezioni visibili di forze estremamente lontane e diverse, essi si accendono ad ogni alba, ogni barbaglio scivola sulle loro politure di resine traslucide, affinché ciò che vibra possa continuare a vibrare, ancora per un po’.
La straordinaria abilità nell’utilizzo della luce, ha fatto talvolta confluire Ormenese tra i maggiori artisti dell’arte cinetica, in realtà esistono differenze sostanziali: nelle opere cinetiche la percezione del movimento è l’elemento essenziale per la comprensione dell’opera: l’instabilità percettiva ne è il fondamento imprescindibile; nelle opere di Ormenese, invece, esiste sempre un punto esatto della configurazione. Il fine dell’infaticabile ricercare ormenesiano non sarà mai l’instabilità ma, al contrario, la stabilità, la solidità che deriva dalla tenuta di ogni sua struttura. Questo non vuole dire che l’incidenza della luce sull’opera di Ormenese debba essere fissa, anzi, l’immane tenuta strutturale si manifesta proprio nella capacità dell’opera di sostenere un notevole range di spostamento angolare della luce. Ma se nelle opere cinetiche il rapporto tra percezione dell’opera e spostamento è fluido, nelle opere del maestro di Sacile ogni spostamento produce un assestamento della struttura e di tutto ciò con cui è interconnessa, una configurazione globale in cui l’opera si stabilizza.
C’è la parete della casa, o della gallerie o del museo, ma è lo stesso, che ormai esiste nell’opera di Ormenese. Ogni tratto, ogni legno, ogni specchio, ogni luce, deve riequilibrare la parete, e la parete deve potere entrare e uscire: è lo spazio della vita, è un divenire spazio della vita. In quella parete c’è l’uomo e in quei tratti, in quei legni, in quegli specchi, in quelle luci, c’è l’uomo che si fa opera, ci sono le forze in cui si dibatte e che modifica costantemente con il suo sperimentare incessante. La parete non è inerte e dopo il primo punto infinitesimale non è più parete ma è parete-artista: è là, nell’opera, che il cuore ancora batte. Perché l’arte oltrepassa i confini fisici dell’opera, nell’identificazione di un luogo, di un territorio, in cui l’uomo vive. Per questo già Deleuze e Guattari consideravano l’architettura come “la prima delle arti”, perché riguarda la casa, il luogo in cui un ecosistema si costituisce: tra gli artisti più grandi vi sono quelli che costruiscono opere che divengono la loro casa, come Schwitters o Dubuffet.
La quadratura è da sempre stato il territorio dell’opera, ma, a ben guardare, quel territorio è più vasto della quadratura, quel territorio è parete, è casa, è natura. E il gesto dell’artista non si ferma all’interno della cornice, ne esce perché non è da lì che comincia. Gli inizi sono sempre altrove e gli esiti è sempre ad un nuovo altrove che tendono.
Fare arte, così come comporre o scrivere, è un impregnarsi delle cose dell’arte, è un oltrepassare il proprio respiro per entrare nel respiro della tela, del legno, del ferro, del marmo, del suono, del colore e del vuoto che riempie la materia dell’arte. L’artista diventa a poco a poco la sua cosa viva, se vive, e poi sarà tutto un silenzio fatto di parole per coloro che domandano spiegazioni.
[1] D.Marangon, Moti, luci, colori: dall’anonimato al ritorno alla pittura, in Le Parc, Garcia Rossi, Demarco e altre testimonianze del cinetismo in Francia e in Italia, testo in catalogo della mostra alla Galleria civica d’Arte moderna di Spoleto, Ed. Verso L’Arte, 2002, p.37.
[2] G. Granzotto, Ben Ormenese, in catalogo della mostra all’Università di Innsbruck, 2005, p. 110.

Il delirio della scrittura
Leonardo Conti
Testo nel volume della mostra
Riccardo Licata. Mare nostrum
al Moscow Museum of Modern Art di Mosca (Russia)
a cura di Leonardo Conti e Giovanni Granzotto
testi di L. Conti, L. Caramel, G. Granzotto, L. Zichichi
Il Ciglio GG Edizioni 2008
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Licata e il delirio della scrittura
Leonardo ContiLe opere presenti in quest’antologica moscovita, mostrano pienamente quella che è stata da sempre la segreta predisposizione di Riccardo Licata: l’assimilazione. Con una straordinaria capacità d’inclusione, l’artista è rimasto costantemente in ascolto, lasciandosi stupire dall’epifania delle cose, tra le quali ha progressivamente e infaticabilmente introdotto questa sua scrittura inimitabile e in permanente formazione.
È soprattutto negli ultimi dieci anni, che, in occasione di numerose esposizioni internazionali, questa predisposizione è stata osservata sotto le più svariate sfaccettature. Non molti artisti viventi sono stati studiati ed indagati così approfonditamente. Credo, in proposito, che un’antologia critica licatiana, se affrontata con dedizione, possa davvero mostrare quali immense possibilità di pensiero sia in grado d’innescare un artista contemporaneo. Licata può probabilmente essere considerato, alla luce di un simile sforzo, come un traghettatore dell’arte, dalle sensibilità dei primi anni Cinquanta sino all’attualità. La sua illeggibile scrittura si è dipanata come una via immaginaria attraverso lo spazio e il tempo, disegnando una rotta che, se imboccata, può rappresentare un preludio ad un’archeologia di un mutevole contemporaneo.
Uno sguardo d’insieme, come in un sorvolo antologico, può cogliere, in un’inossidabile coerenza, il movimento di un’impercettibile, quasi proustiana, trasformazione. Mantenendo, infatti, la sua inconfondibile consistenza stilistica, questa ricerca non ha cessato d’inventarsi, assimilandosi alle più varie sperimentazioni pittoriche. E l’eclettismo sfrenato di Licata è parte di questo processo d’assimilazione costante, a tu per tu con i molteplici materiali, che presuppongono una perizia manuale sempre rinnovata. In questo continuo misurarsi con le diversità delle tecniche, Licata ha creato una corrispondenza stringente tra le manualità faticosamente conquistate e quell’atteggiamento d’apertura mentale, laico voglio dire, che rappresenta il vertice più alto dell’indecisione creativa della cultura occidentale degli ultimi decenni. Qui risiede la capacità inclusiva dell’arte, lo stupore di fronte ad una diversità di sé stessa, che finisce per sostanziarne lo “slancio vitale”.
Già altrove avevo cercato di mostrare come i legami interni di questa illeggibilità licatiana, paratattici o ipotattici, costituissero la parte visibile del sedimentarsi progressivo dell’esperienza di un mondo in formazione.
L’artista da sempre annota, si sa. Questo emerge in particolare nei diari e nei taccuini, che rappresentano l’indelebile traccia del diuturno intaglio dell’inconscio visibile della pittura. Mi servo, ovviamente, di una nozione anti-psicanalitica di “inconscio”, che ne evidenzi le potenzialità produttive di senso vitale, innescate nel presente, che fanno il presente. Credo possa anche essere questo il senso di pagine, pagine e ancora pagine, di preziosissima carta, abitata da una molteplicità non solo scritturale, ma timbrica, spaziale e, soprattutto, equorea, nella quale l’artista risuona con la superficie. Sì, nei taccuini, la traccia licatiana spesso dilaga, e non per tentare gli argini, ma per attraversare un velario già diafano, per accogliere il passaggio di un segno che divenuto corrente, già vive nel profondo, nel presente. Navigando attraverso simili maree, si coglie lo sciabordio di questa scrittura che si tinge del riverbero delle cose. Ed è proprio in questa vibrazione, sempre percepibile nei fogli più alti, che la pagina di Licata sfugge alla sua appartenenza visibile, la pittura, per inoltrarsi persino nei territori della musica e della poesia. E pur rendendomi conto dell’apparente elusività di una simile interpretazione, tuttavia credo sia proprio la capacità di sfuggire ai vincoli della visualità, uno dei principali pregi dell’arte di Licata. La “scrittura”, del resto, che non è pittura, sin dall’inizio veniva confondendo le acque, creava un’impasse di giudizio nella critica d’arte, che, per quanto di costituzione onnivora, sembrava dover cedere il passo alla critica letteraria, probabilmente più idonea, ma ineluttabilmente muta di fronte all’illeggibilità licatiana. Di qui, allora, i tentativi di centrare diverse zone di sfocatura, la massa critico-interpretativa appunto, nelle quali approssimarsi, da ogni lato, all’imprendibile ambiguità: è così che è stato possibile occuparsi di un’imponente molteplicità tematica, sino alla poesia e, per parte mia, di musica.
Parlare di musica non è di certo inadeguato per quel che riguarda Licata, infatti la musica non ha cessato di accompagnare il suo senso della pittura. Talvolta accontentandosi di legare, come in una danza, la battuta musicale al gesto pittorico della mano; talvolta ponderando l’organizzazione interna delle opere, come quando condensa, in inestricabili gruppi, la sua scrittura all’interno di settori dipinti sulla tela. Così accade spesso nel recente ciclo dei graffiati, che Giovanni Granzotto definisce, con discreta civetteria, di “alta decorazione”, cogliendo, tra le righe, una tale maestria di Licata nel maneggiare la “scrittura”, da consentirgli quasi di fuoriuscire dalla sua stessa invenzione: ci riferisce di un “sapere artigiano” Granzotto, che affinato in decenni di rielaborazioni successive dell’invenzione, è stato in grado di aggiungere ponti materiali, sui quali l’illeggibilità licatiana può riconvertirsi nuovamente in creazione. La definizione di “alta decorazione” riscontra, nei graffiati, questo spessore del lavoro, in cui la pittura si trasforma in incisione, in cui il pennello bulina, d’un fiato, intricati sentieri di scrittura nella pasta ancora molle del colore, quasi in un riscatto da naufrago, che sulla spiaggia deserta già incideva speranze, presto allagate dalla noia montante delle maree.
Così, se nell’atto storico del suo sorgere, l’arte di Licata poteva riassumersi nel noto motto “il segno è il senso”, è al culmine del gioco combinatorio della sua “scrittura”, che l’artista rivela pienamente la possibilità, da tempo intravista, di una percezione di blocchi, di gruppi segnici, in cui la singolarità di ogni “carattere” scompare. Qui non si può più parlare di articolazioni, di sviluppo, di frase, di decorso temporale dell’illeggibilità, quanto piuttosto di eventi collettivi, di gruppi coesi, di presentazione pittorica. Ed anche ora un forte richiamo alle esperienze musicali è possibile, forse inevitabile, ed è legato, tra gli altri, mi sembra in modo pregnante, al concetto di “gruppo” di un compositore come Karlheinz Stockhausen, per il quale il senso della presentazione complessa di gruppi di suoni, si opponeva al decorso temporale della frase musicale. Ma se il fine del compositore era l’abolizione del tempo e di ogni gerarchia tra i suoni, attraverso la creazione di “relazioni fluttuanti” tra i gruppi, Licata giunge ad emancipare i suoi segni dalla percezione narrativo-lineare dell’illeggibilità, costituendo delle relazioni differenziali tra blocchi di senso condensato.
Alla luce delle sue trasformazioni, sembra che l’immensa partitura licatiana (non essendo propriamente né scrittura né pittura, posso concedermi ora d’adagiarmi su questa nuova imprecisione), possa apparire come un vasto piano d’immanenza, nel quale continuamente si formano, mescolate insieme, le cose e l’uomo, in un pensiero visibile che è, in senso forte, quelle stesse cose e quell’uomo. Si tratta di un pensiero visibile volontariamente impegnato nell’invenzione di un modo di esistere.
Credo sia per questo che la “scrittura” licatiana ha potuto essere definita persino “iconoclasta” (definizione su cui è recentemente tornato con chiarezza Luciano Caramel), perché costantemente aperta sulla pluralità immanente del divenire visibile, essa ha rinunciato all’immagine riflessa delle cose, che non potendo accadere che a posteriori, resta come eccedente di ciò che è già dato. La totalità rappresentativa dell’arte di Licata, ma bisognerebbe dire presentativa, è, invece, contestuale, consiste in quelle relazioni vitali che fondano le cose, relazioni che non cessano di innescare un’esperienza continua. I segni di Licata non registrano, innestano.
È per questo, che restando in questa parte, nella parte di chi guarda un simile orizzonte, sarebbe imperdonabile isolarsi in una riflessione esclusivamente teorica, rischiando persino un’accusa d’intellettualismo, perché l’arte di Licata è soprattutto partecipazione attiva, coinvolgimento negli atti, è più nel processo che la produce che nel prodotto finale. Per sintonizzarci, allora, a noi compete il traghettarci attraverso la pratica dell’attivazione artistica, intesa come modello educativo. Non finisce lì l’arte (c’era da aspettarselo!), e non finisce neppure qui (in una ricreativa contemplazione), perché se finisse non varrebbe nulla: il museo stesso dovrebbe essere inteso come un giacimento creativo, non come un cimitero contemplativo, sapendo bene che questo giacimento non attiva, va attivato, con uno sforzo di pensiero e fisico. Sì, anche fisico. È quello stesso sforzo fisico che emerge, nel caso di Licata, nell’”alta decorazione”, che gli ha permesso di superare la sua stessa invenzione. Gli artisti sono grandi attivatori di giacimenti.
C’è sempre un “sapere delle mani” che s’innesta in quella “sensibilità” che abbiamo tanto spesso considerato come guida della creazione. E, invece, il più delle volte quella guida non esiste, ogni artista lo sa, c’è più spesso un’inoltrarsi in un gioco complesso, nel quale il risultato è più una traccia che un fine previsto. Ritornano le idee di Paul Klee, secondo il quale la forma è “formazione della forma” più che risultato.
Sono certo che questo restare dell’artista dentro al processo formativo, nel suo divenire, abbia proprio a che fare con la “rivoluzione permanente” di un proprio modo di esistere, scelto consapevolmente e volontariamente. Un’arte che inventa la vita. Gli scettici potranno facilmente immaginare l’esilarante scenetta nella quale un artista, colmo di rammarico, lamenta la propria condizione, lui che avrebbe sognato d’essere impiegato in banca!
L’essere artista è soprattutto un privilegio, nonostante tutto.
Nonostante la presenza minacciosa di quella che i più considerano come voragine del fallimento, spettro angosciante dell’estremo supplizio: la discesa dell’oblio sulla propria arte. La negazione della vagheggiata salvezza dalla morte? “Non omnis moriar, multaque pars mei vivabit Libitinam”, cantava con orgoglio Orazio. Per qualcuno, invece, è proprio in quest’esperienza di sparizione, di fronte alla storia e di fronte al tempo, che si misura il processo formativo di sé, è in questo “culmine”, per usare una nozione di Bataille, è in questo indelebile ossimoro dell’annullamento creativo, in questa negazione del potere eternante dell’arte, in quest’irresistibile risata subentrata al posto dell’umana ambizione, che è possibile scorgere il “possibile”, il decisivo passo concesso all’uomo-artista-di-sé: il passaggio del confine verso un uomo nuovo, l’uomo a venire (quel super-uomo forse, intravisto da Nietzsche). Credo che l’opera d’arte sia la traccia di un simile modo di esistere. Da lì dobbiamo cominciare.
Il cominciare di Licata è lo scoprire per la prima volta il mondo delle cose che si aggrappano alle emozioni. Ma non ci sono emozioni separate dalle cose. Sorgono insieme. L’opera coincide con l’emozione che sgorga da lì. L’arte ha sempre a che fare con la costruzione volontaria delle emozioni. Ma come dire il mondo per la prima volta senza le parole? Balbettare il mondo, scambiarlo con quei suoni sconnessi, ai quali a poco a poco ognuno darà un senso emozionato. Se la scrittura di questa pagina potesse parlare, se potesse davvero dire, uscirebbe di sé, diverrebbe la scrittura illeggibile di Licata.
Ancora. Dire per la prima volta il mondo. C’è bisogno di gesti che non potranno che essere sconnessi, almeno all’inizio, sconnessi perché il mondo sorge sulla loro imprevedibilità. Fallire. Ancora una volta. Non riuscire a scrivere, perché non basta la scrittura per dire. Quando basta è perché c’è qualcosa che sfugge alla dominazione della parola, come nella poesia: la poesia è sempre sovversiva, fuggiasca, rivoluzionaria. L’arte ha a che fare con la rivoluzione. La rivoluzione inarrestabile della prima volta. L’ha inseguita Nietzsche, lui giullare e poeta, ma non filosofo, che preferiva danzare. Preferiva danzare, con le stelle nascenti.
Ancora. La desertificazione del linguaggio. L’incapacità di abbandonarsi alla schizofrenia dell’esperienza estetica. L’impossibilità di uscire dalla tautologia dell’identità. Nell’epoca dell’eteronomia dell’arte.
Ricominciare, allora, è sospetto. Cominciare e basta. Come se nulla fosse. È possibile? Non è possibile. Questo linguaggio ne è la dimostrazione. Credere di capirsi è riconoscere il denominatore dell’eteronomia. Tacere allora. O delirare. Sì, cominciare a delirare.
Scrivere una scrittura illeggibile, intraducibile. Conquistarsi la propria incomprensione, uno spazio d’inquieta follia. Unire le proprie molteplici e vive incomprensioni, contro la sudditanza dei saperi e dei valori. È troppo? Sì, se non hai il coraggio di cominciare.
Il nome dell’autore non è importante. Il nome conta soltanto nelle anagrafi, nelle classificazioni, nei grafici, nelle valutazioni, nei libri di storia e sulle lapidi. Le idee non appartengono a qualcuno, sono mescolate, non è possibile separarle, così le uccidi, fatti il segno della croce. Non c’è una croce. C’è l’albero-totem, è questo il nome ambiguo e provvisorio che gli hanno dato. È quello che assomiglia di più a una croce…Analogie. Ma non è una croce! Fatti il segno dell’albero-totem…


Omaggio a Vedova
Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra
Omaggio a Vedova alla Galleria PoliArt
a cura di L. Conti e G. Granzotto
Vanillaedizioni 2008

Arcangelo. Geografie del tempo
Leonardo Conti
pièce teatrale introduttiva alla mostra
Arcangelo a cura di L. Conti, alla Galleria PoliArt Contemporary di Milano
Leonardo Conti
pièce teatrale introduttiva alla mostra
Arcangelo a cura di L. Conti, alla Galleria PoliArt Contemporary di Milano
con contributi di E. Gennasi e G. Granzotto
Vanillaedizioni 2007
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CAPESTRANO, GEOGRAFIE DEL TEMPO
(pièce-critica dedicata a Arcangelo, versione con indicazioni di scena)Leonardo Conti
Personaggi:
Capestrano
Il Critico
Il Coro
Premessa:
Il Guerriero di Capestrano è una statua del VI sec. a C., ora al Museo Nazionale di Chieti, evocata in alcune tele di Arcangelo. Dal momento che questa statua è l'unico superstite, perfettamente conservato, di una civiltà totalmente dimenticata e, per caso, riemersa dal territorio, diviene in questo testo una sorta di nume tutelare, di tutto ciò che il tempo, nel suo disegnare il profilo della Storia, dimentica.
Capestrano
Il Critico
Il Coro
Premessa:
Il Guerriero di Capestrano è una statua del VI sec. a C., ora al Museo Nazionale di Chieti, evocata in alcune tele di Arcangelo. Dal momento che questa statua è l'unico superstite, perfettamente conservato, di una civiltà totalmente dimenticata e, per caso, riemersa dal territorio, diviene in questo testo una sorta di nume tutelare, di tutto ciò che il tempo, nel suo disegnare il profilo della Storia, dimentica.
Una sedia di fronte alla scala.
Le luci si spengono improvvisamente. Una debole luce filtra da dietro una piccola tela, appoggiata in basso nel camino. Entra Capestrano con un largo cappello in testa e una lanterna in mano. Si sofferma in cima ai gradini, si guarda alle spalle e dice con aria beffarda: “Sta arrivando”. Poi ride brevemente. Guarda davanti a sé, come per vedere oltre ad una spessa coltre di fumo e, infine, scende le scale per andare a sedersi sulla sedia.
Entra il Critico d’arte, con alcuni fogli in mano. Si riaccendono le luci.
Il Critico
Sono stato incaricato di visitare questa mostra, per preparare un testo critico
e… spero di essere all’altezza di un simile artista, poetico quanto aspro, evocativo quanto barbarico.
Capestrano
[ride brevemente]
Il Critico
L’atteggiamento del critico è qui smaccatamente solenne, quasi supponente, come se esibisse le sue capacità dialettiche e interpretative.
[indagando con lo sguardo] Vedo opere dal grande ciclo dei Sanniti,
ma non mancano… Tappeti persiani… Orti botanici, …Dogon… e…
e immerse in molte di queste opere vedo… “stanze”, segni che disegnano spazi, …o forse è un unico e medesimo spazio, un’unica stanza, tuttavia sempre mutevole, perché continuamente apre una delle sue pareti su un mondo diverso…
[esitando] Un’unica, intima e spoglia stanza in cui raccogliersi, per preparare lo sguardo?
…Poi vedo alcune opere più antiche, in cui già la cupezza è lacerata da una luce che filtra, da un segno che disperde il fumo, attraverso il quale occhi arrossati scorgono tracce di sentieri già battuti e, credo, da troppo tempo dimenticati.
[Cambio di registro, la voce si abbassa, il tono tradisce un certo disagio, come in una rivelazione]
Ma queste opere sono “territori”, sono luoghi risonanti, in cui la ragione sembra perdersi, come di fronte al parlare oscuro di un antico oracolo.
La voce si abbassa ancora, è quasi una lenta, amara, inopinata, constatazione
[tra sé] C’è un’ostile durezza in questa mostra. Qualcosa che resiste al mio potere, e al graffio penetrante delle mie parole.
Capestrano
[Ride brevemente]
Il Critico
[La domanda esibisce, nuovamente, sicurezza]
Chi è?
Capestrano
[Ride]
Il Critico
[Il tono di voce diviene ancora più baldanzoso, quasi di sfida]
Chi ride? Chi sei tu ombra?
Capestrano
[Accettando la sfida]
Sono Capestrano, il guerriero.
Il Critico
[La sicumera si trasforma in una sorpresa talmente inaspettata che atterrisce]
Capestrano?
Capestrano
Sì.
Il Critico
[Lentamente, grave]
Sei dunque tornato?
Capestrano
[Anche lui lento ma aspro]
Sono sempre stato qui, per assistere alle “tue” recite. Sono qui per proteggere il sepolcro dei miei padri.
Il Critico
La voce si abbassa ancora, è quasi una lenta, amara, inopinata, constatazione
[tra sé] C’è un’ostile durezza in questa mostra. Qualcosa che resiste al mio potere, e al graffio penetrante delle mie parole.
Capestrano
[Ride brevemente]
Il Critico
[La domanda esibisce, nuovamente, sicurezza]
Chi è?
Capestrano
[Ride]
Il Critico
[Il tono di voce diviene ancora più baldanzoso, quasi di sfida]
Chi ride? Chi sei tu ombra?
Capestrano
[Accettando la sfida]
Sono Capestrano, il guerriero.
Il Critico
[La sicumera si trasforma in una sorpresa talmente inaspettata che atterrisce]
Capestrano?
Capestrano
Sì.
Il Critico
[Lentamente, grave]
Sei dunque tornato?
Capestrano
[Anche lui lento ma aspro]
Sono sempre stato qui, per assistere alle “tue” recite. Sono qui per proteggere il sepolcro dei miei padri.
Il Critico
[Cercando di riprendere il controllo della situazione come riavendosi da un sogno]
Le mie recite? I tuoi padri? Ma tu sei un’immagine dipinta, l’effigie di una statua ritrovata e io… io sono un critico d’arte. Cosa c’entrano queste forze “soprannaturali” con i miei studi, con il mio “privato” compito di critico? Questa è soltanto una mostra d’arte!
Capestrano
[Sempre più solenne]
Dipingere, come scrivere, non è mai una questione privata. L’arte è sempre una questione universale.
Il Critico
È dunque possibile che una figura immateriale, quel qualcosa che l’artista dipinge, possa parlare? Parlarmi?
Capestrano
L’artista non dipinge mai qualcosa. Egli dipinge al posto di qualcosa. Dipingere significa scavare uno spazio, in cui qualcosa ha cessato di essere o dove ancora deve divenire, ma dal quale non cessa di risuonare. Dipingere al posto dei Sanniti, al posto dei Dogon, al mio posto! Osare farlo!
[C’è un qualcosa di sprezzante, ora, nelle sue parole]
Arcangelo ha disegnato una stanza, ha scavato uno spazio dentro di sé, dentro di voi, suoi contemporanei, affinché la pittura potesse risuonare.
Il Critico
[come rievocando, ad occhi bassi]
Le mie recite? I tuoi padri? Ma tu sei un’immagine dipinta, l’effigie di una statua ritrovata e io… io sono un critico d’arte. Cosa c’entrano queste forze “soprannaturali” con i miei studi, con il mio “privato” compito di critico? Questa è soltanto una mostra d’arte!
Capestrano
[Sempre più solenne]
Dipingere, come scrivere, non è mai una questione privata. L’arte è sempre una questione universale.
Il Critico
È dunque possibile che una figura immateriale, quel qualcosa che l’artista dipinge, possa parlare? Parlarmi?
Capestrano
L’artista non dipinge mai qualcosa. Egli dipinge al posto di qualcosa. Dipingere significa scavare uno spazio, in cui qualcosa ha cessato di essere o dove ancora deve divenire, ma dal quale non cessa di risuonare. Dipingere al posto dei Sanniti, al posto dei Dogon, al mio posto! Osare farlo!
[C’è un qualcosa di sprezzante, ora, nelle sue parole]
Arcangelo ha disegnato una stanza, ha scavato uno spazio dentro di sé, dentro di voi, suoi contemporanei, affinché la pittura potesse risuonare.
Il Critico
[come rievocando, ad occhi bassi]
Tu parli del luogo sacro in cui talvolta ho cercato di entrare, scavalcandomi, inutilmente… Ma io ho già saputo, ho già sognato tutto questo! Forse sto continuando a sognare… Spingere la pittura sino ad un limite. La mia scrittura con lei. Un limite che la separa dal buio. Che la separa da ciò che è invisibile, da ciò che è incomprensibile e insopportabile. [Cambio di tono, rivendicando ora con fermezza, in un crescendo che giunge quasi alla veemenza di un grido di dolore]
Ho percorso con umile dedizione gli impervi sentieri della conoscenza, ho vagato senza posa tra innumerevoli biforcazioni, punteggiate da specchi senza luce. Ho disceso le scale dell’abisso e sono giunto al labirinto che separa la vita dalla morte.
[Qui si spegne] Il terrore ha fermato il mio piede sulla soglia. Le ho voltato le spalle, non ho saputo guardarla in volto. È dunque possibile parlare dopo la morte?
Capestrano
[Come in una rievocazione di un’antica patria lontana, quasi con commozione]
Lo senti questo odore di terra arsa dal sole e poi bagnata da una pioggia che la trasforma in vapore? Vedi le tracce del grande carro tra le pietre e la polvere del sentiero che si perde in lontananza? Qui i monti sono lontani come pianeti, e le stelle siriane sfuggono alla selva, come il guardingo occhieggiare delle antilopi. La vita è l’orgoglio della morte, è la sua voce. Avete disimparato a morire? Guarda l’antilope prima che sfugga! Gli animali sanno morire. Cercano un luogo appartato, adatto per morire. La tela può essere quel luogo: il luogo del supremo limite.
Il Critico
[Con tono quasi affranto]
I Sanniti non cessano di morire sulle tele di Arcangelo.
Capestrano
Non cessano di vivere! Affinché si possa morire come i Sanniti. Con rassegnazione Come tutto ciò che la storia ha dimenticato. Morire da eroi, come i Sanniti, come i Dogon, destinati all’oblio, come gli animali in disparte che cercano oblio. Eroi hanno trovato un luogo sulla tela, per continuare a parlare parole ritornate segni e terra. Arcangelo. Gli eroi! Agli eroi chiederete come vivere, come dovrete morire, per esser degni di loro. Coloro che già abitano la morte non cessano d’insegnare ai vivi la dignità della vita. Avete disimparato a morire perché non sapete più vivere. A voi non sarà dato vivere e morire altro che d’arte.
Il Critico
Basta! Vattene! Queste sono parole farneticanti. Confinate all’interno del recinto dell’arte esse non potranno modificare il corso dei miei giorni! Finito questo mio sogno, questa assurda recita, tutto tornerà come se nulla fosse accaduto.
Capestrano
Parole farneticanti? Sì, come quelle dell’oracolo…
Entra il Coro che viene a mettersi di fianco al critico d’arte
Il Critico
L’oracolo…Vattene ombra! [Sforzandosi di tornare al tono di esordio, subito perduto]
Immagini dell’arte, accogliete il mio sguardo, affinché io possa portare a termine il mio compito! [tra sé] Le sue parole hanno fiaccato il mio ardore, la mia ragione penetrante! Dall’inestinguibile nebbia quante presenze riemergono e svaniscono, quante figure e cose, sapori di terre che non mi sono più appartenute da un tempo incalcolabile.
Che senso avrebbe ormai un’indagine archeologica? Che compili un elenco complesso e diversificato di ruote e carri, anfore e vasi, antilopi, guerrieri sconfitti e tappeti persiani?
Tutto accade nuovamente, come se la lunga linea del tempo si fosse spezzata, come se ciò che ho chiamato storia fosse svaporato in una nuvola di fumo, affinché le immagini ritornino, per posarsi le une sulle altre.
[quasi sottovoce, come in una rivelazione] Trenta secoli in una manciata di terra.
Capestrano
[Come in una rievocazione di un’antica patria lontana, quasi con commozione]
Lo senti questo odore di terra arsa dal sole e poi bagnata da una pioggia che la trasforma in vapore? Vedi le tracce del grande carro tra le pietre e la polvere del sentiero che si perde in lontananza? Qui i monti sono lontani come pianeti, e le stelle siriane sfuggono alla selva, come il guardingo occhieggiare delle antilopi. La vita è l’orgoglio della morte, è la sua voce. Avete disimparato a morire? Guarda l’antilope prima che sfugga! Gli animali sanno morire. Cercano un luogo appartato, adatto per morire. La tela può essere quel luogo: il luogo del supremo limite.
Il Critico
[Con tono quasi affranto]
I Sanniti non cessano di morire sulle tele di Arcangelo.
Capestrano
Non cessano di vivere! Affinché si possa morire come i Sanniti. Con rassegnazione Come tutto ciò che la storia ha dimenticato. Morire da eroi, come i Sanniti, come i Dogon, destinati all’oblio, come gli animali in disparte che cercano oblio. Eroi hanno trovato un luogo sulla tela, per continuare a parlare parole ritornate segni e terra. Arcangelo. Gli eroi! Agli eroi chiederete come vivere, come dovrete morire, per esser degni di loro. Coloro che già abitano la morte non cessano d’insegnare ai vivi la dignità della vita. Avete disimparato a morire perché non sapete più vivere. A voi non sarà dato vivere e morire altro che d’arte.
Il Critico
Basta! Vattene! Queste sono parole farneticanti. Confinate all’interno del recinto dell’arte esse non potranno modificare il corso dei miei giorni! Finito questo mio sogno, questa assurda recita, tutto tornerà come se nulla fosse accaduto.
Capestrano
Parole farneticanti? Sì, come quelle dell’oracolo…
Entra il Coro che viene a mettersi di fianco al critico d’arte
Il Critico
L’oracolo…Vattene ombra! [Sforzandosi di tornare al tono di esordio, subito perduto]
Immagini dell’arte, accogliete il mio sguardo, affinché io possa portare a termine il mio compito! [tra sé] Le sue parole hanno fiaccato il mio ardore, la mia ragione penetrante! Dall’inestinguibile nebbia quante presenze riemergono e svaniscono, quante figure e cose, sapori di terre che non mi sono più appartenute da un tempo incalcolabile.
Che senso avrebbe ormai un’indagine archeologica? Che compili un elenco complesso e diversificato di ruote e carri, anfore e vasi, antilopi, guerrieri sconfitti e tappeti persiani?
Tutto accade nuovamente, come se la lunga linea del tempo si fosse spezzata, come se ciò che ho chiamato storia fosse svaporato in una nuvola di fumo, affinché le immagini ritornino, per posarsi le une sulle altre.
[quasi sottovoce, come in una rivelazione] Trenta secoli in una manciata di terra.
[strappa alcuni fogli che ha in mano, poi comincia a leggere appunti sparsi, velocemente]
…le figure che si accampano sulle tele di Arcangelo appartengono a un immaginario perduto dalla ragione… un immaginario che resta celato alla risalita del tempo… [strappa il foglio e legge il successivo]. La natura molteplice di questa pittura può manifestarsi soltanto nei luoghi, Arcangelo crea luoghi visivi [rallentando], ai quali non è possibile pervenire interrogando la storia, perché rispondono a una geografia. Non a un tempo ma a un territorio… [strappa il foglio. Gridando] Non c’è “una” storia, ma sempre il sopravvento di una storia dominante in una molteplicità politica!
[Con tono di riscossa, di vendetta] Ma all’interno di questa pittura la molteplicità riemerge. È questo il risuonare di tante impronte stratificate, di tanti simboli prosciugati dal tempo e incisi su rocce levigate da venti interminabili. Ecco perché Arcangelo mi appariva così barbarico.
Coro
[Ritmica e molto scandita, è un’altra sentenza]
Queste sono parole oscure! È vietato tradire ciò a cui appartieni.
Sulla linea del tempo la Storia ha formato i tuoi saperi e i tuoi poteri. Tu sei soltanto un critico d’arte, appartieni alla Storia!
Il Critico
[È ormai pronto alla lotta con la sua coscienza, una lotta in cui riemerge un antico vigore]
Ma questa mia figura riconoscibile che la storia ritaglia nel tempo, continua a disegnare, con il medesimo segno, i confini dei luoghi che essa esclude ma su cui si fonda. Gli antichi chiamavano barbari gli abitanti di questi luoghi. Io sono divenuto barbaro a me stesso! Ciò che la storia vuole dimenticare è rimasto inciso in una geografia che non riconosce più. Sai chi è Capestrano?
Coro
Soltanto una muta statua ritrovata. Ciò che conta sono le origini e l’identità in cui ci riconosciamo! Noi testimoniamo la tradizione alla quale apparteniamo! Il resto è follia. Follia!
Il Critico
Follia! Per gli antichi greci la follia, la “mania”, era la matrice della sapienza! [tra sé] Di nuovo il terrore di varcare la soglia... Potere dell’arte! Arcangelo!
Coro
Se strapperai le radici che nutrono la pianta, se interromperai il corso delle acque che sono state destinate loro, se tradirai l’identità a cui appartieni ti perderai! Ancora insieme: Ti perderai
Il Critico
[Quasi giungendo a gridare]
Basta! Taci! Non temo più ormai le tue meschine minacce e le cieche dimostrazioni dell’identità. Ho recitato sino alla noia i rituali sudaticci per convincermi dell’unità di una cultura. Quando l’identità è l’unico vero nemico della cultura.
Il Coro
Critico, tu esorbiti dai tuoi compiti. Non oltrepassare i tuoi poteri, qualcosa di troppo forte potrebbe attenderti.
Il Critico
[C’è un che di poetico nella voce ora]
Sopportare qualcosa di troppo forte nella vita! Un qualcosa della potenza della vita che non tutti possono percepire. È un vedere qualcosa che gli altri non vedono. Arcangelo! Forse la tua pittura dispiacerà a chi non può digerire altro che ricotta pastorizzata. Può persino scandalizzarsi chi non cerca nell’arte altro che uno “svago”…
Il Coro
A tutto c’è un limite! Il limite di sopportazione del visitatore e del collezionista, del direttore e del gallerista, dell’impiegato e dell’imprenditore, dell’operaio e del professionista, del politico e del sacerdote, del giornalista e del critico d’arte. Il tuo limite! Il tuo limite!
Il Critico
[Con disillusione]
Il limite della mediocrità?
Il Critico
[È ormai pronto alla lotta con la sua coscienza, una lotta in cui riemerge un antico vigore]
Ma questa mia figura riconoscibile che la storia ritaglia nel tempo, continua a disegnare, con il medesimo segno, i confini dei luoghi che essa esclude ma su cui si fonda. Gli antichi chiamavano barbari gli abitanti di questi luoghi. Io sono divenuto barbaro a me stesso! Ciò che la storia vuole dimenticare è rimasto inciso in una geografia che non riconosce più. Sai chi è Capestrano?
Coro
Soltanto una muta statua ritrovata. Ciò che conta sono le origini e l’identità in cui ci riconosciamo! Noi testimoniamo la tradizione alla quale apparteniamo! Il resto è follia. Follia!
Il Critico
Follia! Per gli antichi greci la follia, la “mania”, era la matrice della sapienza! [tra sé] Di nuovo il terrore di varcare la soglia... Potere dell’arte! Arcangelo!
Coro
Se strapperai le radici che nutrono la pianta, se interromperai il corso delle acque che sono state destinate loro, se tradirai l’identità a cui appartieni ti perderai! Ancora insieme: Ti perderai
Il Critico
[Quasi giungendo a gridare]
Basta! Taci! Non temo più ormai le tue meschine minacce e le cieche dimostrazioni dell’identità. Ho recitato sino alla noia i rituali sudaticci per convincermi dell’unità di una cultura. Quando l’identità è l’unico vero nemico della cultura.
Il Coro
Critico, tu esorbiti dai tuoi compiti. Non oltrepassare i tuoi poteri, qualcosa di troppo forte potrebbe attenderti.
Il Critico
[C’è un che di poetico nella voce ora]
Sopportare qualcosa di troppo forte nella vita! Un qualcosa della potenza della vita che non tutti possono percepire. È un vedere qualcosa che gli altri non vedono. Arcangelo! Forse la tua pittura dispiacerà a chi non può digerire altro che ricotta pastorizzata. Può persino scandalizzarsi chi non cerca nell’arte altro che uno “svago”…
Il Coro
A tutto c’è un limite! Il limite di sopportazione del visitatore e del collezionista, del direttore e del gallerista, dell’impiegato e dell’imprenditore, dell’operaio e del professionista, del politico e del sacerdote, del giornalista e del critico d’arte. Il tuo limite! Il tuo limite!
Il Critico
[Con disillusione]
Il limite della mediocrità?
[Cambio di registro incalza con violenza]
In Arcangelo c’è quella conoscenza che riesce a riconoscere in sé le tragiche falle aperte nelle nostre certezze, forse l’unica conoscenza che oggi sia degna di un artista.
Il Coro
È troppo dura, troppo selvaggia quest’arte, troppo barbara.
Il Critico
Troppo dura, selvaggia, barbara... anche questo ho già sentito. Così l’abbiamo marchiata, emarginata, esclusa da una “sensibilità” degna di certi salotti, consolati da almeno una televisione, sempre accesa, anche se nessuno la guarda, perché fa compagnia, perché tiene occupati i bambini. E “si confonde la maschera con il volto”, non si intuisce che il “troppo duro”, il “selvaggio”, il “barbaro” non è altro che un sublime slancio per significare la profonda purezza dell’artista, il quale dichiara che preferirebbe essere un impiccato sannita, sconfitto nella lotta per la libertà, piuttosto che essere l’uomo più ricco di gloria e di fortuna, impiccato dalla televisione!
Il Coro
Le tue “critico” sono parole oscure, ambigue. Tu valichi i limiti del tuo discorso!
Il Critico
Il discorso… Che ne è stato del discorso? Quando le parole divengono oscure e ambigue il confine del discorso si avvicina. Arcangelo è come Orfeo, l’uno pittore dell’invisibile e l’altro cantore dell’indicibile, l’arte oltre la soglia di ogni discorso. Non sono rimasti che i titoli dei cicli, delle singole opere, essi non restano celati, si accampano nell’immagine, la sostanziano con tutta la forza della parola. Una parola che si oppone a un discorso che non ha cessato di tradirla. C’è tutta una teoria del discorso che si sbriciola in ogni tela di Arcangelo, un discorso critico e storico che abdica di fronte al prepotente irrompere del visibile. Cosa sono divenuto ormai? Esiste ancora il critico d’arte? Non sono più altro che una citazione che ha cambiato nome, una citazione che non cessa di modificarsi nell’insediamento progressivo di un nuovo autore, di un nuovo nome come il mio, destinato a cancellarsi. Ho continuato a guardare le mie parole uscire dalla penna, perché è a lei che appartengono, e ho sognato che la mia scrittura potesse confondersi con molte altre, con quelle che non conosco, che non conoscerò, ma che ora sento accanto a me.
Il Coro
È troppo dura, troppo selvaggia quest’arte, troppo barbara.
Il Critico
Troppo dura, selvaggia, barbara... anche questo ho già sentito. Così l’abbiamo marchiata, emarginata, esclusa da una “sensibilità” degna di certi salotti, consolati da almeno una televisione, sempre accesa, anche se nessuno la guarda, perché fa compagnia, perché tiene occupati i bambini. E “si confonde la maschera con il volto”, non si intuisce che il “troppo duro”, il “selvaggio”, il “barbaro” non è altro che un sublime slancio per significare la profonda purezza dell’artista, il quale dichiara che preferirebbe essere un impiccato sannita, sconfitto nella lotta per la libertà, piuttosto che essere l’uomo più ricco di gloria e di fortuna, impiccato dalla televisione!
Il Coro
Le tue “critico” sono parole oscure, ambigue. Tu valichi i limiti del tuo discorso!
Il Critico
Il discorso… Che ne è stato del discorso? Quando le parole divengono oscure e ambigue il confine del discorso si avvicina. Arcangelo è come Orfeo, l’uno pittore dell’invisibile e l’altro cantore dell’indicibile, l’arte oltre la soglia di ogni discorso. Non sono rimasti che i titoli dei cicli, delle singole opere, essi non restano celati, si accampano nell’immagine, la sostanziano con tutta la forza della parola. Una parola che si oppone a un discorso che non ha cessato di tradirla. C’è tutta una teoria del discorso che si sbriciola in ogni tela di Arcangelo, un discorso critico e storico che abdica di fronte al prepotente irrompere del visibile. Cosa sono divenuto ormai? Esiste ancora il critico d’arte? Non sono più altro che una citazione che ha cambiato nome, una citazione che non cessa di modificarsi nell’insediamento progressivo di un nuovo autore, di un nuovo nome come il mio, destinato a cancellarsi. Ho continuato a guardare le mie parole uscire dalla penna, perché è a lei che appartengono, e ho sognato che la mia scrittura potesse confondersi con molte altre, con quelle che non conosco, che non conoscerò, ma che ora sento accanto a me.
[Come riavendosi e riaccorgendosi del Coro dimenticato]
Potete vedere tutto questo nelle opere di Arcangelo?
Il Coro
No. Tu sei soltanto un critico: le tue parole appartengono alla proliferazione dei discorsi intorno all’opera d’arte, discorsi che non possono scalfirla, perché non cessano di trasformarla!
Il Critico
[Urlando]
Ma non si può sapere senza trasformare! Alla grande opera d’arte, in cui l’artista ha plasmato il mondo, tutti possono aggiungere tutto. È anzi in quell’aggiunta, in quella ripetizione sempre variata dei suoi contenuti che l’opera innesca ciò che di diverso e d’impensato essa preparava [rallentando] ciò che eternamente perde.
Il Coro
[Questa è la più grande sentenza delle coscienza. Deve essere pesante come un macigno]
L’opera non è altro che se stessa. Tu non sei altro che te stesso. Per quante parole potrai pronunciare, per quante danze del pensiero potrai inventare, non potrai scalfire la verità: “tu sarai sempre quello che sei”.
Il Critico
[Con profondo e commosso rispetto]
So da dove proviene ciò che dici e gli rendo omaggio.
Il Coro
No. Tu sei soltanto un critico: le tue parole appartengono alla proliferazione dei discorsi intorno all’opera d’arte, discorsi che non possono scalfirla, perché non cessano di trasformarla!
Il Critico
[Urlando]
Ma non si può sapere senza trasformare! Alla grande opera d’arte, in cui l’artista ha plasmato il mondo, tutti possono aggiungere tutto. È anzi in quell’aggiunta, in quella ripetizione sempre variata dei suoi contenuti che l’opera innesca ciò che di diverso e d’impensato essa preparava [rallentando] ciò che eternamente perde.
Il Coro
[Questa è la più grande sentenza delle coscienza. Deve essere pesante come un macigno]
L’opera non è altro che se stessa. Tu non sei altro che te stesso. Per quante parole potrai pronunciare, per quante danze del pensiero potrai inventare, non potrai scalfire la verità: “tu sarai sempre quello che sei”.
Il Critico
[Con profondo e commosso rispetto]
So da dove proviene ciò che dici e gli rendo omaggio.
Ma non siamo mai stati noi stessi, o non lo siamo più, siamo stati ispirati, guidati, frantumati da tutti quelli che nel tempo abbiamo riconosciuto e che tenteranno di riconoscerci attraverso le nostre opere: opere molteplici, dai confini frastagliati, sempre più frastagliati! Per questo le opere d’arte, tutte, sono inattribuibili. Anche gli autori non saranno altro che nomi lasciati come tracce sulla sabbia. Le fortezze di un sapere millenario vacillano e si lasciano sfuggire una formazione di sapere, che concede ormai all’autore soltanto il potere dell’abdicazione. Bisognerà disattivare gli autori, farli fuori, per far valere le loro idee. Bisognerà far nascere opere e libri in cui le parole e le immagini si liberano dall’autore, rifiutano la sua firma.
Ma non è accaduto sempre così in fondo? Nelle dimenticanze, consapevoli o involontarie, di ogni autore a venire? Un’opera d’arte non si giudica per quello che dice, per come è fatta o per chi l’ha fatta, ma per le forze che innesca, superati i suoi confini temporali e materiali! Arcangelo è come Dioniso, il dio che guardandosi allo specchio anziché se stesso, vedeva riflesso il mondo. Arcangelo! Arcangelo! Questa tragica catena ininterrotta di errori che abbiamo chiamato verità, questa mia verità, vecchia compagna, non ha cessato di dissolversi.
Arcangelo accoglimi in questi territori fatti per continuare ad uscirne. Lo vedi questo?
Il coro esce
Capestrano
[Solenne grave e lentissimo]
Loro non possono vedere, non possono udire. Forse un giorno incontreranno le immagini che tu vedi, le parole che odi e dici, perché saranno divenute loro.
Il Critico
Ci sei ancora ombra?
Capestrano
Sì. Sono sempre stato qui!
Il Critico
Portami con te.
Capestrano
Ma non è accaduto sempre così in fondo? Nelle dimenticanze, consapevoli o involontarie, di ogni autore a venire? Un’opera d’arte non si giudica per quello che dice, per come è fatta o per chi l’ha fatta, ma per le forze che innesca, superati i suoi confini temporali e materiali! Arcangelo è come Dioniso, il dio che guardandosi allo specchio anziché se stesso, vedeva riflesso il mondo. Arcangelo! Arcangelo! Questa tragica catena ininterrotta di errori che abbiamo chiamato verità, questa mia verità, vecchia compagna, non ha cessato di dissolversi.
Arcangelo accoglimi in questi territori fatti per continuare ad uscirne. Lo vedi questo?
Il coro esce
Capestrano
[Solenne grave e lentissimo]
Loro non possono vedere, non possono udire. Forse un giorno incontreranno le immagini che tu vedi, le parole che odi e dici, perché saranno divenute loro.
Il Critico
Ci sei ancora ombra?
Capestrano
Sì. Sono sempre stato qui!
Il Critico
Portami con te.
Capestrano
[Resta in silenzio]
Il Critico
Ti prego, mostrami le terre che ho dimenticato, ma di cui già percepisco le luci, di cui già sento i profumi e le brezze. Accoglimi dentro a queste opere, fuori dalla mia storia.
Capestrano
Ma qui dovrai lasciare questi discorsi, affinché altri a venire possano raccoglierli.
Il Critico
Un momento: Arcangelo! In ciò che dipingi il tempo ritrova se stesso e risale alle sue molteplici sorgenti! In una sorta di sapere che non riesce a trasformarsi in discorso, se non in un esita balbettio, in una parola grezza che si aggrappa con i gesti alle cose, la tua arte è una pratica di libertà!
Capestrano
Presto! Non lasciare attendere gli eroi.
Il critico esce
Il Critico
Ti prego, mostrami le terre che ho dimenticato, ma di cui già percepisco le luci, di cui già sento i profumi e le brezze. Accoglimi dentro a queste opere, fuori dalla mia storia.
Capestrano
Ma qui dovrai lasciare questi discorsi, affinché altri a venire possano raccoglierli.
Il Critico
Un momento: Arcangelo! In ciò che dipingi il tempo ritrova se stesso e risale alle sue molteplici sorgenti! In una sorta di sapere che non riesce a trasformarsi in discorso, se non in un esita balbettio, in una parola grezza che si aggrappa con i gesti alle cose, la tua arte è una pratica di libertà!
Capestrano
Presto! Non lasciare attendere gli eroi.
Il critico esce
La luce si spegne. La lampada dietro alla tela filtra nuovamente la sua fioca luce. Capestrano si alza e risale le scale, poi, dopo un ultimo sguardo e una breve risata, esce.
FINE
FINE

Agostino Bonalumi. La superficie del fuori
Leonardo Conti
Leonardo Conti
con il libro di poesia di Mario Mutinelli. Inno alla luce
testo nel volume della collana Sorvoli - quaderni d'arte e poesia
Mario Mutinelli. Una segreta attenzione
di Leonardo Conti
PoliArt Sorvoli 2007
leggi il testo su Bonalumi...
Agostino Bonalumi. La superficie del fuori
Leonardo Conti
Leonardo Conti
È noto come l’instancabile ricerca di Agostino Bonalumi lo abbia portato a violare sistematicamente i limiti della superficie. Con una mai sopita sensibilità pittorica, l’artista ha scorto, nel segno in cui il pensiero diviene di-segno, la possibilità dell’emersione del gesto come corpo.
Già nei primi anni della ricerca, nella seconda metà degli anni Cinquanta, costruiva impalcature di forze per reggere il peso del fuori. In agglomerati di stracci e cementi si ergevano ossature di sterpi e di tubi, nelle quali venivano delineandosi le prime linee di tensione, in viaggio attraverso le più inquiete materie.

Era la folgore dell’inizio, il lampo che avrebbe abitato per sempre le sue opere, la forza dell’arte che modifica la superficie della vita.
La vita dell’arte nella nudità della superficie. Arte e vita finiscono per diventare indiscernibili se soltanto ci si presta un po’ di attenzione. “Non sarai più lo stesso” sembrava sussurrare l’artista al suo quadro, ed era il suo specchio.
Quelle forze, quelle tensioni, quelle architetture già danzanti, avrebbero lasciato la materia
per abitare la superficie dell’arte intera. Fu così che nacque: estroflessa.
Non credo abbia più molto senso delineare ancora gli episodi della storia che riguardano Bonalumi, Castellani e Manzoni. E la fascinazione per Lucio Fontana di giovani talenti che non accettarono di sottomettersi al suo gesto-crinale, tra la fine e l’inizio dell’arte. Sarebbero ripartiti di lì, in una confluenza d’intenti e di luoghi, destinata a scrivere indelebilmente nella storia dell’arte contemporanea un inizio comune, destinato tuttavia a differenziarsi.
Ma il continuare a parlare di storia rischia di dimenticare il vivere delle opere.
E la vita delle opere di Bonalumi ha continuato a lanciare il suo sguardo in una progressiva alterità, rispetto alle appartenenze ad un contemporaneo che si storicizza.
L’estroflessione, che da sempre abita in ogni direzione le sue opere, è la cifra inconfondibile mediante la quale l’opera entra in contatto con il fuori di sé. La superficie è il campo di contatto, superficie profonda, superficie ripida, superficie dinamica, plastica superficie, di un imprevisto convergere di universi eterogenei. L’opera diviene una sorta d’impensata macchina, in grado di far funzionare, in coesistenza, implacabili diversità. Bonalumi non ha cessato di inserirsi, attraverso la sua sempre rinnovata ricerca, nel delicato rapporto tra luce e spazialità, tra realtà e illusione, tra dato oggettuale e percezione.

Anche la ieraticità delle opere degli anni Sessanta (le più monolitiche di fronte ai flutti del fuori) si sarebbe a poco a poco ammansita.
Bonalumi cominciò presto ad aprire linee di condivisione, mettendo in rete (strano potere retroattivo dei concetti) le sue opere con la realtà circostante.
Ed è proprio dall’austerità di quelle opere, dominanti senza indugio lo spazio conquistato, che si diparte l’elaborazione continua di una percezione in bilico, che verrà imponendo all’osservatore un’attenzione partecipativa.
Più tardi, nel lungo corso di un’impercettibile quanto ineludibile modificazione, l’artista perfezionerà una sua incomparabile nautica, affinché le opere possano quasi scivolare sull’onda incostante dello spazio e della luce.
Gli straordinari progetti rappresentano una via maestra in questa direzione, laddove, da una proiezione semplicemente ortogonale, affiorano ed emergono linee vettoriali, lanciate infine spavaldamente fuori dalla superficie che le ha generate.

La campitura divenuta oggetto, non riesce a trattenerne le tensioni propulsive, quasi sfuggissero ad una progettualità trasfiguratasi in corpo plastico.
Il dialogo tra l’evolversi delle dimensioni reali ed il dinamismo ottico virtuale, giungono così sino alla fusione concreta e armoniosa nell’epifania dell’estroflessione.
Ecco che, d’ora innanzi, anche sulla tela, i dati oggettuali, intesi come materiali dell’opera - l’oggetto quadro per intenderci, fatto di tela, telaio, oggetto retrostante di modellazione, colore, pittura -, vengono costantemente messi in relazione, secondo incalcolabili declinazioni, con gli effetti di percezione nei quali l’occhio circostante li percepisce.
Ecco che, d’ora innanzi, anche sulla tela, i dati oggettuali, intesi come materiali dell’opera - l’oggetto quadro per intenderci, fatto di tela, telaio, oggetto retrostante di modellazione, colore, pittura -, vengono costantemente messi in relazione, secondo incalcolabili declinazioni, con gli effetti di percezione nei quali l’occhio circostante li percepisce.
Si fa ancora più serrato il contatto con l’osservatore, che le fruisce nella molteplicità delle situazioni spaziali e luministiche in cui vivono. Ed è proprio in questo contatto che l’opera gioca una partita rischiosa, sino alla contraddizione tra ciò che è e ciò che sembra, perché infine ciò che sembra è, e ciò che è sembra.

Negli anni Ottanta la fusione tra la maestria del pittore, in un vertiginoso tratto divisionista e la ricerca “nauto-plastica” di Bonalumi raggiungerà straordinarie complessità e sconfinamenti plastici e visivi.
Credo sia in questo reciproco sconfinamento, su questa extraterritorialità, su questa superficie del fuori, che viva l’arte di Agostino Bonalumi.
Come un orogenetico demiurgo egli ha così continuato ad oltrepassare l’identità dell’opera d’arte visiva.
E poiché l’esperienza estetica ha sempre a che fare con una dimensione etica dell’esistenza, la superficie del fuori può rappresentare il tentativo costante di non insistere nelle conferme di ciò che si è creduto di essere, per vivere sul limite sempre mutevole di ciò che si potrebbe o dovrebbe essere.

Dopo un breve ciclo di singolare quanto straordinaria essenzialità formale nelle lamiere, inizia l’attualità di Bonalumi, avviata dagli anni Novanta.
In questi anni la singolarità del tratto di Bonalumi sorge sulla tela, tramutando lo spessore di un’esperienza incalcolabile (l’esperienza non ha una sua misurabilità perché si fonda sull’attimo che esiste) in un corpo imprevisto della pittura.
Il grande disegnatore condensa nel viaggio intero di un unico segno i molteplici anni della forma e del colore, della luce e dell’ombra, dell’illusione e della realtà.
Questa maturità del segno divenuto morbido resterà anche nelle più recenti e sincretiche opere dell’artista nelle quali dalle maglie estroflesse di una gabbia formale continua ad emergere una morbida quanto elusiva fuga percettiva.
È la continua riconquista dei luoghi in cui Bonalumi ha continuato a vivere, nelle superfici del fuori, luoghi in cui si proietta senza posa, attraverso le opere in cui agisce, sui limiti sempre rinnovati di se stesso.

Credo sarebbe pertanto profondamente errato pensare ad ogni sorta di programmazione, previsione o controllo degli effetti di questa ricerca estetica, perché essa rappresenta piuttosto un progressivo imbattersi negli eventi, un infrangersi in inattese rivelazioni, e anche nell’affrontare pericolosi rischi, sempre sconfinanti in quell’esistenza reale che l’arte non cessa di creare.
leggi il testo su Mutinelli...
Inno alla luce di Mario Mutinelli
Una segreta attenzione
Leonardo Conti
Una segreta attenzione
Leonardo Conti
La molteplicità poetica di Mario Mutinelli ama celarsi. Non si svela mai completamente. Vive in un divenire, come se una linfa l’attraversasse in ogni singolo componimento.
Il libro si presenta così. Come un profondo risuonare. Nel quale ogni luogo riecheggia il resto. Di valle in valle.
E sarebbe inutile cercare una regola armonica di composizione. Perché inoltrandosi a poco a poco tra le pagine, non si quieta un senso d’ineludibile precarietà.
Le parole sembrano corde sciolte. Vibranti. E tentano un abbraccio. Costantemente frustrato dall’incespicare nello specchio inevitabile della realtà infranta. Là dove sembra oramai baluginare soltanto lo sguardo di questa poesia. Da una pagina all’altra essa si appoggia piano, senza orpelli, senza clamori e vuote attese. Con vitale, indomabile fragilità.
Quella di Mutinelli è una poesia che vive di lato alla vita. In tutti i luoghi dove non sa cadere l’occhio distratto. Soltanto l’attenzione può finalmente smarrire le false certezze. Dopo, il cercare di fissarsi nella realtà, d’infiggersi in una sua qualsiasi stabilità, non produrrà altro che una sfocatura. Perché la realtà non regge ad uno sguardo attento: l’attenzione ne sfuoca l’immagine, svela all’esistenza l’impossibilità di dare alle domande risposte scontate.
Così, neppure l’affidarsi ad un’autorità riconosciuta potrà bastare: non c’è divinità che possa collimare con l’attenzione della poesia, lei che non è Rimasta attorno/come un Dio che/non ha null’altro da fare. L’attenzione scorge un vuoto incolmabile nell’aldilà di quest’antica moneta.
Dopo un poco non è difficile percepire l’abbandono da cui cerca di riscattarsi. Chiudere gli occhi. Spesso si fa per cominciare a vedere. Qualche millennio dopo Socrate, quando raccomandava che lo sguardo della meditazione comincia a vedere in profondità, quando quello dello sguardo inizia a spegnere il proprio. Chiudere gli occhi, allora. Sembra che questa poesia li chiuda. Ma senza abbassare la testa, perché già Le candele piegano/ l’inchino/ad un qualunque/Dio. Non si può delegare ad altri o ad altro la propria attenzione alla vita. Si deve farlo da sé.
La poesia può essere un efficace esercitarsi alla vita. Ma una vita che vive al lato del tempo, può guardarlo, e non lo vede scorrere come aveva creduto, perché c’è un oceano che si apre su ogni momento che non passa, che non muore, ma vive in un discorso nell’aldiquà: E’ qui che mi lascio, scrive Mutinelli, e altrove, come in un’eco lontana, non disperderti che posso ancora essere la sola tua frase.
Questa poesia, allora, scrittura d’attenzione, si fa corpo che vive tra le pagine, nella messa a fuoco di un’esistenza non dispersa. È il riscatto dalla precarietà e dall’abbandono. Ma un riscatto condiviso in un ritornante discorso a tu per tu con l’altro, con un altro dentro al testo e con un altro fuori dal testo, oltre il corpo del libro, con il lettore, quasi si trattasse della convocazione di un poeta aggiunto. Così, se all’interno di ogni singolo componimento è senz’altro possibile avvertire un insolubile senso di precarietà, l’orizzonte del libro di Mario Mutinelli prepara una sostanziale apertura.
Che avviene proprio in virtù dell’impossibilità per il poeta di sentire soltanto per sé: è dal sé che si parte, inevitabilmente, ma soltanto per rendersi un po’ più forti nella propensione all’altro. È questa l’apertura essenziale, lo scarto della molteplicità poetica, che non si risolve nell’atto di parola (se fossero solo parole), ma condensa nella sua vibrazione un esercizio alla vita. Un esercizio fatto di attenzioni. Da qui Inno alla luce proviene, e verso la vita ritorna.
È superfluo ripetere che la migliore poesia è sempre coestensiva alla vita, nel traboccarla sin nei più piccoli gesti quotidiani? È per questo che forse usiamo il termine poesia per riferirci ai momenti più alti di ogni arte.
È superfluo ripetere che la migliore poesia è sempre coestensiva alla vita, nel traboccarla sin nei più piccoli gesti quotidiani? È per questo che forse usiamo il termine poesia per riferirci ai momenti più alti di ogni arte.
Sarebbe dunque decisamente improprio fermarsi ad una lettura distaccata e frammentaria di questo libro. Perché esso si rifrange da un componimento all’altro. Scavalcando i confini delle parole, non si conclude in una scalata solitaria ai lati della vita e del tempo, ma continuamente si lascia affiorare in un motivo quasi musicale, lungo il suo labile sentiero poetico: ritorna corpo più in là, varcata finalmente la soglia della condivisione.
E dall’altra parte del libro, più tardi, con imprevedibile audacia, potrà svelarsi un segreto da conservare: Tieni piano questa mano. Si dice che, forse, sia infine incespicato in un abbraccio.

ON L'Opera nuda
Leonardo Conti
testo nel catalogo della mostra
ON L'Opera nuda. Alberto Biasi, Paolo Conti, Francisco Sobrino, Jorrit Tornquist ai Musei degli Antichi Magazzini del Sale di Cervia, a cura di G. Granzotto e G. Rinaldi
Il Cigno GG Edizioni Roma 2007
Leggi il testo...
ON L’Opera Nuda
Leonardo Conti
Vostra Eccellenza Reverendissimo Interlocutore Superiore,
Porgendovi i miei omaggi, sono qui per relazionarvi a proposito di un interessante documento emerso dalla mia attività di ricercatore di indizi d’eresie. Casualmente mi sono imbattuto in un file alla deriva.
A causa del mio interesse per l’archeologia, dopo essermi procurato un assai antiquato computer (reperito con autorizzazione negli Archivi Storici, i quali abbondano di strani oggetti), mi sono inoltrato nello spazio del web primordiale, appartenente all’antichità della nostra cultura, in cui si usarono le immagini e la scrittura per comunicare. Scrittura e immagini: queste mie passioni così fuori moda, così obsolete! È per me affascinante pensare ad un tempo in cui non si poteva viaggiare ovunque e all’istante nel presente. Quando si respirava liberamente l’atmosfera! Un mondo in cui felicità e infelicità non erano ancora stabilmente divise tra popoli diversi, ma ognuno poteva costruirsi la felicità da sé. Tuttavia sembra che ben pochi riuscissero a farlo. Il numero di individui felici nella nostra era, grazie all’Ordinamento Superiore, è ineguagliabile per qualsiasi civiltà arcaica. Un tempo le grandi eresie, libertà e auto-determinazione, che fortunatamente abbiamo ormai completamente debellato, potevano agire trasversalmente in quella che fu la civiltà umana. Ma già le forme arcaiche di controllo impedirono loro di diffondersi troppo. Già a quel tempo, infatti, grazie ad una grande Operazione planetaria - condensata poi, in modo così illuminante dal Sapiente Superiore, nella Prima Formula Arcaica della Felicità, che recita “Libero è il mercato, chi vi entra è povero o ricco” - è stata a poco a poco sottomessa e omologata anche l’ultima linea di resistenza, composta da ciò che furono artisti, scrittori, poeti, musicisti e liberi pensatori. Ma, a parte queste considerazioni, dicevo che “navigando nella morta gora” (credo si dicesse così) dello spazio web primordiale, sono approdato in un luogo ormai spento, in cui fluttuava un file alla deriva. Dopo diversi tentativi falliti per trasformarlo in un formato vitalizzato, a causa delle ampie zone logorate, sono stato costretto ad accontentarmi di convertirne alcuni frammenti nel più recente, seppure antiquato, linguaggio. Ora, il documento recuperato, per quanto frammentario ed incompleto, mi ha sorpreso per il suo contenuto altamente eversivo e pericoloso, nonostante molte cose non riesca a comprenderle, anche perché gran parte delle immagini che lo completavano sono andate perdute.
Prima di distruggerlo ho creduto di mostrarlo a Vostra Eccellenza. Eccolo:
Frammento I
ESERGO. Credo che la domanda più urgente a cui ognuno di noi dovrebbe cercare di rispondere è: come vivere?
Frammento II
PROLOGO. Credo non ci sia molto di cui essere fieri di noi stessi, se pensiamo allo spazio etico che ci riserviamo nella nostra attualità sociale, politica e religiosa..
Ma se vogliamo incamminarci in quella via, ingrandire quello spazio, certamente non è necessario inventare qualcosa di nuovo, basta cercare tra ciò che già esiste. Le nostre stesse idee non sono affatto nuove.
Frammento II
PROLOGO. Credo non ci sia molto di cui essere fieri di noi stessi, se pensiamo allo spazio etico che ci riserviamo nella nostra attualità sociale, politica e religiosa..
Ma se vogliamo incamminarci in quella via, ingrandire quello spazio, certamente non è necessario inventare qualcosa di nuovo, basta cercare tra ciò che già esiste. Le nostre stesse idee non sono affatto nuove.
Inedito forse è soltanto il principio: questo nostro sorgere sull’arte, questo rivolgerle il primo sguardo.
Ma anche all’arte non chiediamo il nuovo, così come non cerchiamo il capolavoro.
Ma anche all’arte non chiediamo il nuovo, così come non cerchiamo il capolavoro.
Da tempo abbiamo cessato di considerare come fine esclusivo dell’arte la produzione di capolavori. Non è detto che l’arte debba per forza produrne.
Consideriamo l’arte come un esercizio artistico, una pratica vera e propria, alla quale tutti possono e devono accedere.
Frammento III
MANIFESTO. Se lo scandalo è così alla moda, se continua a mietere successi e consensi, è perché c’è un ritmo binario che non cessa di battere: Luce/buio, struccata/truccata, mascherata/smascherata, vestita/svestita, soft/hard, on/off. E non è un ritmo di danza. È un ballo costante. Per identità omologate.
ON l’Opera Nuda non è uno scandalo. È un MANIFESTO. Così poco contemporaneo. Così attuale. Così urgente. Ma un manifesto non d’intenti, un manifesto per COMPORTAMENTI, in cui l’opera finalmente si mostra, per quello che è, nuda.
L’opera senza mascheramenti. Senza trucchi.
Nell’opera nuda non funzionano i ritmi binari (neppure emergente/storicizzato, cui si associano le rispettive domande: dove?/da chi?). L’opera qui è soltanto ON, è nuda, ma è viva. È pronta a scomparire piuttosto che ad emergere, sì scomparire!, se non riesce ad attualizzare la società piuttosto che farsi storicizzare dalle forze omologanti. Perché ciò avvenga si deve conoscere, si deve volgere lo sguardo su di sé, ci-si-deve-conoscere, per non riconoscersi più nello specchio distorto delle inutili apparenze. Non vogliamo più delegare ad altri o ad altro la nostra direzione spirituale. Vogliamo praticare i nostri esercizi spirituali per ritornare sovrani di noi stessi. Allora che anche l’opera non sia più un oggetto, ma che diventi un soggetto, in grado d’innescare esercizi spirituali per inediti comportamenti - ETICA? Sì, FINALMENTE! -. Per far collimare ciò che si pensa con ciò che si pratica nella propria esistenza, nuda, ma viva, di nuovo. Come? Vogliono investire, speculare in arte? Facciano pure, non potranno accedere ai valori della nostra arte! L’arte per noi ha un senso se modifica il nostro comportamento, altrimenti non vale nulla, è inutile balocco per gli allocchi.
Frammento IV
PREMESSA. Anche se mi rendo conto dei rischi, mi sembra possa essere interessante cominciare a considerare l’arte attuale, o almeno una parte di essa, come un esercizio spirituale, o meglio, come l’accumulo di esercizi spirituali, anche se individuali, a-sistematici e dispersi. Con la nozione di “esercizi spirituali” storicamente s’intendono quelle pratiche, e le azioni ad esse connesse, esercitate da sé e su di sé, al fine di modificare il proprio modo di essere e il proprio comportamento. Com’è noto, la nozione di esercizio spirituale affonda nell’antichità greca, ellenistica e romana, sino all’elaborazione cristiana, che da quelle culture pagane l’ha in buona parte ereditata. Michel Foucault scrisse che “il cristianesimo, come ogni buona religione non è una morale”, anch’esso ha usato ed elaborato ciò che già c’era. Niente di nuovo. Il cristianesimo, poi, ha avuto infine la forza di oscurare il pensiero e le pratiche della filosofia antica, in virtù della sua capacità di rivolgersi alle masse e superando le sette pressoché chiuse delle filosofie greche, ellenistiche e romane. Ciononostante, in una prospettiva storica, sono facilmente riconoscibili nel cristianesimo le fortissime componenti che gli preesistevano. È in un simile ambito che Nietzsche ha potuto affermare che “il cristianesimo è un platonismo per il popolo”, concetto questo del resto già presente in Agostino. Ora, non sono competente per approfondire tali tematiche, né questo è il luogo per farlo, ma ho voluto accennare schematicamente al vastissimo contesto storico, ben precedente all’inizio della nostra era, in cui la nozione di esercizio spirituale è stata praticata. Se l’elaborazione del cristianesimo è in funzione della rinuncia a sé, in vista della salvezza oltre la vita, nelle filosofie ellenistiche e romane gli esercizi spirituali erano indirizzati alla costituzione di sé, in vista della salvezza e della felicità nella vita.
Frammento V
UNA MAIL ALLA DERIVA. L’Opera Nuda è soltanto all’inizio. Qui sorge soltanto, in questo giorno qualunque, forse all’inizio di una nuova era. La chiamerei per comodità ON, dove ON indica che è già accesa, è viva. Forse in futuro potrà moltiplicare i luoghi in cui accadere, accogliendo un ampio popolo. Si vorrebbe infatti che divenisse un luogo aperto, una comunità vasta come un mare, come la rete, alla quale tutti possano accedere, in vista di una ricostruzione etica dell’arte e della vita. Si lascerà pertanto un indirizzo e-mail in calce a questo scritto, in modo che resti, come indizio disperso nello spazio e nel tempo.
Frammento VI
NOTA A MARGINE. ON l’Opera Nuda nasce dal desiderio di rintracciare quelle poetiche che possano avere una funzione etica nell’attualità. Per ciò che riguarda la nozione di attuale, la contrappongo a contemporaneo: in contemporaneo mi sembra prevalga la passività di un presente inerte e già storicizzato, in attuale invece scorgo l’attività viva del tempo presente. Per ciò che riguarda la funzione etica, mi riferisco all’indicazione di un modello di comportamento, derivante da un rapporto del sé con se stesso. In altre parole, in ON ci si chiede se attraverso la pratica dell’arte contemporanea sia possibile la formazione di un equipaggiamento di verità, da esercitare e verificare nei propri atti di comportamento, al fine di costituirsi come soggetti consapevoli. È, ovviamente, una domanda critica, non potrebbe essere altrimenti, come il taglio di una piccola fetta dalla grande torta dell’arte: una fetta che tuttavia ci pare indispensabile e non prorogabile. Ma è possibile rintracciare, nell’arte contemporanea, una linea etica, in modo da poter considerare alcune poetiche come modelli per la costituzione di un soggetto di verità consapevole?
Mi rendo conto che per rispondere bisognerà tenere conto anche del prezzo, della contropartita, che tale presa di posizione critica comporta. In primo luogo nei confronti delle poetiche, che vengono considerate soltanto secondo una funzione e una finalizzazione ben precisa. È evidente, infatti, che la focalizzazione dell’arte contemporanea intorno al problema della sua attualità etica, mostrerà qualcosa che l’arte può avere ma che non deve obbligatoriamente avere. Come ogni scelta in questo campo è quindi una scelta critica a tutti gli effetti, una critica, tuttavia, che non resti inchiodata sulla cerniera che alterna la propaganda ad un gesto muto, a tu per tu con l’opera d’arte. Una critica disposta a tradirsi, per divenire parola viva. Il campo, almeno all’inizio, sembra restringersi parecchio. Gli autori-attori, dunque, saranno riuniti in questi luoghi perché, nella loro autonomia, sono concatenati da uno sguardo critico eccessivo (il più possibile diverso da sé), in grado di disporli su quella che provvisoriamente chiamiamo la linea etica dell’arte.
Frammento VII
L’ATTUALE. ON è divisa in più di mille sezioni dialoganti, dedicate ognuna ad artisti, scrittori, poeti, musicisti, teatranti, genitori e figli, raggruppati sotto il nome provvisorio di ethoartisti. Sono considerati tali, gli autori di opere in cui siano riscontrabili indicazioni visibili per la costituzione di un’etica attuale dell’esistenza. Dal momento che, con rinnovata memoria, qui la vita è considerata come una preparazione permanente alla vita stessa, per affrontarne le insidie, le difficoltà e le prove alle quali ci espone, cerchiamo nelle opere indicazioni che possano contribuire alla formazione di un nostro equipaggiamento, per costituirci come soggetti etici di comportamento. Perché essere pronti, essere sovrani di se stessi, presuppone un lungo lavoro, un impegno lungo tutta la vita, nel quale ognuno dovrà curarsi di sé e divenire un esempio per gli altri. Questa è la felicità, questa è la salvezza che dovremo diffondere. ON è il luogo degli esempi.
Frammento VIII
IN PRINCIPIO L’arte di vivere. Che il visibile divenga musicale e il musicale dicibile, che la parola divenga visibile e tutti ritornino esistenza, nella quale ognuno si eserciti in questi passaggi!
Il Critico Immateriale
operanuda@gmail.com
Frammento III
MANIFESTO. Se lo scandalo è così alla moda, se continua a mietere successi e consensi, è perché c’è un ritmo binario che non cessa di battere: Luce/buio, struccata/truccata, mascherata/smascherata, vestita/svestita, soft/hard, on/off. E non è un ritmo di danza. È un ballo costante. Per identità omologate.
ON l’Opera Nuda non è uno scandalo. È un MANIFESTO. Così poco contemporaneo. Così attuale. Così urgente. Ma un manifesto non d’intenti, un manifesto per COMPORTAMENTI, in cui l’opera finalmente si mostra, per quello che è, nuda.
L’opera senza mascheramenti. Senza trucchi.
Nell’opera nuda non funzionano i ritmi binari (neppure emergente/storicizzato, cui si associano le rispettive domande: dove?/da chi?). L’opera qui è soltanto ON, è nuda, ma è viva. È pronta a scomparire piuttosto che ad emergere, sì scomparire!, se non riesce ad attualizzare la società piuttosto che farsi storicizzare dalle forze omologanti. Perché ciò avvenga si deve conoscere, si deve volgere lo sguardo su di sé, ci-si-deve-conoscere, per non riconoscersi più nello specchio distorto delle inutili apparenze. Non vogliamo più delegare ad altri o ad altro la nostra direzione spirituale. Vogliamo praticare i nostri esercizi spirituali per ritornare sovrani di noi stessi. Allora che anche l’opera non sia più un oggetto, ma che diventi un soggetto, in grado d’innescare esercizi spirituali per inediti comportamenti - ETICA? Sì, FINALMENTE! -. Per far collimare ciò che si pensa con ciò che si pratica nella propria esistenza, nuda, ma viva, di nuovo. Come? Vogliono investire, speculare in arte? Facciano pure, non potranno accedere ai valori della nostra arte! L’arte per noi ha un senso se modifica il nostro comportamento, altrimenti non vale nulla, è inutile balocco per gli allocchi.
Frammento IV
PREMESSA. Anche se mi rendo conto dei rischi, mi sembra possa essere interessante cominciare a considerare l’arte attuale, o almeno una parte di essa, come un esercizio spirituale, o meglio, come l’accumulo di esercizi spirituali, anche se individuali, a-sistematici e dispersi. Con la nozione di “esercizi spirituali” storicamente s’intendono quelle pratiche, e le azioni ad esse connesse, esercitate da sé e su di sé, al fine di modificare il proprio modo di essere e il proprio comportamento. Com’è noto, la nozione di esercizio spirituale affonda nell’antichità greca, ellenistica e romana, sino all’elaborazione cristiana, che da quelle culture pagane l’ha in buona parte ereditata. Michel Foucault scrisse che “il cristianesimo, come ogni buona religione non è una morale”, anch’esso ha usato ed elaborato ciò che già c’era. Niente di nuovo. Il cristianesimo, poi, ha avuto infine la forza di oscurare il pensiero e le pratiche della filosofia antica, in virtù della sua capacità di rivolgersi alle masse e superando le sette pressoché chiuse delle filosofie greche, ellenistiche e romane. Ciononostante, in una prospettiva storica, sono facilmente riconoscibili nel cristianesimo le fortissime componenti che gli preesistevano. È in un simile ambito che Nietzsche ha potuto affermare che “il cristianesimo è un platonismo per il popolo”, concetto questo del resto già presente in Agostino. Ora, non sono competente per approfondire tali tematiche, né questo è il luogo per farlo, ma ho voluto accennare schematicamente al vastissimo contesto storico, ben precedente all’inizio della nostra era, in cui la nozione di esercizio spirituale è stata praticata. Se l’elaborazione del cristianesimo è in funzione della rinuncia a sé, in vista della salvezza oltre la vita, nelle filosofie ellenistiche e romane gli esercizi spirituali erano indirizzati alla costituzione di sé, in vista della salvezza e della felicità nella vita.
Frammento V
UNA MAIL ALLA DERIVA. L’Opera Nuda è soltanto all’inizio. Qui sorge soltanto, in questo giorno qualunque, forse all’inizio di una nuova era. La chiamerei per comodità ON, dove ON indica che è già accesa, è viva. Forse in futuro potrà moltiplicare i luoghi in cui accadere, accogliendo un ampio popolo. Si vorrebbe infatti che divenisse un luogo aperto, una comunità vasta come un mare, come la rete, alla quale tutti possano accedere, in vista di una ricostruzione etica dell’arte e della vita. Si lascerà pertanto un indirizzo e-mail in calce a questo scritto, in modo che resti, come indizio disperso nello spazio e nel tempo.
Frammento VI
NOTA A MARGINE. ON l’Opera Nuda nasce dal desiderio di rintracciare quelle poetiche che possano avere una funzione etica nell’attualità. Per ciò che riguarda la nozione di attuale, la contrappongo a contemporaneo: in contemporaneo mi sembra prevalga la passività di un presente inerte e già storicizzato, in attuale invece scorgo l’attività viva del tempo presente. Per ciò che riguarda la funzione etica, mi riferisco all’indicazione di un modello di comportamento, derivante da un rapporto del sé con se stesso. In altre parole, in ON ci si chiede se attraverso la pratica dell’arte contemporanea sia possibile la formazione di un equipaggiamento di verità, da esercitare e verificare nei propri atti di comportamento, al fine di costituirsi come soggetti consapevoli. È, ovviamente, una domanda critica, non potrebbe essere altrimenti, come il taglio di una piccola fetta dalla grande torta dell’arte: una fetta che tuttavia ci pare indispensabile e non prorogabile. Ma è possibile rintracciare, nell’arte contemporanea, una linea etica, in modo da poter considerare alcune poetiche come modelli per la costituzione di un soggetto di verità consapevole?
Mi rendo conto che per rispondere bisognerà tenere conto anche del prezzo, della contropartita, che tale presa di posizione critica comporta. In primo luogo nei confronti delle poetiche, che vengono considerate soltanto secondo una funzione e una finalizzazione ben precisa. È evidente, infatti, che la focalizzazione dell’arte contemporanea intorno al problema della sua attualità etica, mostrerà qualcosa che l’arte può avere ma che non deve obbligatoriamente avere. Come ogni scelta in questo campo è quindi una scelta critica a tutti gli effetti, una critica, tuttavia, che non resti inchiodata sulla cerniera che alterna la propaganda ad un gesto muto, a tu per tu con l’opera d’arte. Una critica disposta a tradirsi, per divenire parola viva. Il campo, almeno all’inizio, sembra restringersi parecchio. Gli autori-attori, dunque, saranno riuniti in questi luoghi perché, nella loro autonomia, sono concatenati da uno sguardo critico eccessivo (il più possibile diverso da sé), in grado di disporli su quella che provvisoriamente chiamiamo la linea etica dell’arte.
Frammento VII
L’ATTUALE. ON è divisa in più di mille sezioni dialoganti, dedicate ognuna ad artisti, scrittori, poeti, musicisti, teatranti, genitori e figli, raggruppati sotto il nome provvisorio di ethoartisti. Sono considerati tali, gli autori di opere in cui siano riscontrabili indicazioni visibili per la costituzione di un’etica attuale dell’esistenza. Dal momento che, con rinnovata memoria, qui la vita è considerata come una preparazione permanente alla vita stessa, per affrontarne le insidie, le difficoltà e le prove alle quali ci espone, cerchiamo nelle opere indicazioni che possano contribuire alla formazione di un nostro equipaggiamento, per costituirci come soggetti etici di comportamento. Perché essere pronti, essere sovrani di se stessi, presuppone un lungo lavoro, un impegno lungo tutta la vita, nel quale ognuno dovrà curarsi di sé e divenire un esempio per gli altri. Questa è la felicità, questa è la salvezza che dovremo diffondere. ON è il luogo degli esempi.
Frammento VIII
IN PRINCIPIO L’arte di vivere. Che il visibile divenga musicale e il musicale dicibile, che la parola divenga visibile e tutti ritornino esistenza, nella quale ognuno si eserciti in questi passaggi!
Il Critico Immateriale
operanuda@gmail.com
Questo è tutto quello che sono riuscito a recuperare del file ritrovato. Con umiltà devo confessare di avere provato emozioni che non conoscevo. Forse non avrei dovuto, ma ho scritto all’indirizzo trovato. Non ho ancora ricevuto risposta, e non so se mai qualcuno risponderà. Neppure so se in qualche luogo il Critico Immateriale esista ancora, ma ammetto che ci spero.
Mi permetto di farvi una domanda, di cui conosco la gravità e l’eresia:
Esiste qualcos’altro nella vastità dell’esistenza, oltre alla perfezione del Grande Ordinamento?
Poiché con grande attenzione ho valutato i rischi e le conseguenze di tutto questo, spero mi perdonerete se non aspetterò la vostra reverendissima risposta.
Tra poco tutte le mie connessioni saranno disattivate: non so cosa accadrà quando comincerò a respirare.

Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra al Museo Nazionale di Villa Pisani, Strà
Alberto Biasi. Settanta!
a cura di G. Barbero e G. Granzotto
Verso l'Arte 2007

Fernando Picenni, Odisseo
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra
Fernando Picenni. Guardo i miei quadri come un sopravvissuto alla loro incolpevole sorte a cura di L. Conti alla GAM di Cesena
Vanillaedizioni 2007
leggi il testo...
Leonardo Conti
“…gli uomini che producono opere geniali
non sono quelli che vivono nell’ambiente più squisito,
che hanno la conversazione più brillante,
la cultura più vasta, ma quelli che,
cessando bruscamente di vivere per se stessi,
hanno il potere di rendere la loro personalità simile ad uno specchio,
in modo che la loro vita, […], vi si rifletta,
giacché il genio consiste nel potere riflettente
e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso”.
Marcel Proust
A proposito di questa mostra dedicata a Fernando Picenni a Cesena, nelle splendide sale della Galleria Comunale d’Arte Spazio ex Pescheria, mi piacerebbe riprendere da dove mi ero fermato l’ultima volta.
Lo scorso anno al Museo Nazionale di Villa Pisani, infatti, in linea con il carattere antologico di quell’esposizione, avevo tentato una risalita cronologica e, partito dagli albori degli anni Sessanta, mi ero inoltrato all’interno di una vera e propria epopea della forma, sino al più recente periodo creativo.
Dove fui travolto da Picenni.
La sua arte esercita una particolare resistenza alle parole. Ogni furore interpretativo sembra vaporizzare sfuocandosi, diviene un sussurro impercettibile, e svanisce negli immani spazi evocati dalle sue opere. Già avevo percepito un fondamentale imbarazzo nella maggior parte dei testi che si sono occupati di lui, un imbarazzo che non ha la natura del blocco, quanto piuttosto della diffrazione del pensiero, incapace di fissarsi stabilmente, come l’auto-focus di una fotocamera, che stenta non poco di fronte alle vibrazioni di questa pittura.
Mi convinsi che un’opera di Picenni sia più e meno di un’opera d’arte, almeno per come siamo abituati a concepirla: meno nel senso che non ha a che fare con il plauso dei più, come la maggior parte degli artisti e delle opere contemporanee s’impongono; più perché ha a che fare profondamente con chiunque la guardi, nel suo essere un modo di vivere che si realizza completamente nei quattro lati della tela.
A poco a poco, nel mio lavoro di ricognizione, mi rendevo conto che continuava a risorgere dal di dentro di un indomabile quanto impetuoso riserbo, attraverso forme, luci e colori, un’impercettibile ma inesorabile trasformazione, il silente fragore di una vita imprevista. Tuttavia fu soltanto più tardi, nel naufragio tra le opere recenti, che dimenticai infine la mia lenta risalita lineare del tempo - un tempo che andava perdendo ogni lontananza -, per lasciarmi accogliere in un’arte dell’esistenza, nella quale persino vita e morte sembrano cessare la loro antichissima lotta.
Lasciai giacere la mia scrittura e, deciso ormai ad abbandonare il mio sguardo in balia di quelle opere, nel tentativo di farmi guidare tra le costellazioni discontinue del tempo picenniano, mi ritrovavo affrancato, se possibile, dal filtro dei pur autorevoli sguardi critici che negli anni le avevano parlate, pur sapendo che il mio stesso sguardo era destinato ad aggiungersi agli altri, nella bibliografia di futuri apparati di parole. Mi attraversava ormai la necessità di sottrarmi ai miei doveri critici: desideravo sentirmi come uno specchio inclinato, nel quale pittura e parola incrociano per caso gli sguardi. Sentii che mi stavo avvicinando al pericoloso confine dove le profonde valli critiche cedono ai vasti e accidentati territori letterari.
Avevo fondati motivi per temere un simile sconfinamento. Sarebbe stato una sorta di tradimento del compito affidatomi, un tradimento forse tanto più grave perché era in gioco l’identità stessa di critico in cui mi ero riconosciuto. In un istante improvviso mi chiesi se mi sentivo ancora un critico. Sorgeva così, quasi dal nulla, una simile domanda, davanti a queste opere, e pensai a quante volte l’artista, nella sua esistenza, pone la stessa domanda a se stesso e alla sua arte. Mi vennero in soccorso le parole di Henry Miller “Qualche mese fa pensavo di essere uno scrittore, ora non lo penso più, lo sono”.
Per ciò che riguardava Picenni avevo centinaia di opere che da quasi mezzo secolo dicevano la stessa cosa: “Qui vivo”. Oltrepassai il confine.
E subito compresi che spesso c’è una sorda rivalità tra le parole del critico e le opere di cui si occupa: una segreta lotta tra nature diverse, per la supremazia. Troppi artisti odiano i critici. Troppi pendono dalle loro labbra. Credo sia un problema di reciproco assoggettamento. Al culto di sé.
E subito compresi che spesso c’è una sorda rivalità tra le parole del critico e le opere di cui si occupa: una segreta lotta tra nature diverse, per la supremazia. Troppi artisti odiano i critici. Troppi pendono dalle loro labbra. Credo sia un problema di reciproco assoggettamento. Al culto di sé.
Un mondo totalmente estraneo all’arte di Picenni.
È difficile, estremamente difficile, presentarsi a parole di fronte ad un modo di esistere. È necessario che quelle parole abbiano attraversato uno spessore simile, è necessario che siano il corrispettivo di un esercizio alla vita altrettanto rigoroso.
Quando, in tempi di rivolta, altri cercavano vie per dissolvere la forma, Picenni già era intento ad inventare una nuova forma, un corpo di pittura affiorante che non sarebbe rimasto solitario.
Già la solitudine s’abbarbicava all’inconsapevole moltitudine di sguardi, in un polveroso rumore che si faceva assordante nella desolazione di una città sopraffatta. Ti vedo camminare per una Milano che solo tu conosci, con i volti dei palazzi che a te solo parlano, come ad un fratello, come a un loro pari.
Oggi che non c’è più bisogno di dissolvere nulla, oggi che è così facile scambiare un gioco di parole per profondità di pensiero, una réclame per una foto da museo, una vetrina per un’installazione; oggi che, quasi vivessimo in una nursery, appendono sui palazzi di Milano coccodrilli di plastica rosa, ecco che le forme di Picenni ci confortano, ci accolgono, ci salvano.
Si può esistere, nonostante l’orrore di questo ciarpame: tu lo sai che non hai smesso di praticare la modestia dell’arte, nella quale è inutile tutto ciò che non è strettamente necessario.
Quelle forme di Picenni, quei corpi di colore frenato sulla tela, venivano riaccendendo quiete luminosità, quasi barbagli di galassie, il cui lontano ruggito già cominciava a scuotere la notte. Poi sarebbero passati molti anni d’incomprensione intorno all’artista che sceglie la propria arte.
Ti sei calato a poco a poco tra i quattro lati delle tue tele, e hai insegnato alle tue forme ad essere indipendenti da te, quella stessa libertà che ora non cessano di reclamare per noi.
È una forza relazionale il cardine di questa pittura, quel sontuoso dispiegarsi di forme su distese luminose, il cui più prossimo orizzonte è il nostro sguardo, finalmente padrone di sé. Le costellazioni pittoriche di Picenni accadono secondo relazioni variabili. Se la sua arte si conserva timbrica, vibrante e corporale, le relazioni che la fondano scardinano ogni ipotesi di ordine precostituito.
Ogni tela di Picenni è uno spazio di differenze coesistenti. E ogni differenza è il fulcro, l’intersezione, il contatto imprevisto di una molteplicità inverificabile e invisibile di eventi mai nati al di qua e al di là di quell’inesattezza causale che qui accade come silenzio musicale. Questa pittura ha lo spessore dell’esistere, è per questo che oppone resistenza alle parole.
Ho compreso finalmente come l’entrare in quest’arte faccia parte dello scegliere se stessi, all’interno di quell’emozionalità indiscernibile in cui l’opera cessa di essere d’arte, per divenire cosa cara da tenere con sé.
Partendo da qui, e deragliando sul pensiero livellare di Felix Guattari (mi si perdoni: cercherò di spiegarmi), si può allora concepire l’opera d’arte come il fulcro materiale di un coacervo di piani d’esistenza, che l’attraversano in una dimensione estranea alla linearità temporale e alle coordinate spaziali alle quali siamo abituati. È una dimensione che ha piuttosto a che fare con la spiritualità, da un lato con quel modo di formazione e trasfigurazione di sé in relazione all’esercizio di una scelta, e dall’altro con quel modo di relazione e trasfigurazione degli altri fondato sull’esempio di sé.
Ho compreso finalmente come l’entrare in quest’arte faccia parte dello scegliere se stessi, all’interno di quell’emozionalità indiscernibile in cui l’opera cessa di essere d’arte, per divenire cosa cara da tenere con sé.
Partendo da qui, e deragliando sul pensiero livellare di Felix Guattari (mi si perdoni: cercherò di spiegarmi), si può allora concepire l’opera d’arte come il fulcro materiale di un coacervo di piani d’esistenza, che l’attraversano in una dimensione estranea alla linearità temporale e alle coordinate spaziali alle quali siamo abituati. È una dimensione che ha piuttosto a che fare con la spiritualità, da un lato con quel modo di formazione e trasfigurazione di sé in relazione all’esercizio di una scelta, e dall’altro con quel modo di relazione e trasfigurazione degli altri fondato sull’esempio di sé.
Quell’indefinibile qualità che intuiamo in grandi opere d’arte come quelle picenniane, strani oggetti materiali, credo sia una fondamentale atemporalità, indipendenza ed esemplarità. Il pensiero visibile, non più incardinato nella linearità del tempo, non più sottomesso alla gerarchizzazione storica delle idee e neppure assoggettato al potere dell’autore, è indefinitamente riutilizzabile nel dicibile, nel musicabile, nel costruibile, nel plasmabile, nel danzabile, nello scrivibile, nel praticabile quotidiano dell’esercitarsi alla vita. La grande opere d’arte si concede sempre a chi la sceglie. L’opera d’arte dà accesso al presentarsi di una scelta a venire, destinata tuttavia a modificare profondamente l’esistenza di colui che intraprende un simile passo.
Quando mi distraggo dalla luce del monitor e guardo questa tastiera che risuona sotto alle dita, penso ai tuoi pennelli e al tuo magico mescolare luci, colori e forme, sino a raggiungere quello che proprio andavi cercando, nella pratica inesausta dell’inventarti sulla tela. In un rendere l’esistenza visibile, ecco di fronte a me l’alto compito della tua arte. E non si tratta certo di un mostrare, di mostrarsi, mi è così chiaro ormai, perché ho di fronte le inesauste relazioni tra le tue forme e il loro sfrondare le cose dell’alone di banalità, in cui le abbiamo confinate nelle nostre troppo spesso superficiali pratiche di vita.
Ecco, allora, come quell’iniziale tentativo di oppormi, ancora prima che a un linguaggio, ad un metodo riconoscibile, critico appunto, rischiava di fare di me una sorta di alternauta di me stesso, in un esercizio di scrittura in progress che mi avrebbe creato non poche difficoltà a riconoscermi. Di fronte a Picenni, scrivere un “testo critico”, nel senso in cui lo avevo inteso, non è più stato possibile. Riaffiora la lezione di Hegel, quando affermava che l’esperienza estetica modifica colui che la fa. L’esperienza estetica ha a che fare con i processi di soggettivazione nei quali ci inoltriamo volontariamente.
Penso ad una nuova critica, ad un’etho-critica nella quale chi scrive è in gioco: rischia la vita che ha, nel trasformarsi di certo irreversibilmente in qualcosa d’altro.
Avevamo pensato di affiancare le opere recenti di Picenni ad una tra le esperienze più significative degli ultimi trent’anni. Con un più che lecito sforzo analogico avevamo pensato a Giuseppe Santomaso, l’ultimo Santomaso, quello che conta, avevamo pensato ad una sezione della mostra nella quale mostrare la capacità del maestro veneziano d’inventare la forma nella spazialità dell’impalpabile luce lagunare. Mi ha sempre sedotto la sua capacità d’inoltrare la razionalità oltre l’orizzonte, in brani di poesia dipinta. Le opere erano già pronte per partire, le foto fatte. Poi, mi sono imbattuto in una grande tela di Picenni, Divaricata aspettativa d’amore, e sono rimasto per ore a pensarla, tenendola ben stretta davanti agli occhi, mi sono inoltrato nei suoi spazi, ho percorso sentieri fluttuanti, sorti nel brivido di una notte dimenticata, più in là, confondendomi, sino al cuore di una fiammella di candela, forse la stessa in cui Goethe diveniva per sempre Faust.
Pensieri miei, di certo impropri, quanto inevitabili, prima di perdermi nel dilatarsi sconfinato della tua immane esistenza che ho creduto mia.
È allora che ti ho visto ancora salire le scale dello studio, Fernando. Le pareti scrostate dalla presenza ingombrante del tempo e le scale abbarbicate ad una ringhiera ripida, troppo ripida per chiunque con forze mortali osi scalarla. Perché per arrivare in cima a quelle scale è troppa la zavorra che bisogna abbandonare, troppa zavorra di sé, un’inutile a cui tuttavia non abbiamo spesso saputo rinunciare.
Ci sei salito da solo. E ti credevano abbandonato, finito, escluso per sempre dall’arte, o meglio da quella strana idea di successo e di storia, che non ha smesso di confonderci le idee. Non sapevano che è nel confino dell’incomprensione, in quei luoghi senza nome, sonori ma silenti, irrimediabilmente inudibili al clamore che non conoscono, non sapevano che lì, nello splendore della tua povertà, ti stavi innalzando al monumento dell’esistere.
Ora, se tutte queste parole non sono vane, se hanno a che fare con il mio modo di esistere tra queste opere, allora qui, nel cuore di questa mostra, nel suo spiritualizzarsi, comprendo il viaggio di Odisseo, vessillifero delle grandi costruzioni di Picenni, che nel corpus della sua opera rappresentano l’impensato della pittura.
Non sarai più solo.
Lasciamo fuori Picenni, per cortesia, dagli impeccabili criteri di accreditamento storico, che altro non sono che pianificazione e consumo della creatività.
Che i mercanti, i trader e gli intelletuali dell’arte continuino pure a parlare, sempre più forte, sempre più stonati, sempre più simili gli uni agli altri, in mezzo a tanto clamore riconosceremo il tuo fragoroso silenzio, la musica visibile della tua opera. Al concerto delle tue forme, al teatro della tua inafferrabile timbrica, alla vernice del tuo volto dimesso, ci saranno quelli che hanno imparato a conoscere la tua arte, che la difendono, ci saranno Giovanni, Paola e Carlo, Alessandro e la Cruna dorata, Ema ed Emilio, Gaspare, Roberto e Francesca, Ice e Giovanni, Ela e Carlo, Patrizia e Gianfranco, Claudio e Cristina, Paolo ed Eugenia, Maria Francesca e Laura, Mario e Lucia, Matteo e Stefano, Salvatore, Betty e Paolo, Ornella e Giancarlo e tutta la lunga schiera di coloro che hanno già visto, che hanno compreso, che hanno accolto i tuoi figli perché sono loro.
Dedico allora questo testo a tutti voi e, soprattutto a Pinuccia, ed è come se lo dedicassi a te maestro. Fernando e Pinuccia sull’inabissabile zattera spinta da una tela colma di vento.

La misura della poesia
Breve dialogo tra A e B tangenti all’arte di Luigi Veronesi
Leonardo Conti
Breve dialogo tra A e B tangenti all’arte di Luigi Veronesi
Leonardo Conti
testo in volume della mostra
Luigi Veronesi. La misura della poesia
Luigi Veronesi. La misura della poesia
Edizioni PoliArt 2007
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La misura della poesia
Breve dialogo tra A e B tangenti all’arte di Luigi Veronesi
Leonardo Conti
Breve dialogo tra A e B tangenti all’arte di Luigi Veronesi
Leonardo Conti
A. Un omaggio a Luigi Veronesi s’impone quasi da sé.
B. Ma questo omaggio particolare?
A. Una mostra d’arte. Venti piccole opere. Diciannove quarantapertrenta e una quarantapercinquanta.
B. Perché non tutte uguali?
A. Forse per caso. O, forse, perché c’è sempre qualcosa che sfugge.
B. Qualcosa che sfugge?
A. O qualcosa che resiste.
B. Che resiste? Cosa c’entra quello che dici con Luigi Veronesi? Ma è un testo critico questo?
A. È un dialogo. E, forse, è preferibile pensare che tutto sia accaduto per caso.
B. Perché?
A. Affinché questo dialogo appaia come un testo critico. Affinché da un testo critico possano emergere due dialoganti.
B. Non ti seguo.
A. Non credo abbia importanza. Almeno per ora. Luigi Veronesi ha lavorato essenzialmente per cicli. E venti piccoli olii su tela possono evocare una traccia non dispersa di un lungo cammino. Il critico Luciano Caramel, nel suo lungo corso di studi sul Veronesi, ha “visto-con-gli-occhi”, così avrebbe scritto Stefano D’Arrigo, un continuo aprirsi di ogni opera, e il costante riaprirsi della ricerca ad ogni ciclo successivo.
B. Aprirsi? In che senso e verso dove?
A. È uno dei segreti della sua arte. È ciò che il nostro esserci, in questo luogo, sul margine della mostra, vuole cercare di capire. Il tenace tenere aperto, per continuare a trattenere le tracce dell’esperienza, è forse ciò che ha permesso a Veronesi di rimanere avvinghiato al presente.
B. Ma di che stai parlando? Cosa c’entra quello che dici con i quadri della mostra? Io vedo colori e geometrie. Mi sembra un gioco: un sublime giocare con le forme. C’è tutto un risuonare in questa pittura. E una misura che scandisce il giocare. Poi c’è un ritmo che rincorre l’occhio che guarda. È lo stesso rincorrersi tra linea e linea, tra forma e forma, tra colore e colore. Come lungo tutta la linea della sua ricerca, da un quadro all’altro, da un ciclo all’altro, da un decennio all’altro. Quasi come un verso virgiliano, in cui l’esametro danza le cadenze sue. Ma perché parli di un aprirsi?
A. È Luciano Caramel che ha intuito il continuum, a cui la ricerca di Veronesi appartiene, e su cui costantemente la sua arte si apre. Le sue linee e i suoi cerchi, le relazioni inesauste tra forme mutevoli, le campiture mai quiete, e la luce, che vibra sul colore “grattato”. C’è qualcosa che spinge, per valicare i confini del quadro; come se ci fosse un eccedente, là fuori: un contrafforte, che cerca spazio e terra, su cui sostenere il resto. Di un discorso già cominciato e non ancora finito.
B. Tu parli della linea del compasso che si ferma sul bordo.
A. Io dico che il compasso non si ferma. Là fuori continua. Il quadro può rendere visibile soltanto una parte, di tutto quello che può diventare visibile. La parte che sta dentro alla sua quadratura è ciò che del continuum diviene visibile.
B. Se ho capito bene, sostieni che questo continuum sia una sorta di mondo geometrico, che si riproduce all’infinito, e del quale il maestro capta zone di visibilità.
A. Quello che hai detto mi suscita una certa emozione, e, forse, susciterebbe qualche emozione anche al maestro. Eppure credo che contenga una pericolosa confusione.
B. In che modo?
A. La confusione deriva dal considerare il continuum (il mondo geometrico, nelle tue parole) come qualcosa di già dato ed esistente, in una sorta di ombra pre-artistica, che, soltanto ai radi raggi della creatività del maestro, mostri qualcosa di sé. Il continuum, per contro, è una visibilità in potenza, che comincia ad esistere soltanto in quei raggi. In altre parole, è nella visibilità artistica che ciò che era solo in potenza si realizza. Credo che il continuum, se vogliamo continuare a chiamarlo così, sia una zona mobile, un’intersezione tra dimensioni diverse, nella quale l’invisibile può diventare visibile.
B. Qualcosa come il pensiero allora? Che si realizza quando diviene parola, quando è divenuto dicibile.
A. Sì. L’astrazione geometrica di Veronesi è un modo di realizzarsi del pensiero. Per questo è così importante comprendere l’essenziale della sua opera: l’apertura sul fuori.
B. Parli spesso di questo “fuori” che, se ho intuito bene, ha a che fare con le esperienze extra-pittoriche, fatte da Luigi Veronesi durante tutta la vita. Ma che cosa c’entra l’astrazione geometrica, con l’apertura sul fuori.
A. La geometria ha una duplice funzione: da un lato è la logica interna, quasi spinoziana, del pensiero artistico del maestro e, dall’altro, è lo strumento da lui usato per cercare di connettere tra loro le diverse esperienze del fuori. In altre parole, è come se Veronesi avesse battuto due strade parallele e inseparabili: nel “dentro” della sua arte, il viaggio è nell’infinita modificazione dei rapporti tra le parti. Nella ricerca di un perfetto equilibrio, della “divina proporzione”, come la chiamavano gli antichi. E già questa ricerca è sempre in bilico tra ciò che riesce ad organizzare ed armonizzare, e ciò che ne rappresenta il punto di rottura, di precarietà, l’irrefrenabile sopraggiungere dei domini dell’imprevisto.
B. E l’altra strada?
A. L’altra strada, è nel “fuori” dell’arte, dove l’artista ha percorso, con piglio quasi-scientifico, proprio i domini dell’imprevisto, nell’investigazione di fenomeni diversi del reale. È qui che le sue straordinarie curiosità interdisciplinari s’innestano nella ricerca artistica. È di qui che Veronesi, instancabilmente, ha cercato di far confluire le sue scoperte, nel luogo di contatto con il pensiero geometrico.
B. Stai parlando, se non sbaglio, del Veronesi scenografo, delle esperienze nel cinema, di fotografia astratta, di design, di arte grafica…
A. Sì, e anche dello sguardo teso verso i processi metodologici cari al Bauhaus di Weimar. E del continuo riemergere delle appassionate ricerche del movimento Abstraction-Création, prima, e del MAC poi. E ancora delle esperienze sulla musica: soprattutto nel tentativo di trovare delle relazioni tra il linguaggio musicale e quello visivo. Veronesi, insomma, ha cercato, costantemente, di inscrivere la sua arte in una sorta d’intersezione tra le multiple dimensioni dello spazio culturale.
B. Ma l’inesausta curiosità intellettuale di cui parli, come s’incontra con il fare artistico di Veronesi, con la grazia dei suoi quadri? Io scorgo un piacere che traccia la linea, che s’imbatte al sopraggiungere di un’altra linea, e poi, ancora, un’altra si piega, e, quasi s’inchina, innesca una danza molteplice, e s’accende, improvviso, un colorato corale, che sale, e che scende, si allarga e si affila, come stormo d’uccelli, e diviene una musica intera, come sentita di colpo, dall’inizio alla fine, e, prosciugata dal tempo, s’adagia sul piano, quasi condensata, in linee e colori. Io sento un respiro in queste geometrie: la razionalità del pensiero si tinge d’inattesi colori, si muove all’insorgente risuonare, così come sulla spiaggia una brezza marina scompagina fogli dimenticati.
A. Ma è il risuonare della poesia, ciò che senti. Il fare è sempre in relazione con le cose, è un continuo infrangersi, sino alla costituzione di un equilibrio, per quanto provvisorio. Veronesi ha sperimentato costantemente questo fare, nelle sue infaticabili sperimentazioni. Egli ha cercato un denominatore comune, una “struttura che connette”, e ha creduto di trovarla nella lucida razionalità di un pensiero geometrico.
B. Un pensiero geometrico, dici.
A. Sì. Tuttavia l’astrazione geometrica non è mai stata il fine della sua arte, bensì un mezzo per pensare cose diverse. Per fare confluire le imprevedibili manifestazioni della conoscenza in un pensiero, come dire, condiviso: un pensiero visibile. È così che ha continuato a costruire il luogo della sua arte, nel quale ha sentito, per la prima volta, che qualcosa resiste sotto all’abbrivio dell’essere. Sin dalla prima volta, ha inseguito quel qualcosa. Egli ha continuato infaticabilmente a inseguirlo, a cercare la misura in una dismisura, imparando a trattenere “dentro” alla sua arte, aprendola sul “fuori”. Veronesi ha così varcato una soglia, ha tracciato un’apertura che ha connesso il suo pensiero al continuum. E il continuum dell’arte di Veronesi consiste nella misura della poesia.
B. Potrebbe essere come dici.
A. Potrebbe.

Alcune considerazioni preliminari sull'arte di Franco Batacchi
Leonardo Conti
testo nel volume delle mostra
Franco Batacchi
a cura di L. Conti e G. Granzotto
Palazzo del Senato Milano 2006
Edizioni PERL'A 2006
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Alcune considerazioni preliminari sull’arte di Franco Batacchi
Leonardo Conti
È affascinante ripercorrere le suggestioni mitologiche legate all’apparizione dell’icona femminile di Batacchi. Spesso i titoli delle sue opere ne sono viva testimonianza: Baccante, Il giudizio di Paride, Tramonto delle Esperidi e le molteplici Veneri. Gli occhi si spalancano sulla leggenda. Così come echeggiano ancora le parole dei Cesari tra le rovine mescolate ai sassi, di là dalla staccionata di un parcheggio romano.
Leonardo Conti
È affascinante ripercorrere le suggestioni mitologiche legate all’apparizione dell’icona femminile di Batacchi. Spesso i titoli delle sue opere ne sono viva testimonianza: Baccante, Il giudizio di Paride, Tramonto delle Esperidi e le molteplici Veneri. Gli occhi si spalancano sulla leggenda. Così come echeggiano ancora le parole dei Cesari tra le rovine mescolate ai sassi, di là dalla staccionata di un parcheggio romano.
Personalmente, però, credo sia un errore fermarsi agli echi, alle valenze simboliche dell’idolo femminile di Franco Batacchi. Certamente i richiami ad un archetipo pre-storico possono fornire il destro per l’approfondimento di alcune tematiche, che, a seconda della specifica preparazione dell’interprete, conducono sulle lunghe piste di archeologia e antropologia. Ma Batacchi è artista contemporaneo e la definizione di “classico” è perniciosa quando diventa un rifugio per sfuggire alle problematiche vive del proprio tempo.
Un capolavoro contemporaneo è classico quanto un capolavoro del Rinascimento, si sa.
Sono certo, del resto, che il fine artista, veneziano d’adozione, non abbia alcuna intenzione di delegare i contenuti del suo ricercare alle analogie delle forme con un imprecisato immaginario primordiale, o almeno, non solo. Qualsiasi artista, infatti, che rievocasse forme analoghe, indipendentemente dalla qualità del suo operare creativo, potrebbe suggerire alle stesse menti le medesime elucubrazioni archeologiche e antropologiche.
Se dunque è vero che non sono di primaria importanza questo tipo di indagini per comprendere l’arte del contemporaneo Batacchi, allora dobbiamo risolverci a guardare le opere, finalmente. Per trovare ciò che vive in esse.
Le premesse sono strutturali.
Credo che la formazione dell’idolo, diciamo così “batacchiano”, giunga da una sintesi principalmente formale. Le sue immagini hanno sempre una notevole solidità geometrica, dovuta ad una non casuale fusione di linea e circolo. Del resto la griglia, supporto spaziale immanente al sorgere di ogni immagine, conferisce alla maggior parte dei dipinti dell’artista un rigore neoplastico.
Conseguenza di tali condizioni sarà la quasi totale assenza di profondità: l’idolo abita la superficie. E Batacchi ha bisogno di aggrappare la sua creatività ad uno spazio solido, ortogonale.
Per questa via le ascendenze sono più dirette e rimandano alla stagione spazialista dei Guidi, Bacci, Tancredi e gli altri, per i quali la griglia ha sempre segnalato un terminus a quo, un senso di appartenenza esistenziale: all’ortogonalità urbanistica di Venezia.
Ecco, allora, che diviene possibile trovare affinità con certe "marine" guidiane, con il ciclo delle "fabbriche" di Bacci e con certe composizioni di Tancredi, per limitarsi ai tre artisti menzionati; ecco che Batacchi si colloca all’interno di una tradizione nella quale sarà sempre presente una percezione fisica dell’esserci, legato al concreto abitare.
Venezia quindi. Essa è presente in ogni dipinto di Batacchi prima di ogni apparizione. L’intricata griglia delle calli veneziane è il supporto ortogonale su cui s’innesta il visivo pensiero dell’artista.
Analogie con le forme che hanno preceduto queste ricerche possono condurre sino alle esperienze di De Stijl e del Bauhaus, presenti anche nel patrimonio visivo degli Spazialisti veneziani.
Analogie con le forme che hanno preceduto queste ricerche possono condurre sino alle esperienze di De Stijl e del Bauhaus, presenti anche nel patrimonio visivo degli Spazialisti veneziani.
Batacchi, tuttavia, non si ferma alla griglia, anche se resterà come luogo di origine, egli è alla ricerca di una dialettica tra le forme, introducendo il circolo nell’ortogonalità. È per questa via che, per sintesi successive, giunge all’identificazione di una forma nuova: un inconfondibile corpo.
In opere come Slow-motion: il tuffo del 1981 o Quattro sinopie del 1987, sono ben visibili gli esiti più complessi di questa riflessione, in cui Batacchi si occupa compiutamente del movimento della sua forma connessa alla rete soggiacente, in cui emergono assai interessanti analogie con certi studi di Oskar Schlemmer, un altro dei grandi del Bauhaus.
Mi sembra dunque di poter ritrovare la genesi dell’idolo di Batacchi in una ricerca formale ben sedimentata in certe esperienze artistiche del Novecento. La rivoluzione dell’artista veneziano, poi, risiede nel tentativo di staccare l’idolo dalla griglia, conferendogli una piena autonomia formale. L’unica via, per non ricadere in una datata quanto fiacca figurazione, alla Campigli per intenderci, è quella di identificare un modulo, che conservi ad ogni inizio il patrimonio genetico dell’ortogonalità, ma che nella sua ripetizione e variazione possa abitare i vasti territori di sperimentazione di Franco Batacchi.
Sorge qui il corpo ortogonale.
Sorge qui l’eterno idolo femminile.
Sorge qui l’eterno idolo femminile.
La sintesi ha portato così ad una forma complessa che, per il suo rimando ad una femminilità ancestrale, diviene un idolo in cui si ritrovano echi originari. Ma ciò che più conta, ai fini di queste brevi considerazioni, è che da un punto di vista formale, Batacchi è a mio avviso un artista con una forte componente minimalista: per la persistenza di una modularità, complessa, da un punto di vista formale, ma semplice, nel recupero di una femminilità spogliata dagli spessori e dalle politure della storia occidentale.
Sarà poi parte di un discorso poetico l’analisi del come, calati in un antico linguaggio in forma d’affresco, l’idolo-modulo e le sue “clonazioni” saranno sapientemente disposti in pentagrammi tonali, riempiti da vuoti e da segni, da graffi e bagliori, da ombre e riverberi, divenendo lievi e sicure e trasparenti vestali.
Il dinamico rinnovarsi di ori e di terre, di polveri brune e lucenti curvature, annuncia il sogno e l’ossessione metafisica di Franco Batacchi, alla ricerca di una “qualità” pittorica incontrovertibile, che prepari, ancora, un contemporaneo rinascere di Venere.
L’impalpabile sguardo, al di là dell’umido muro, trasudante, si tinge talora di un’atmosfera luminosa, sapientemente diffusa e dosata, da un misterioso e insondabile sapore orfico. C’è quasi una Venere botticelliana che affiora dalle acque, poi forse apparirà una luce smisurata, oltre San Giorgio.

Leonardo Conti
Fernando Picenni con l'arte che inventa la vita, Museo Nazionale di Villa Pisani, Strà. Venezia
Ripubblicato in:
Fernando Picenni, percorsi romani 2002-2009, ai Musei di San Salvatore in Lauro, Il Cigno GG Edizioni 2009
Verso L'Arte Edizioni 2006
Fernando Picenni, percorsi romani 2002-2009, ai Musei di San Salvatore in Lauro, Il Cigno GG Edizioni 2009
Verso L'Arte Edizioni 2006
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L'esistenza estetica di Fernando Picenni
Leonardo Conti
Leonardo Conti
L’arte inventa la mia vita
Fernando Picenni
Sin dalla prima maturità espressiva, Picenni aveva sentito la necessità di vincere la luce accecante della tela bianca colmandola d’ombre.
Non rinuncerà più a questa pratica, forse divenuta parte di una ritualità, volta a censurare l’abbaglio delle illusioni mondane e le apparenze effimere delle cose. Ma questo incipit di ogni dipinto rappresenta anche il passaggio improvviso, traumatico, tra i due limiti contrapposti della visibilità, tra le due cecità diverse figlie di luce e d’ombra. In quello spegnersi c’è tutto un mondo che accade, le cui forme e luci sono destinate a restare nella sensibilità dell’artista. La tela oscura sarà allora divenuta un giacimento, nel quale egli si calerà a poco a poco e l’arte sarà il mezzo per ricominciare a vedere.
Il vedere di Picenni non sarà più soltanto un problema di luce. La sua non potrà essere la luce di Caravaggio, che irrompe nella nera notte, seguendo il braccio puntato della rivelazione e illuminando per la prima volta cose che tuttavia la scena del mondo già aveva preparato. L’oscurità picenniana è aura sanza tempo tinta, per la quale la luce non basta, poiché si disperderebbe: immerso nell’oscurità l’artista dovrà creare tutto, affinché la luce possa finalmente approdare sulle forme, per mostrarle.
Per questo, nei primi anni Sessanta, il suo sarà un cammino magmatico e scivoloso e la pittura sarà ancora intrisa di un gesto frenato, che stenterà a contenere l’abbrivio della “caduta”[1] nel buio palpitante. In quegli anni l’artista imparerà ad ascoltare eco lontane e vibrazioni musicali cominceranno ad affiorare nelle sue forme dilatate.

Quando Emilio Tadini nel 1961 scriveva che “il problema centrale della pittura di Picenni è nella ricerca di un’immagine che riesca a dar forma e oggettività figurale agli elementi estremamente fluidi di una vitalità psicologica altrimenti indefinibile”, e poi ancora che “Picenni tende a rappresentare in una serie di fatti il rapporto improvviso e definitivo tra una mobile realtà psicologica e una stabile realtà figurale”[2], coglie la matrice interiore di questa ricerca, ma non scorge la presenza delle cose del mondo in queste opere.
Ciò che è indefinibile nell’arte di Picenni, già in quegli anni, non è una personale “realtà psicologica” ma è la presenza del mondo, anche se spogliata di tutti i significati sociali che le abbiamo attribuito. Picenni ha fatto calare una lunga notte su quei significati, perché ha smesso di crederci. Picenni ha cominciato a ricostruire le cose fondandole su un patrimonio artistico, poetico e musicale, lasciandole emergere in una stratificazione culturale che da sempre tenacemente coltiva.
Quando l’amico poeta Meeten Nasr ricorda quei lontani anni di frequentazioni al bar Giamaica di Milano, ci svela questo lungo corso della formazione del maestro: “Di fronte a una tela, un affresco, una scultura o un monumento, la sua irrefrenabile timidezza si trasformava in un piglio deciso e quasi autoritario, in un austero allenamento a vedere, toccare, quasi respirare l’arte nel suo farsi. Accompagnarsi a lui in quei momenti produceva una leggera vertigine, come se si abbandonasse una terra conosciuta per visitare siti nuovi…” [3].
Questa profonda conoscenza dell’arte, questa emozione, debordante dalle parole di Picenni, viene trasfusa tutta nella sua pittura, contrastata di ombre e d’impasti e di superfici già riverberanti. Tuttavia la sua non sarà mai un’arte citazionista, perché Picenni rifugge da ogni forma di conservazione, di incrostazione linguistica. L’emersione dell’esperienza sarà sempre profondamente trasfigurata, irriconoscibile. Gli echi dell’arte si odono non si vedono nell’arte di Picenni.
Fino alla fine degli anni Sessanta l’artista sarà dedito all’apparizione di pastose forme plastiche, quasi in un affioramento di continenti frastagliati, spinti da misurate seppur incontenibili forze telluriche.

E ciò che colpisce, in un clima post-informale di anni popolati da molti epigoni, è la propensione di Picenni a costruire grandi-forme per aggregazioni di sotto-forme parziali: sono proprio le relazioni tra queste ultime che permettono l’emersione aggregata delle grandi-forme.
Mario De Micheli, con una similitudine biologica, parlò di “forme embrionali, che sfuggono a una determinazione, ma che emergono dal quadro come nuclei viventi” [4]. L’artista ha ormai messo a punto uno dei capisaldi della sua ricerca: la formazione di un’immagine fondata sulla vitalità relazionale. Appare ormai chiaro come egli sia volto alla ricostruzione di una “presenza delle cose” partendo però dalle intensità relazionali del mondo e non dalle sue apparenze sensibili. Ancora De Micheli nel 1968 noterà che “non c’è nulla di astratto in questa pittura, anche se in essa non trova posto alcun segno di descrizione” [5].
Quando poi, all’ultimo tramonto degli anni Sessanta, le forme si saranno dilatate sino ad occupare tutto lo spazio della superficie, rendendo indiscernibile la differenza tra forma e sfondo, le intensità relazionali saranno così vitali da produrre le prime apparizioni di fosforescenze cromatiche.
È questo un momento cruciale della ricerca: il momento del colore. Angoli della tavolozza si accendono, s’impennano, s’imbizzarriscono, sino alle acidità più contrastanti. Con mite violenza Picenni le asseconda, tratta il colore come Alban Berg ha trattato la voce.
Certi titoli di questi anni, come Dissonanze e Weberniana, sono testimoni di questo clima. Silvano Falchi scriverà: “Mi pare che basti il colore a determinare la forma, che la costituisca addirittura, con modulazioni e tonalità desuete quanto inventate da lasciarti sorpreso, quasi impreparato al loro apparire, così da incuriosirti fino a spiare nella prossima tela se mai il fenomeno abbia a ripetersi” [6]. È un nuovo contesto relazionale: va spinto sino alle estreme conseguenze. Perché Picenni ha segrete mire.
Il colore è di per sé forma, ora come un cuneo s’infila tra le masse, ora ancora vibrante di braci si accatasta come arsa legna su prati notturni. Picenni di giorno veste la superficie di morbide lane, di notte innesca mine di colore immerso nella nebbia. È un premuroso dinamitardo che fa saltare le campiture per rarefazione dei confini, mentre la superficie evapora nelle vibrazioni di un nuovo spazio timbrico.
È il tempo dello spazialismo picenniano. E nello spazio sterminato già il colore albeggia. Nel 1969 Franco Sborgi accosta Picenni a Fontana[7]. Potrebbe forse aprirsi un’indagine su affiliazioni nascoste, clandestine, inconfessate con le aperture spazialiste, soprattutto veneziane, ma l’arte di Picenni resiste alle analogie, così come oppone tenaci silenzi di fronte ai poteri interroganti dell’interpretazione.
Il suo è uno spazialismo incentrato soprattutto sulla ricerca di una luce segreta, interiore al colore. È un colore-calore il suo, emesso in pulsazioni nebulose che ricordano i magnetismi di Rothko.
Vittorio Fagone, parlando di quest’avventura del colore, ne notava “una fluida ricorsività che ne accentua la sottigliezza incorporea, il dinamismo segreto e acuto”[8]. Fagone metteva a fuoco la tendenza alla dilatazione di un colore sostanziante forme i cui confini entrano in vibrazione con il rinnovato habitat spazializzato del quadro.

Qualche anno più tardi Cesare Vivaldi ne sottolineerà, ancora una volta, le assonanze con una profonda interiorità: “C’è qualcosa di kleeiano in questo modo di proporre una imagerie foltamente allusiva” [9]. I lontani baluginii del colore picenniano non disperderanno la forma, anzi ne saranno il centro di gravitazione e di irradiazione. È in questo momento che il maestro mette a punto una particolare tecnica, dipingendo la tela precedentemente montata su supporti di legno. La rigidità del supporto gli permette di trasfondere nel pennello uno straordinario virtuosismo d’inimitabili vibrazioni. Poco dopo la metà degli anni Settanta avrà così tra le mani un inedito spazio armonico e uno sterminato thesaurus di forme e luminosi colori, fondati su un’infaticabile sperimentazione relazionale.
Poi la ricerca sembra virare, quasi all’improvviso. Il 1976 e il 1977 sono anni di febbrile ricerca sulla linea, accampata su fondi neri. È come se il maestro avesse deciso di rinunciare a tutto un mondo che faticosamente aveva inventato, censurandolo e come ricominciando da capo. Una crisi? O un desiderio di sperimentare un nuovo ambito relazionale, funzionale a tutto il resto? Entrambe le cose. Spesso i salti in avanti della creatività sono frutto di crisi successive, sarà poi il nostro sguardo complessivo che cercherà di rendere lineare il frammentato percorso di un pensiero. Eppure, alla luce di ciò che accadrà dopo, sembra che con la linea Picenni sia all’inizio di una sorta di risistemazione razionale della sua esperienza.
Se alcuni anni prima Marco Valsecchi aveva già intravisto una “…pittura assai addentro ai climi surriscaldati delle ricerche per far coincidere fantasia e razionalità”[10], sarà Sossio Giametta a comprendere appieno il significato di questo momento creativo, parlando di “un alfabeto elementare, la cui semplicità è però da intendere come semplificazione, presupponendo necessariamente la congerie del passato, da cui si è liberato ma su cui sorge”[11]. Il lavoro sulle linee contiene i prodromi di quello straordinario momento “astratto-geometrico”, durato circa dieci anni, ben oltre la metà degli anni Ottanta, nel quale è contenuto il ciclo concluso delle Costruzioni [12], nelle quali Picenni costruisce delle vere e proprie “installazioni” ante litteram, fatte principalmente di legni sagomati e dipinti, che si costituiscono sulla parete e nell’ambiente circostante.

Un’analisi approfondita che dimostri l’intimo legame delle Costruzioni con il resto della ricerca travalica le possibilità di questo breve testo, perché queste opere rappresentano un’apparente linea di fuga nel pensiero creativo di Picenni, un’alterità nella quale prende corpo, in una sedimentazione formale, un immenso immaginario culturale.
In realtà l’artista, nel suo decennio “geometrico”, traduce in un corrispettivo visivo razionale le intensità vitali di una molteplicità di episodi letterari, mitici, artistici, matematici, che sostanziano la strana invenzione dell’esistenza estetica di Fernando Picenni. Forse mai come in questo momento di fuoriuscita dalla quadratura dell’opera tradizionale, quando l’esperienza geometrica su tela non riesce più a contenere il suo vitalismo creativo, Picenni diviene consapevole di come l’universo delle sue forme create sia un modo per sottrarre le cose al potere del sapere e restituirle alle relazioni di un’esistenza estetica.
Picenni allora ricomincia a dipingere su tela. Ogni rigidità geometrica, che ancora affiora nell’immagine nei primi anni Novanta, è progressivamente spenta dal risorgere delle vibrazioni del suo colore-luce, dopo una seconda limitata parentesi di Costruzioni tra il 1995 e il 1998.
Siamo già entrati nell’ultima fase creativa dell’artista e, senza il timore di produrre un cortocircuito, mi sembra che l’arte di Picenni avvenga tutta contemporaneamente nelle opere recenti. Non perché queste rappresentino una sintesi o un compendio di quasi mezzo secolo di ricerca, ma perché il grande organismo della sua arte ha cominciato a funzionare tutto insieme. Quella liricità, ormai consapevole, che già aveva fatto vibrare ogni sua opera si è trasformata in un soffio, in un respiro vitale.
Ora gli innumerabili dettagli, a lungo meditati con colori ad olio, acrilici, vinilici, sperimentati su centinaia di tele, carte, cartoni, tavole, cartoni telati, sono divenuti una storia intera, la storia picenniana, fatta di timori e baldanze, molti timori e molte baldanze.
Da qualche anno è divenuto chiaro come tutto ciò che aveva dipinto non era che un frammento, seppure sublime, di qualcosa che sarebbe nato, che stava per nascere in ogni momento, un qualcosa di leggendario ormai, un qualcosa di mai visto eppure già presente in un’infinità di tracce e frammenti: in un’infinità di fughe che preparavano altre tracce, altri frammenti.

Da qualche anno quel qualcosa appare, come in una sola moltitudine, ora che è calibrata ogni instabilità timbrica, ogni oscura luminosità e ogni dissonante armonia, ogni superficialità profonda e ogni spazialismo trattenuto, ogni geometrica biologia e ogni plastica liricità, ogni ascetica baldanza e ogni premurosa violenza. Allora un segreto clima autobiografico si manifesta, anche se in lontani riflessi che hanno dovuto attraversare un grande spessore culturale, perchè l’arte di Picenni non parla di un’esistenza realmente vissuta, ma di un’esistenza fatta su misura, inventata nell’atto di dipingere.
È un “processo di soggettivazione”, come l’avrebbe chiamato l’ultimo Foucault, un’esistenza estetica fondata su presupposti artistici e non reali. È una linea pericolosa, giocata sul crinale tra la vita e la morte, la morte dell’uomo sociale e la vita dell’uomo estetico, ma Picenni sa bene che la vita dell’uomo estetico può persino produrre un nuovo uomo sociale.
[1] Un discreto numero di opere dei primi anni sessanta avranno proprio questo titolo, secondo diverse varianti.
[2] Emilio Tadini, presentazione in catalogo della mostra al Salone Annunciata, Milano, 1961.
[3] Meeten Nasr, Itinerari picenniani, nel volume Picenni, La poesia si nasconde, Mazzotta, Milano, 2002.
[4] Mario de Micheli, “L’Unità”, 7 aprile 1961.
[5] Mario de Micheli, in Picenni, presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Morone 6, Milano, 1968.
[6] Silvano Falchi, in Picenni, presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Falchi, Milano, 1971.
[7] “…forse si può fare il nome di Fontana – e non stupisca l’accostamento: nella suggestione evocativa che proviene dall’aldilà del taglio, della rottura della tela: l’ipotesi cioè di uno spazio misterioso ma concreto, evocabile”, Franco Sborgi, Fernando Picenni alla Galleria Ammolita, “NAC” n. 11, 1969.
[8] Vittorio Fagone, in Picenni, presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Morone 6, Milano, 1970.
[9] Cesare Vivaldi, Presentazione al catalogo della mostra al Centro Culturale per l’Informazione Visiva, Roma, 1975.
[10] Marco Valsecchi, Gli «stendardi» geometrici di Picenni, testo in occasione della mostra alla Galleria La Galassia, su “Il Giorno”, 15 maggio 1974.
[11] Sossio Giametta, Presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Athena, Meda, 1977.
[12] Le Costruzioni assorbiranno totalmente l’artista tra il 1978 e il 1983, poi ancora tra il 1995 e il 1998.
[1] Un discreto numero di opere dei primi anni sessanta avranno proprio questo titolo, secondo diverse varianti.
[2] Emilio Tadini, presentazione in catalogo della mostra al Salone Annunciata, Milano, 1961.
[3] Meeten Nasr, Itinerari picenniani, nel volume Picenni, La poesia si nasconde, Mazzotta, Milano, 2002.
[4] Mario de Micheli, “L’Unità”, 7 aprile 1961.
[5] Mario de Micheli, in Picenni, presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Morone 6, Milano, 1968.
[6] Silvano Falchi, in Picenni, presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Falchi, Milano, 1971.
[7] “…forse si può fare il nome di Fontana – e non stupisca l’accostamento: nella suggestione evocativa che proviene dall’aldilà del taglio, della rottura della tela: l’ipotesi cioè di uno spazio misterioso ma concreto, evocabile”, Franco Sborgi, Fernando Picenni alla Galleria Ammolita, “NAC” n. 11, 1969.
[8] Vittorio Fagone, in Picenni, presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Morone 6, Milano, 1970.
[9] Cesare Vivaldi, Presentazione al catalogo della mostra al Centro Culturale per l’Informazione Visiva, Roma, 1975.
[10] Marco Valsecchi, Gli «stendardi» geometrici di Picenni, testo in occasione della mostra alla Galleria La Galassia, su “Il Giorno”, 15 maggio 1974.
[11] Sossio Giametta, Presentazione al catalogo della mostra alla Galleria Athena, Meda, 1977.
[12] Le Costruzioni assorbiranno totalmente l’artista tra il 1978 e il 1983, poi ancora tra il 1995 e il 1998.

Il sopravvento della poesia
Leonardo Conti
testo in volume della mostra
Riccardo Licata. Il bianco e l'oro del mediterraneo
Atene 2006-2007
a cura di L. Conti e G. Granzotto
Il Cigno GG Edizioni 2006
Leggi il testo...
Un nuovo mondo nello sguardo di Licata
Leonardo Conti
Una mostra antologica di un artista come Riccardo Licata, può porre lo sguardo critico in una condizione di disorientamento, dovuto all’incapacità di decidersi se affrontare tutto dall’inizio, in uno sforzo d’individuazione analitica di alcuni processi evolutivi della sua poetica, oppure, se fermarsi sull’ultimo tratto di strada, quello che giunge alla frontiera dell’oggi, per cercare d’introdursi nei percorsi recenti, diretti fin qui accanto a noi. È pure vero che uno sguardo antologico interrompe le distanze temporali, proiettando le opere nel nostro adesso, ancora prima che noi possiamo tentare di muoverci a ritroso. Ricapitolare dunque? Connettere? Classificare? O lasciarsi trasportare dallo sguardo?
In un simile disorientamento è forse legittimo perdersi un po’, zigzagare, confondere le date, prendere strade secondarie, dissestate forse, forse cieche, interrotte dal prossimo prato, dalla prossima foresta inesplorata: è la nostra condanna e il nostro premio, il non essere risolutori ma avventurieri. Del resto non si possono scrivere le immagini, che senso avrebbe: immagini e parole hanno nature diverse. È possibile però identificare alcune linee guida per non confondersi troppo, è possibile anche, aiutati dallo sguardo, delineare delle somiglianze, delle affinità, che aiutino ad orientarsi tra le opere.
Credo sia sempre estremamente stimolante guardare i dipinti più vicini a noi, quelli che nascono mentre anche noi prendiamo le nostre decisioni quotidiane, mentre il costante realizzarsi del mondo parla attraverso le nostre parole, i nostri gesti, le nostre immagini. Se è vero, come credo vero, che le opere d’arte non celino dietro sé significati nascosti, ma esse stesse siano il concretizzarsi del senso del mondo o almeno di una parte di quel senso, allora, guardandole con attenzione, possiamo forse incamminarci in domini di conoscenza che, apparentemente lontani da noi, in verità ci mostrano una parte del nostro stesso essere. Avvicinandole a noi in un altro modo, è c’è sempre un altro modo, le opere d’arte svelano immancabilmente un imprevedibile mondo, il nostro.
Le opere recenti di Riccardo Licata sono indissolubilmente legate all’intera sua storia creativa, anche lontana, ed è molto difficile tracciare linee di demarcazione nette tra i diversi cicli pittorici che sono venuti svolgendosi nell’ultimo mezzo secolo. Eppure Licata è tra quegli artisti che, pur rimanendo sempre inconfondibili nello stile, hanno saputo arricchire ed approfondire costantemente la propria ricerca. La mancanza ci cesure nette tra i suoi diversi periodi non ci impedisce, infatti, di riconoscere il largo gesto che invade lo spazio nei primi anni Cinquanta, verso il primo concretizzarsi del segno-scrittura, poi il gigantismo fitomorfico-surrealista degli anni Sessanta, le scansioni ritmico-musicali delle campiture segniche dei Settanta e la progressiva e lapidaria stabilizzazione dei licatiani semiogrammi degli ultimi vent’anni, raffinati, approfonditi e contaminati dalle sperimentazioni extra-pittoriche, che il maestro è venuto maturando: l’incisore, lo scultore, il mosaicista e ancora le esperienze con il vetro, hanno costantemente inoltrato la consapevolezza creativa di Licata nel bosco meraviglioso dell’arte, nel quale soltanto i grandi artisti riescono a tracciare sentieri. Eppure, nel vasto lasso temporale, qualcosa è rimasto immutato, non immobile, non statico: è la profondità di un atteggiamento conoscitivo e propositivo insieme; è l’infaticabile propensione alla compresenza e alla comprensione, di ciò che la sensibilità viene stratificando nella consapevolezza creativa dell’artista.
Nonostante le sommarie identificazioni decennali e le classificazioni macroscopiche, nell’arte di Licata sono estremamente più ampi i periodi della trasformazione, del divenire, ed è dunque quasi una forzatura il fermarsi per raccogliere un gruppo di opere e sistemarle in un insieme coerente. Le opere più frequenti sono quelle che vivono al di qua e al di là dei loro confini contingenti. Le opere più frequenti sono quelle in cui c’è un’idea che sopraggiunge e un tempo ritrovato, un breve pertugio forse, che conduce ancora per altri sentieri. È come se lo stesso infaticabile Licata non avesse mai avuto il tempo di fermarsi, di ripetere in un attimo di sedimentazione, ciò che per un istante poteva rappresentare una stabile appartenenza. È una serena e infaticabile ricerca che metabolizza alacremente le sollecitazioni circostanti, direttamente nella pittura e nei gesti musicali che muovono la mano. L’arte di Licata è un ricevere per donare, è un raccogliere per distribuire, è un comprendere (cum-prehendere), per ritrovare finalmente il con- (cum-).
Per questo nella penuria di parole e di pensiero che abbiamo per realizzare il senso del mondo, Licata ha progressivamente consolidato un’illeggibile scrittura, un’aura tersa, una mediterranea spazialità, senza posa e senza sforzo come in un alto volo. Per questo la sua pittura è fatta di segni in cui respirano insieme culture lontane, è fatta di luce e vento mattutino sulle rotte di antichi navigatori, è fatta anche di brune terre pietrose, da dissodare. Guardandolo da qui, dalla vasta terrazza dell’oggi, i colori sono nitidi, floridi e la scrittura molteplice che vi accade in variazioni, è come costantemente illuminata da luci viste per la prima volta, da altrove. È il peregrinare, è il viaggiare, è l’aprirsi dell’artista e dell’uomo alla possibilità dall’altro da sé e, simultaneamente, è il ritrovamento di una dimensione plurale dell’esserci. È forse questo il significato della ricerca senza fine. Arte non è ricerca di soddisfazione e sazietà, obiettivo ed entropia, essa è costante ramificazione di energie vitali: nell’aldilà delle cadute, delle perdite, degli orrori, essa è la prova che è ancora possibile ricominciare. Dovremo incamminarci ormai in un nuovo mondo nel quale non ci siano più separazioni tra arte e politica, un mondo nel quale ogni opera sia un ascoltare e un accogliere, sia un dare, sia un gesto di umana comprensione.
È da un simile gesto che ha preso corpo questa molteplice scrittura di Licata, questa scrittura del divenire, questa istantanea dell’uomo che invecchia senza cambiare lo sguardo dell’infanzia. Forse è per questo che, per chi ha la fortuna di conoscerlo, Licata ha ancora l’entusiasmo del fanciullo, con lo sguardo dritto in faccia alla realtà, che fa domande, dice le cose come stanno, senza la grigia retorica professionale che tutto sfuoca sotto la sua spessa lente e impolverata (eppure quanti professori nei vasti domini delle Muse!).
È l’immediatezza lo strumento di Licata per sintonizzarsi con le cose, per armonizzarsi con la loro musicalità: da sempre, del resto, ha amato ed ama la musica, soprattutto quella senza parole, quella che con qualche fantasia puoi seguire con il gesto della mano, movendo anche un po’ la testa e sussurrando qualcosa tra le labbra, magari tenendo la mano di Maria, sua sposa. Per Licata dipingere è sempre stato come comporre musica, una sua musica per immagini: egli muove la mano e legge lo spartito delle cose, quelle che vede, che non può non vedere; mentre dirige la sua musica essa s’imprime nel segno, nel colore, nella luce, nelle cose del mondo, e quelle cose in cambio gli donano la loro immarcescibile presenza. I doni sempre cominciano a giungere presto. I doni si fanno allo sguardo incantato dei fanciulli: è nei doni che anche noi restiamo attaccati a quello sguardo, a quel sublime incantesimo in cui, con le cose, siamo un unico mondo. Ci vuole innocenza, ci vuole musica, ci vuole poesia, ci vuole arte, perché le cose vengano incontro, perché lascino in dono la loro presenza, il loro sguardo nello sguardo di Licata mentre fa del suo sguardo lo sguardo della sua pittura.
Tutti i personaggi dell’arte di Licata (personaggi senza nome anche se accettano quelli che vogliamo dare loro) sono le molteplici espressioni di quello sguardo. Il magico quadrato diviene scena, diviene quadrato teatrale, in cui si recita l’intersecarsi delle vite dei personaggi, senza un protagonista, senza comparse, come se tutti continuassero la loro recita anche al di là dell’opera, nella fantasia della pittura. È questo l’incanto che perdura in noi, di fronte all’opera di Licata? Forse quei segni sono un unico segno, sono un unico personaggio che non sa decidersi ad essere unico e ricompone infaticabilmente la sua pluralità nella nuova unicità composita delle sue possibili costellazioni. Possiamo allora tentare di nominarli tutti quei segni, nella nostra furiosa tassonomia, ma loro continueranno a sfuggirci per portamento, per atmosfera, per metamorfosi, per copulazione, per travestimento persino. Il più celebrato e più sfuggente di tutti “Albero”, “Totem”, “Nota Musicale”, “Quattro Quarti”, “Algiz”, pare di sentirlo sogghignare di fronte ai nostri patetici tentativi di afferrarlo. E Licata? Licata sembra essere l’unico con cui abbia voglia di parlare, di confidare i suoi progetti famigliari, le sue aspirazioni, le sue paure, le sue battaglie, i suoi vizi e gli atti di eroismo, la sua voglia di capire e di confrontarsi, di trasformarsi in qualcosa di ancora un po’ diverso, non tutto in una volta ma a poco a poco, per imparare a vivere altrove, qui con noi, in questo mondo qua.
Leonardo Conti
Una mostra antologica di un artista come Riccardo Licata, può porre lo sguardo critico in una condizione di disorientamento, dovuto all’incapacità di decidersi se affrontare tutto dall’inizio, in uno sforzo d’individuazione analitica di alcuni processi evolutivi della sua poetica, oppure, se fermarsi sull’ultimo tratto di strada, quello che giunge alla frontiera dell’oggi, per cercare d’introdursi nei percorsi recenti, diretti fin qui accanto a noi. È pure vero che uno sguardo antologico interrompe le distanze temporali, proiettando le opere nel nostro adesso, ancora prima che noi possiamo tentare di muoverci a ritroso. Ricapitolare dunque? Connettere? Classificare? O lasciarsi trasportare dallo sguardo?
In un simile disorientamento è forse legittimo perdersi un po’, zigzagare, confondere le date, prendere strade secondarie, dissestate forse, forse cieche, interrotte dal prossimo prato, dalla prossima foresta inesplorata: è la nostra condanna e il nostro premio, il non essere risolutori ma avventurieri. Del resto non si possono scrivere le immagini, che senso avrebbe: immagini e parole hanno nature diverse. È possibile però identificare alcune linee guida per non confondersi troppo, è possibile anche, aiutati dallo sguardo, delineare delle somiglianze, delle affinità, che aiutino ad orientarsi tra le opere.
Credo sia sempre estremamente stimolante guardare i dipinti più vicini a noi, quelli che nascono mentre anche noi prendiamo le nostre decisioni quotidiane, mentre il costante realizzarsi del mondo parla attraverso le nostre parole, i nostri gesti, le nostre immagini. Se è vero, come credo vero, che le opere d’arte non celino dietro sé significati nascosti, ma esse stesse siano il concretizzarsi del senso del mondo o almeno di una parte di quel senso, allora, guardandole con attenzione, possiamo forse incamminarci in domini di conoscenza che, apparentemente lontani da noi, in verità ci mostrano una parte del nostro stesso essere. Avvicinandole a noi in un altro modo, è c’è sempre un altro modo, le opere d’arte svelano immancabilmente un imprevedibile mondo, il nostro.
Le opere recenti di Riccardo Licata sono indissolubilmente legate all’intera sua storia creativa, anche lontana, ed è molto difficile tracciare linee di demarcazione nette tra i diversi cicli pittorici che sono venuti svolgendosi nell’ultimo mezzo secolo. Eppure Licata è tra quegli artisti che, pur rimanendo sempre inconfondibili nello stile, hanno saputo arricchire ed approfondire costantemente la propria ricerca. La mancanza ci cesure nette tra i suoi diversi periodi non ci impedisce, infatti, di riconoscere il largo gesto che invade lo spazio nei primi anni Cinquanta, verso il primo concretizzarsi del segno-scrittura, poi il gigantismo fitomorfico-surrealista degli anni Sessanta, le scansioni ritmico-musicali delle campiture segniche dei Settanta e la progressiva e lapidaria stabilizzazione dei licatiani semiogrammi degli ultimi vent’anni, raffinati, approfonditi e contaminati dalle sperimentazioni extra-pittoriche, che il maestro è venuto maturando: l’incisore, lo scultore, il mosaicista e ancora le esperienze con il vetro, hanno costantemente inoltrato la consapevolezza creativa di Licata nel bosco meraviglioso dell’arte, nel quale soltanto i grandi artisti riescono a tracciare sentieri. Eppure, nel vasto lasso temporale, qualcosa è rimasto immutato, non immobile, non statico: è la profondità di un atteggiamento conoscitivo e propositivo insieme; è l’infaticabile propensione alla compresenza e alla comprensione, di ciò che la sensibilità viene stratificando nella consapevolezza creativa dell’artista.
Nonostante le sommarie identificazioni decennali e le classificazioni macroscopiche, nell’arte di Licata sono estremamente più ampi i periodi della trasformazione, del divenire, ed è dunque quasi una forzatura il fermarsi per raccogliere un gruppo di opere e sistemarle in un insieme coerente. Le opere più frequenti sono quelle che vivono al di qua e al di là dei loro confini contingenti. Le opere più frequenti sono quelle in cui c’è un’idea che sopraggiunge e un tempo ritrovato, un breve pertugio forse, che conduce ancora per altri sentieri. È come se lo stesso infaticabile Licata non avesse mai avuto il tempo di fermarsi, di ripetere in un attimo di sedimentazione, ciò che per un istante poteva rappresentare una stabile appartenenza. È una serena e infaticabile ricerca che metabolizza alacremente le sollecitazioni circostanti, direttamente nella pittura e nei gesti musicali che muovono la mano. L’arte di Licata è un ricevere per donare, è un raccogliere per distribuire, è un comprendere (cum-prehendere), per ritrovare finalmente il con- (cum-).
Per questo nella penuria di parole e di pensiero che abbiamo per realizzare il senso del mondo, Licata ha progressivamente consolidato un’illeggibile scrittura, un’aura tersa, una mediterranea spazialità, senza posa e senza sforzo come in un alto volo. Per questo la sua pittura è fatta di segni in cui respirano insieme culture lontane, è fatta di luce e vento mattutino sulle rotte di antichi navigatori, è fatta anche di brune terre pietrose, da dissodare. Guardandolo da qui, dalla vasta terrazza dell’oggi, i colori sono nitidi, floridi e la scrittura molteplice che vi accade in variazioni, è come costantemente illuminata da luci viste per la prima volta, da altrove. È il peregrinare, è il viaggiare, è l’aprirsi dell’artista e dell’uomo alla possibilità dall’altro da sé e, simultaneamente, è il ritrovamento di una dimensione plurale dell’esserci. È forse questo il significato della ricerca senza fine. Arte non è ricerca di soddisfazione e sazietà, obiettivo ed entropia, essa è costante ramificazione di energie vitali: nell’aldilà delle cadute, delle perdite, degli orrori, essa è la prova che è ancora possibile ricominciare. Dovremo incamminarci ormai in un nuovo mondo nel quale non ci siano più separazioni tra arte e politica, un mondo nel quale ogni opera sia un ascoltare e un accogliere, sia un dare, sia un gesto di umana comprensione.
È da un simile gesto che ha preso corpo questa molteplice scrittura di Licata, questa scrittura del divenire, questa istantanea dell’uomo che invecchia senza cambiare lo sguardo dell’infanzia. Forse è per questo che, per chi ha la fortuna di conoscerlo, Licata ha ancora l’entusiasmo del fanciullo, con lo sguardo dritto in faccia alla realtà, che fa domande, dice le cose come stanno, senza la grigia retorica professionale che tutto sfuoca sotto la sua spessa lente e impolverata (eppure quanti professori nei vasti domini delle Muse!).
È l’immediatezza lo strumento di Licata per sintonizzarsi con le cose, per armonizzarsi con la loro musicalità: da sempre, del resto, ha amato ed ama la musica, soprattutto quella senza parole, quella che con qualche fantasia puoi seguire con il gesto della mano, movendo anche un po’ la testa e sussurrando qualcosa tra le labbra, magari tenendo la mano di Maria, sua sposa. Per Licata dipingere è sempre stato come comporre musica, una sua musica per immagini: egli muove la mano e legge lo spartito delle cose, quelle che vede, che non può non vedere; mentre dirige la sua musica essa s’imprime nel segno, nel colore, nella luce, nelle cose del mondo, e quelle cose in cambio gli donano la loro immarcescibile presenza. I doni sempre cominciano a giungere presto. I doni si fanno allo sguardo incantato dei fanciulli: è nei doni che anche noi restiamo attaccati a quello sguardo, a quel sublime incantesimo in cui, con le cose, siamo un unico mondo. Ci vuole innocenza, ci vuole musica, ci vuole poesia, ci vuole arte, perché le cose vengano incontro, perché lascino in dono la loro presenza, il loro sguardo nello sguardo di Licata mentre fa del suo sguardo lo sguardo della sua pittura.
Tutti i personaggi dell’arte di Licata (personaggi senza nome anche se accettano quelli che vogliamo dare loro) sono le molteplici espressioni di quello sguardo. Il magico quadrato diviene scena, diviene quadrato teatrale, in cui si recita l’intersecarsi delle vite dei personaggi, senza un protagonista, senza comparse, come se tutti continuassero la loro recita anche al di là dell’opera, nella fantasia della pittura. È questo l’incanto che perdura in noi, di fronte all’opera di Licata? Forse quei segni sono un unico segno, sono un unico personaggio che non sa decidersi ad essere unico e ricompone infaticabilmente la sua pluralità nella nuova unicità composita delle sue possibili costellazioni. Possiamo allora tentare di nominarli tutti quei segni, nella nostra furiosa tassonomia, ma loro continueranno a sfuggirci per portamento, per atmosfera, per metamorfosi, per copulazione, per travestimento persino. Il più celebrato e più sfuggente di tutti “Albero”, “Totem”, “Nota Musicale”, “Quattro Quarti”, “Algiz”, pare di sentirlo sogghignare di fronte ai nostri patetici tentativi di afferrarlo. E Licata? Licata sembra essere l’unico con cui abbia voglia di parlare, di confidare i suoi progetti famigliari, le sue aspirazioni, le sue paure, le sue battaglie, i suoi vizi e gli atti di eroismo, la sua voglia di capire e di confrontarsi, di trasformarsi in qualcosa di ancora un po’ diverso, non tutto in una volta ma a poco a poco, per imparare a vivere altrove, qui con noi, in questo mondo qua.

Lucio Fontana e l'altrove dello Spazialismo
Leonardo Conti
testo nel volume della mostra
Da Venezia alla Venezia Giulia. Gli anni dello spazialismo
veneziano e della ricerca friulana e giuliana
a cura di G. Granzotto, D. Marangon
Matteo Editore 2005
Leggi il testo...
Fontana e l’altrove dello Spazialismo
Leonardo Conti
Otre ad una necessaria ricognizione storica che ripercorra e costantemente ripensi al fondamentale ruolo creativo e teorico di Lucio Fontana e dello Spazialismo nell’arte del secondo dopoguerra, può forse essere utile, in sede critica, tentare di proporre alcuni contenuti che, dopo lo Spazialismo “storico”, si sono protratti ben di là dei suoi confini temporali, rappresentandone l’attualità. Le poetiche che Fontana e gli Spazialisti hanno elaborato, pur nelle profonde diversità ed anche contraddizioni, nel decennio che va dal 1947 al 1958, data quest’ultima dell’VIII ed ultimo Manifesto, hanno arricchito il pensiero di coloro che sono venuti dopo: è infatti indubitabile il ruolo essenziale che lo Spazialismo ha avuto nello sviluppo delle divergenti direzioni dell’arte contemporanea.
Se, com’è stato spesso rilevato, l’unico artista spaziale tout court è stato Lucio Fontana, tuttavia coloro che ne hanno condiviso anche solo temporaneamente gli intenti, non hanno rappresentato in nessun modo una epigonato o una “maniera”, bensì un contributo autonomo e costante, un approfondimento ed un allargamento delle tematiche, avviando il superamento artistico e filosofico degli assunti stessi espressi nei manifesti. Pur facendo parte dell’Informale europeo, la straordinaria stagione dello Spazialismo ne ha costituito una via d’uscita, per le caratteristiche di dinamica apertura al rinnovamento, insite nella sua stessa natura. I modi di questa apertura dinamica si sono realizzati in uno spettro vastissimo di mezzi teorici e tecnici. Prova ne è la varietà ed eterogeneità delle opere spazialiste, assai difficilmente riconducibili a criteri interpretativi univoci: è nell’ambito di una creatività integrale che possono coesistere la pittura in senso stretto e quelle vie extrapittoriche sin dall’inizio seguite da Fontana, anche in senso ambientale e nell’utilizzo di mezzi anomali come la “luce nera” (di Wood) e il neon e collaborando assiduamente con architetti.
Oggi, con mezzo secolo di distanza, ed una mitologia fontaniana ormai universalmente diffusa, anche da un punto di vista commerciale, all’appassionato d’arte, dallo studioso al neofita, si pone l’ampio fenomeno dello Spazialismo, sia come momento storico circoscritto, sia come emanazione d’idee e suggestioni ancora vitali. Anche nella sua esistenza storica, del resto, scandita dagli otto manifesti, lo Spazialismo stesso ha mantenuto i suoi contorni teorici e creativi assai sfumati e spesso contraddittori, si può anzi affermare che la struttura stessa del movimento è una struttura aperta dall’inizio alla fine, nell’identificazione di un ampio clima culturale, più che di un programmatico e definito indirizzo. Come scrisse Anton Giulio Ambrosini nel 1953: “Lo Spazialismo […] porta nel suo stesso nome un’enorme garanzia di libertà, pieno com’è di molteplici significati e questi stessi si moltiplicano e rinnovano di giorno in giorno nell’opera e nel pensiero di molti Spaziali. Per lo Spazialismo ogni contenuto è possibile, purché lo si riviva nella lirica consapevolezza del nuovo Pensiero che è la nostra vita contemporanea”[1]. Nel vasto dibattito culturale italiano di quegli anni, teso alla revisione delle ormai logore categorie del neoidealismo crociano, sotto la spinta delle nuove correnti filosofiche europee, alcune incoerenze, ingenuità ed arretratezze, che, con il nostro sguardo prospettico, possono riscontrarsi nei diversi e spesso anche contraddittori contenuti dei manifesti, non devono essere considerate come cadute o debolezze concettuali in grado d’inficiare la consistenza del movimento, anzi dimostrano come il vivo confrontarsi dei sempre più numerosi “spaziali”, fosse indirizzato proprio all’allargamento di quel clima di rinnovamento culturale. Già nel 1956 Giampiero Giani scriveva: “Ogni volta che un artista decideva di avvicinarsi alle idee degli spaziali era accolto con entusiasmo e valeva soprattutto un rapporto di stima e fiducia. […] Perché non si seguì un criterio di scelta? Non si poteva scegliere tra opere che non si sapeva cosa fossero. E ce le giustificavamo guardandoci negli occhi, balbettando qualche parola che, sul momento, appariva una felice traduzione verbale carica almeno di un’apparenza logica. Anzi, furono proprio gli artisti in una continua evoluzione di idee a convincerci che non era necessario tentare una giustificazione teorica”[2]. In proposito Enrico Crispolti ha lucidamente precisato: “[…] un atteggiamento sostanzialmente fideistico presiedeva l’inclusione nell’avventura “spaziale”, che si fondava sulla più larga libertà immaginativa, non prefigurandosi la definizione di formulari linguistici, ma procedendo nella diversità, appunto secondo le occasioni individuali, individualmente motivate, di risposta all’idea dell’attualismo spaziale”[3]. Per la natura stessa delle progressive aggregazioni spazialiste, sarebbe dunque errato attendersi dai manifesti una trattazione sistematica e unitaria, da un punto di vista teorico, dei molteplici temi in campo. La spinta libertaria spazialista, della quale i Futuristi sono gli “assoluti precursori” e che in Fontana si colora di entusiastico avvenirismo, doveva prodursi senza limitazioni, nella foga di non dimenticare nulla delle suggestioni provenienti dalla contemporaneità e, soprattutto, dalla scienza, identificata spesso con i mezzi che la tecnica veniva elaborando: si pensi alla “radio, la televisione, la luce nera, il radar”, centrali negli intenti degli artisti spaziali. Ciò che interessa sottolineare in queste brevi righe è come l’apertura incondizionata del movimento, nei confronti di ogni proposta, giungesse a delinearne una caratteristica di fondo, consistente nel “gesto” della fuoriuscita dai propri domini, dalle proprie appartenenze, persino dalla propria identità individuale, nella scoperta dell’altro da sé. È così che lo Spazialismo “milanese” di Fontana ha potuto divenire “veneziano”, grazie anche alle capacità “manageriali” di Carlo Cardazzo, in una imprevedibile coesistenza con le ricerche assolutamente autonome e nate altrove dei De Luigi, Guidi e gli altri [4]. È così che, animato dall’élan fontaniano, si realizza lo strano ossimoro spazialista della centralità diffusa o disseminata. Usando i concetti recenti ed originali nella filosofia contemporanea di Deleuze e Guattari, si potrebbe parlare di una sorta di “pensiero nomade” e di capacità di “deterritorializzazione” del pensiero spazialista. Leggendo i manifesti, del resto, lo stesso concetto di “spazio”, non è centrale da un punto di vista programmatico, ma si mescola a più riprese con altri, tra cui “evoluzione”, “materia”, “gesto”, “eterno”, “tecnica moderna” e “mezzi nuovi”, “spirito”, “luce”, “libertà”, “spettatore”, “essenza”, “forma”, “tempo”, “movimento”, “subcosciente”, “colore” e “suono”. Lo “spazio” esiste nell’idea di Fontana e degli Spazialisti come condizione libera di vivere il mondo contemporaneo e dunque di aprirsi alle proposte ed alle idee che la vita viene manifestando, in ogni sua forma anche contraddittoria. Spazio è perciò un termine trasversale e sincretico seppur in fieri, aperto sull’aldilà delle proprie appartenenze e persino della propria identità. È significativa in questo senso la frase di Umberto Boccioni meditata e discussa lungamente dagli Spazialismo nel 1947, come ha raccontato Milena Milani: : “[…] In circa un mese, dall’aprile al maggio 1947, ognuno di noi ebbe la possibilità di esprimere il suo punto di vista, soprattutto su certe parole di Umberto Boccioni, dalle quali lo Spazialismo iniziava il suo cammino. Esse riguardavano una sorta di fiaccola olimpionica da trasmettere a coloro che sarebbero venuti dopo. Boccioni scrisse: “Altri verranno, forse migliori di noi, forse più coraggiosi e scopriranno altri mondi dove il nostro genio non ha potuto giungere; ben vengano, noi ce ne andremo con la gioia di aver indicato la strada e creati i mezzi per procedervi””[5]. Credo che questa citazione della Milani sia centrale per la comprensione dello spirito spazialista, perché ne segna l’apertura verso il passato e ne costituisce il senso di continuità, nel desiderio di emulazione di Fontana e gli altri del pensiero di Boccioni, nell’ambito di un’incrollabile fede nell’evoluzione dell’arte. In questa direzione di apertura a monte della nascita del movimento vero e proprio, mi sembra affascinante considerare come, sin dall’inizio, anche da un punto di vista documentale, il movimento spaziale giunga da altrove: il Manifesto Blanco del 1946, infatti, anticipatore dei temi dello Spazialismo, è redatto e firmato a Buenos Aires non da Fontana, ma da un gruppo di giovani, ispirati dalle sue idee e che poi non avranno più alcun ruolo nello svolgersi nel movimento in Italia. Esiste cioè, da un punto di vista storico, un antecedente, ma più propriamente un esordio vero e proprio, in qualche modo anomalo. Questa anomalia fu senz’altro percepita da Fontana stesso e dal primo manipolo di “spaziali”, se ancora nella “Proposta di un regolamento” del 2 aprile 1950, nella premessa si legge: “Nel 1946 Lucio Fontana, residente a Buenos Ayres, fonda il Movimento Spaziale, firmando con un gruppo di suoi allievi il primo manifesto detto Manifesto Blanco, in lingua spagnola […]”, e più avanti nel significativo primo punto: “Si riconosce Lucio Fontana iniziatore e fondatore del Movimento Spaziale nel mondo”. È evidente come in questo testo vi sia almeno un falso, perché in realtà Fontana non firmò affatto quel manifesto. Inoltre è molto interessante una precisazione sull’uso del termine “allievi” fatta da Jorge Roccamonte, uno dei firmatari, quando, in una conversazione con Enrico Crispolti, ha specificato: “[…] non nel senso tradizionale del termine, giacché Lucio non credo sia mai stato portato a far lezione […] ma allievi nel senso che era lui il promotore, il provocatore, la molla che faceva nascere reazioni a catena da parte di noi giovanissimi, divenuti seguaci e sostenitori”.[6] Nonostante l’indubitabile e, del resto, mai messa in dubbio paternità di Lucio Fontana, la genesi dello Spazialismo si colora di questa, quasi letteraria, anomalia, tanto più interessante e tanto più anomalia proprio per le precisazioni appena citate. È come se gli “spaziali”, a circa due anni di distanza dalla stesura dei primi due manifesti (rispettivamente della fine del 1947 o inizio del 1948 il primo, e del 18 marzo 1948 il secondo), avessero sentito il bisogno di mettere le carte a posto una volta per tutte, una volta compresa e condivisa l’effettiva portata delle idee del maestro.
Fontana, anche nelle parole di Roccamonte, appare come l’elemento dinamico e trascinatore, catalizzatore non solo delle proprie, ma anche delle idee di coloro che lo hanno circondato e che spesso, forse meglio di lui, hanno tentato di sistemarle a parole. In questo senso si può dire che le origini dello Spazialismo giungono da “altrove”: quel altrove è il dinamismo di Fontana, talmente prorompente da anticipare negli altri la sua stessa firma. Del resto le sue idee venivano da lontano, ed il Manifesto Blanco di Buenos Aires del 1946, prima del suo rientro in Italia l’anno seguente, non è che la prima formulazione ufficiale di una consapevolezza che l’artista veniva maturando da circa un ventennio. Gli assunti teorici di Buenos Aires rappresentano dunque un primo approdo e un trampolino di lancio per il dinamismo vitalistico di Fontana, destinato a protrarsi ben al di là dell’iniziale consapevolezza. Come ha indicato Enrico Crispolti: “Fontana non si oppone alla vita moderna esaltata in tutti i suoi aspetti di conquista meccanicistica (ch’egli considera come aperture d’ulteriori possibilità creative); ne accetta il ritmo, essenzialmente artificioso, e ne crea l’immagine a livello intimamente mitopoietico. Perciò la sua concezione esistenziale è sempre ordinata ad una finalità, e si proietta in un’ipotesi di futuro, anziché esaurirsi in una constatazione circostanziata, ma non orientata, di un presente”[7].
Queste caratteristiche di Fontana e di quello che sarà il movimento che da lui ha preso avvio, ci pongono di fronte ad uno scenario artistico vastissimo ed estremamente differenziato per la straordinaria varietà ed autonomia delle poetiche di coloro che vi hanno aderito. Nonostante, per questi motivi, non sia possibile rintracciare un denominatore comune per leggere le opere degli Spaziali, e nonostante Fontana sia stato l’unico artista spaziale in senso stretto, l’unico “effettivamente capace di porre una questione “spazio” oltre i limiti tradizionali del “quadro””[8], tuttavia è proprio questo senso diffuso di scavalcamento del limite, inteso, in senso ampio, come conquista di uno spazio mentale ancora prima che reale, la dinamica profonda che ha alimentato l’epoca spaziale, consentendole di giungere ben al di là dei suoi confini di contingenza storica, nella realizzazione del sogno boccioniano, di essere riusciti ad indicare una “strada”[9].
Così come l’“anomalia” del Manifesto Blanco, sin dall’inizio, ci aveva indicato un’apertura orientata verso il passato, nello stesso modo lo Spazialismo si chiude con un nuovo inizio che è un’apertura orientata verso il futuro. Ciò che diviene tangibile nelle opere degli artisti spazialisti, nell’utilizzo dei mezzi e concetti più diversi, è proprio questa capacità di trascendere e di trascendersi, in una continua apertura dei propri domini di ricerca artistica ed esistenziale[10]. Lo stesso Lucio Fontana non è più Fontana nelle opere degli altri Spaziali che lo hanno seguito e sostenuto. È progressivamente divenuto qualcos’altro, ciò che non avrebbe potuto sospettare ma che si augurava. Gli altri sono stati lo “spazio” in cui Fontana ha potuto esistere, lo spazio dell’altro, lo spazio in cui s’impara ad essere “noi” prima di “io”: in questo risiede, a nostro avviso, l’attualità ancora operante dello Spazialismo. Per questo, a più di mezzo secolo di distanza dalle prime formulazioni di Lucio Fontana, lo Spazialismo occupa nell’immaginario artistico contemporaneo un ruolo preminente, sia per la vastità delle implicazioni teoriche, che per la quantità di fondamentali personalità che in tempi e modi diversi vi hanno aderito. Se ci spingiamo oltre il 1958, data dell’ultimo manifesto, ciò che il frastagliato movimento ha prodotto come opere ed ha posto come premesse concettuali ha avuto una straordinaria fioritura, rimanendo fondante per molteplici acquisizioni del pensiero artistico contemporaneo. In altre parole, l’esprit spazialista ed in primis la personalità e le opere di Lucio Fontana hanno permeato la cultura artistica dei decenni a seguire, rappresentando una vera e propria rivoluzione concettuale capace di trasformare l’arte in qualcosa di diverso.
[1] A. G. Ambrosini, Lo spazialismo e la pittura italiano del XX secolo, stampato in occasione della mostra alle Sale del Ridotto della Fenice, Venezia, 1953, con opere esposte di Bacci, Capogrossi, Crippa, Deluigi, De Toffoli, Dova, Donati, Fontana, Guidi, Matta, Moranti, Peverelli, Serpan, Tancredi, Vinicio [Vianello].
[2] Da Spazialismo: origini e sviluppo di una tendenza artistica, Edizioni della Conchiglia, Milano, 1956.
[3] E. Crispolti, Fontana, lo Spazialismo a Milano, e il contesto informale, in Fontana e lo Spazialismo, volume della mostra a Villa Malpensata, Lugano, 19 settembre – 19 novembre 1987, con testi di E. Crispolti, W. Schonemberger, M. Dilani, E. Bellati, T. Toniato, G. Anzani e D. Marangon, p. 32.
[4] T. Toniato, tra gli altri, ha spesso insistito sul dato incontrovertibile dell’assoluta autonomia delle ricerche veneziane: “[…] attorno alle problematiche dello spazio il contributo degli aderenti veneziani è stato del tutto originale e autonomo”, in Spaziali veneziani, in Fontana e lo Spazialismo, op. Cit., p. 53; e ancora: “[…] La particolare concezione dello spazialismo veneziano si fonda dunque su una visione del tutto differente da quella propugnata dal padre di questa tendenza […]”, in Venezia e lo Spazialismo, in Spazialismo. Arte astratta. Venezia 1950-1960, volume della mostra alla Basilica Palladiana, Vicenza, 12 ottobre 1996 – 19 gennaio 1997, con testi di L. M. Barbero, E. Crispolti, T. Toniato, C. De Luigi Bianchi, S. Mascheroni, C. Scatturin, E. Di Martino, E. Bellati, P. Rylands, C. Bertola, R. Barovier Mantasti, p. 29.
[5] M.Milani, La parola magica Spazialismo, in Fontana e lo Spazialismo, op. Cit., p. 63.
[6] Da J. Roccamonte, Quattro acqueforti, con una nota di Valerio Volpini, e una conversazione di Enrico Crispolti, Ca’ Spinello, Urbino, 1977, pp. 12-13; citato anche nel fondamentale saggio di E. Crispolti, Fontana, lo Spazialismo a Milano, e il contesto informale, in Fontana e lo Spazialismo, op. Cit., p. 20.
[7] Ibidem, p. 21.
[8] Ibidem p. 43. E’interessante in questa direzione quello che si legge nel Manifesto del 18 marzo 1948: “Vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice […]”.
[9] Mi sembra di primaria importanza, in questo contesto, la riflessione di Enrico Bellati quando, nel suo testo Fontana e lo spazialismo come fenomenologia del gesto, estrapolando il concetto di “gesto” in relazione a quello di “spazio”dal I Manifesto del 1947, ne sottolinea l’importanza fondamentale per la poetica di Fontana e gli Spazialisti. Bellati scrive che “la vera “eternità” dell’arte consiste in un vero e proprio passaggio da un livello reale, fisico, ad un livello filosofico, metafisico, che pone l’arte non solo al di sopra della distruzione delle opere perpetrata dal corso del tempo, ma anche al di sopra della distruzione dei messaggi perpetrata dal corso della storia. Ciò che pone al proprio livello metafisico è, […] il “gesto” creativo nella sua assolutezza. […] non è dunque il concetto di “spazio” la struttura ideologica operante nello Spazialismo, ma il concetto di “gesto””, in Fontana e lo Spazialismo, op. Cit., p. 50.
[10] Come ha scritto Toni Toniato: “[…] la poetica spaziale non si è limitata ad enucleare un immedesimante rapporto tra flusso esistenziale e processo artistico, ma s è inoltrata, invece, a concepire l’opera quale campo attivo di forze fisiche ed immaginative nella continuità dinamica di un’esperienza integrale, portata a trascendere ogni impulso soggettivo come ogni precostituita misura oggettiva”, in Attualità dello Spazialismo, nel catalogo della mostra Spazialismo a Palazzo Todeschini, Desenzano del Garda, ottobre – novembre 1989, testi di T. Toniato e D. Marangon.
Leonardo Conti
Otre ad una necessaria ricognizione storica che ripercorra e costantemente ripensi al fondamentale ruolo creativo e teorico di Lucio Fontana e dello Spazialismo nell’arte del secondo dopoguerra, può forse essere utile, in sede critica, tentare di proporre alcuni contenuti che, dopo lo Spazialismo “storico”, si sono protratti ben di là dei suoi confini temporali, rappresentandone l’attualità. Le poetiche che Fontana e gli Spazialisti hanno elaborato, pur nelle profonde diversità ed anche contraddizioni, nel decennio che va dal 1947 al 1958, data quest’ultima dell’VIII ed ultimo Manifesto, hanno arricchito il pensiero di coloro che sono venuti dopo: è infatti indubitabile il ruolo essenziale che lo Spazialismo ha avuto nello sviluppo delle divergenti direzioni dell’arte contemporanea.
Se, com’è stato spesso rilevato, l’unico artista spaziale tout court è stato Lucio Fontana, tuttavia coloro che ne hanno condiviso anche solo temporaneamente gli intenti, non hanno rappresentato in nessun modo una epigonato o una “maniera”, bensì un contributo autonomo e costante, un approfondimento ed un allargamento delle tematiche, avviando il superamento artistico e filosofico degli assunti stessi espressi nei manifesti. Pur facendo parte dell’Informale europeo, la straordinaria stagione dello Spazialismo ne ha costituito una via d’uscita, per le caratteristiche di dinamica apertura al rinnovamento, insite nella sua stessa natura. I modi di questa apertura dinamica si sono realizzati in uno spettro vastissimo di mezzi teorici e tecnici. Prova ne è la varietà ed eterogeneità delle opere spazialiste, assai difficilmente riconducibili a criteri interpretativi univoci: è nell’ambito di una creatività integrale che possono coesistere la pittura in senso stretto e quelle vie extrapittoriche sin dall’inizio seguite da Fontana, anche in senso ambientale e nell’utilizzo di mezzi anomali come la “luce nera” (di Wood) e il neon e collaborando assiduamente con architetti.
Oggi, con mezzo secolo di distanza, ed una mitologia fontaniana ormai universalmente diffusa, anche da un punto di vista commerciale, all’appassionato d’arte, dallo studioso al neofita, si pone l’ampio fenomeno dello Spazialismo, sia come momento storico circoscritto, sia come emanazione d’idee e suggestioni ancora vitali. Anche nella sua esistenza storica, del resto, scandita dagli otto manifesti, lo Spazialismo stesso ha mantenuto i suoi contorni teorici e creativi assai sfumati e spesso contraddittori, si può anzi affermare che la struttura stessa del movimento è una struttura aperta dall’inizio alla fine, nell’identificazione di un ampio clima culturale, più che di un programmatico e definito indirizzo. Come scrisse Anton Giulio Ambrosini nel 1953: “Lo Spazialismo […] porta nel suo stesso nome un’enorme garanzia di libertà, pieno com’è di molteplici significati e questi stessi si moltiplicano e rinnovano di giorno in giorno nell’opera e nel pensiero di molti Spaziali. Per lo Spazialismo ogni contenuto è possibile, purché lo si riviva nella lirica consapevolezza del nuovo Pensiero che è la nostra vita contemporanea”[1]. Nel vasto dibattito culturale italiano di quegli anni, teso alla revisione delle ormai logore categorie del neoidealismo crociano, sotto la spinta delle nuove correnti filosofiche europee, alcune incoerenze, ingenuità ed arretratezze, che, con il nostro sguardo prospettico, possono riscontrarsi nei diversi e spesso anche contraddittori contenuti dei manifesti, non devono essere considerate come cadute o debolezze concettuali in grado d’inficiare la consistenza del movimento, anzi dimostrano come il vivo confrontarsi dei sempre più numerosi “spaziali”, fosse indirizzato proprio all’allargamento di quel clima di rinnovamento culturale. Già nel 1956 Giampiero Giani scriveva: “Ogni volta che un artista decideva di avvicinarsi alle idee degli spaziali era accolto con entusiasmo e valeva soprattutto un rapporto di stima e fiducia. […] Perché non si seguì un criterio di scelta? Non si poteva scegliere tra opere che non si sapeva cosa fossero. E ce le giustificavamo guardandoci negli occhi, balbettando qualche parola che, sul momento, appariva una felice traduzione verbale carica almeno di un’apparenza logica. Anzi, furono proprio gli artisti in una continua evoluzione di idee a convincerci che non era necessario tentare una giustificazione teorica”[2]. In proposito Enrico Crispolti ha lucidamente precisato: “[…] un atteggiamento sostanzialmente fideistico presiedeva l’inclusione nell’avventura “spaziale”, che si fondava sulla più larga libertà immaginativa, non prefigurandosi la definizione di formulari linguistici, ma procedendo nella diversità, appunto secondo le occasioni individuali, individualmente motivate, di risposta all’idea dell’attualismo spaziale”[3]. Per la natura stessa delle progressive aggregazioni spazialiste, sarebbe dunque errato attendersi dai manifesti una trattazione sistematica e unitaria, da un punto di vista teorico, dei molteplici temi in campo. La spinta libertaria spazialista, della quale i Futuristi sono gli “assoluti precursori” e che in Fontana si colora di entusiastico avvenirismo, doveva prodursi senza limitazioni, nella foga di non dimenticare nulla delle suggestioni provenienti dalla contemporaneità e, soprattutto, dalla scienza, identificata spesso con i mezzi che la tecnica veniva elaborando: si pensi alla “radio, la televisione, la luce nera, il radar”, centrali negli intenti degli artisti spaziali. Ciò che interessa sottolineare in queste brevi righe è come l’apertura incondizionata del movimento, nei confronti di ogni proposta, giungesse a delinearne una caratteristica di fondo, consistente nel “gesto” della fuoriuscita dai propri domini, dalle proprie appartenenze, persino dalla propria identità individuale, nella scoperta dell’altro da sé. È così che lo Spazialismo “milanese” di Fontana ha potuto divenire “veneziano”, grazie anche alle capacità “manageriali” di Carlo Cardazzo, in una imprevedibile coesistenza con le ricerche assolutamente autonome e nate altrove dei De Luigi, Guidi e gli altri [4]. È così che, animato dall’élan fontaniano, si realizza lo strano ossimoro spazialista della centralità diffusa o disseminata. Usando i concetti recenti ed originali nella filosofia contemporanea di Deleuze e Guattari, si potrebbe parlare di una sorta di “pensiero nomade” e di capacità di “deterritorializzazione” del pensiero spazialista. Leggendo i manifesti, del resto, lo stesso concetto di “spazio”, non è centrale da un punto di vista programmatico, ma si mescola a più riprese con altri, tra cui “evoluzione”, “materia”, “gesto”, “eterno”, “tecnica moderna” e “mezzi nuovi”, “spirito”, “luce”, “libertà”, “spettatore”, “essenza”, “forma”, “tempo”, “movimento”, “subcosciente”, “colore” e “suono”. Lo “spazio” esiste nell’idea di Fontana e degli Spazialisti come condizione libera di vivere il mondo contemporaneo e dunque di aprirsi alle proposte ed alle idee che la vita viene manifestando, in ogni sua forma anche contraddittoria. Spazio è perciò un termine trasversale e sincretico seppur in fieri, aperto sull’aldilà delle proprie appartenenze e persino della propria identità. È significativa in questo senso la frase di Umberto Boccioni meditata e discussa lungamente dagli Spazialismo nel 1947, come ha raccontato Milena Milani: : “[…] In circa un mese, dall’aprile al maggio 1947, ognuno di noi ebbe la possibilità di esprimere il suo punto di vista, soprattutto su certe parole di Umberto Boccioni, dalle quali lo Spazialismo iniziava il suo cammino. Esse riguardavano una sorta di fiaccola olimpionica da trasmettere a coloro che sarebbero venuti dopo. Boccioni scrisse: “Altri verranno, forse migliori di noi, forse più coraggiosi e scopriranno altri mondi dove il nostro genio non ha potuto giungere; ben vengano, noi ce ne andremo con la gioia di aver indicato la strada e creati i mezzi per procedervi””[5]. Credo che questa citazione della Milani sia centrale per la comprensione dello spirito spazialista, perché ne segna l’apertura verso il passato e ne costituisce il senso di continuità, nel desiderio di emulazione di Fontana e gli altri del pensiero di Boccioni, nell’ambito di un’incrollabile fede nell’evoluzione dell’arte. In questa direzione di apertura a monte della nascita del movimento vero e proprio, mi sembra affascinante considerare come, sin dall’inizio, anche da un punto di vista documentale, il movimento spaziale giunga da altrove: il Manifesto Blanco del 1946, infatti, anticipatore dei temi dello Spazialismo, è redatto e firmato a Buenos Aires non da Fontana, ma da un gruppo di giovani, ispirati dalle sue idee e che poi non avranno più alcun ruolo nello svolgersi nel movimento in Italia. Esiste cioè, da un punto di vista storico, un antecedente, ma più propriamente un esordio vero e proprio, in qualche modo anomalo. Questa anomalia fu senz’altro percepita da Fontana stesso e dal primo manipolo di “spaziali”, se ancora nella “Proposta di un regolamento” del 2 aprile 1950, nella premessa si legge: “Nel 1946 Lucio Fontana, residente a Buenos Ayres, fonda il Movimento Spaziale, firmando con un gruppo di suoi allievi il primo manifesto detto Manifesto Blanco, in lingua spagnola […]”, e più avanti nel significativo primo punto: “Si riconosce Lucio Fontana iniziatore e fondatore del Movimento Spaziale nel mondo”. È evidente come in questo testo vi sia almeno un falso, perché in realtà Fontana non firmò affatto quel manifesto. Inoltre è molto interessante una precisazione sull’uso del termine “allievi” fatta da Jorge Roccamonte, uno dei firmatari, quando, in una conversazione con Enrico Crispolti, ha specificato: “[…] non nel senso tradizionale del termine, giacché Lucio non credo sia mai stato portato a far lezione […] ma allievi nel senso che era lui il promotore, il provocatore, la molla che faceva nascere reazioni a catena da parte di noi giovanissimi, divenuti seguaci e sostenitori”.[6] Nonostante l’indubitabile e, del resto, mai messa in dubbio paternità di Lucio Fontana, la genesi dello Spazialismo si colora di questa, quasi letteraria, anomalia, tanto più interessante e tanto più anomalia proprio per le precisazioni appena citate. È come se gli “spaziali”, a circa due anni di distanza dalla stesura dei primi due manifesti (rispettivamente della fine del 1947 o inizio del 1948 il primo, e del 18 marzo 1948 il secondo), avessero sentito il bisogno di mettere le carte a posto una volta per tutte, una volta compresa e condivisa l’effettiva portata delle idee del maestro.
Fontana, anche nelle parole di Roccamonte, appare come l’elemento dinamico e trascinatore, catalizzatore non solo delle proprie, ma anche delle idee di coloro che lo hanno circondato e che spesso, forse meglio di lui, hanno tentato di sistemarle a parole. In questo senso si può dire che le origini dello Spazialismo giungono da “altrove”: quel altrove è il dinamismo di Fontana, talmente prorompente da anticipare negli altri la sua stessa firma. Del resto le sue idee venivano da lontano, ed il Manifesto Blanco di Buenos Aires del 1946, prima del suo rientro in Italia l’anno seguente, non è che la prima formulazione ufficiale di una consapevolezza che l’artista veniva maturando da circa un ventennio. Gli assunti teorici di Buenos Aires rappresentano dunque un primo approdo e un trampolino di lancio per il dinamismo vitalistico di Fontana, destinato a protrarsi ben al di là dell’iniziale consapevolezza. Come ha indicato Enrico Crispolti: “Fontana non si oppone alla vita moderna esaltata in tutti i suoi aspetti di conquista meccanicistica (ch’egli considera come aperture d’ulteriori possibilità creative); ne accetta il ritmo, essenzialmente artificioso, e ne crea l’immagine a livello intimamente mitopoietico. Perciò la sua concezione esistenziale è sempre ordinata ad una finalità, e si proietta in un’ipotesi di futuro, anziché esaurirsi in una constatazione circostanziata, ma non orientata, di un presente”[7].
Queste caratteristiche di Fontana e di quello che sarà il movimento che da lui ha preso avvio, ci pongono di fronte ad uno scenario artistico vastissimo ed estremamente differenziato per la straordinaria varietà ed autonomia delle poetiche di coloro che vi hanno aderito. Nonostante, per questi motivi, non sia possibile rintracciare un denominatore comune per leggere le opere degli Spaziali, e nonostante Fontana sia stato l’unico artista spaziale in senso stretto, l’unico “effettivamente capace di porre una questione “spazio” oltre i limiti tradizionali del “quadro””[8], tuttavia è proprio questo senso diffuso di scavalcamento del limite, inteso, in senso ampio, come conquista di uno spazio mentale ancora prima che reale, la dinamica profonda che ha alimentato l’epoca spaziale, consentendole di giungere ben al di là dei suoi confini di contingenza storica, nella realizzazione del sogno boccioniano, di essere riusciti ad indicare una “strada”[9].
Così come l’“anomalia” del Manifesto Blanco, sin dall’inizio, ci aveva indicato un’apertura orientata verso il passato, nello stesso modo lo Spazialismo si chiude con un nuovo inizio che è un’apertura orientata verso il futuro. Ciò che diviene tangibile nelle opere degli artisti spazialisti, nell’utilizzo dei mezzi e concetti più diversi, è proprio questa capacità di trascendere e di trascendersi, in una continua apertura dei propri domini di ricerca artistica ed esistenziale[10]. Lo stesso Lucio Fontana non è più Fontana nelle opere degli altri Spaziali che lo hanno seguito e sostenuto. È progressivamente divenuto qualcos’altro, ciò che non avrebbe potuto sospettare ma che si augurava. Gli altri sono stati lo “spazio” in cui Fontana ha potuto esistere, lo spazio dell’altro, lo spazio in cui s’impara ad essere “noi” prima di “io”: in questo risiede, a nostro avviso, l’attualità ancora operante dello Spazialismo. Per questo, a più di mezzo secolo di distanza dalle prime formulazioni di Lucio Fontana, lo Spazialismo occupa nell’immaginario artistico contemporaneo un ruolo preminente, sia per la vastità delle implicazioni teoriche, che per la quantità di fondamentali personalità che in tempi e modi diversi vi hanno aderito. Se ci spingiamo oltre il 1958, data dell’ultimo manifesto, ciò che il frastagliato movimento ha prodotto come opere ed ha posto come premesse concettuali ha avuto una straordinaria fioritura, rimanendo fondante per molteplici acquisizioni del pensiero artistico contemporaneo. In altre parole, l’esprit spazialista ed in primis la personalità e le opere di Lucio Fontana hanno permeato la cultura artistica dei decenni a seguire, rappresentando una vera e propria rivoluzione concettuale capace di trasformare l’arte in qualcosa di diverso.
[1] A. G. Ambrosini, Lo spazialismo e la pittura italiano del XX secolo, stampato in occasione della mostra alle Sale del Ridotto della Fenice, Venezia, 1953, con opere esposte di Bacci, Capogrossi, Crippa, Deluigi, De Toffoli, Dova, Donati, Fontana, Guidi, Matta, Moranti, Peverelli, Serpan, Tancredi, Vinicio [Vianello].
[2] Da Spazialismo: origini e sviluppo di una tendenza artistica, Edizioni della Conchiglia, Milano, 1956.
[3] E. Crispolti, Fontana, lo Spazialismo a Milano, e il contesto informale, in Fontana e lo Spazialismo, volume della mostra a Villa Malpensata, Lugano, 19 settembre – 19 novembre 1987, con testi di E. Crispolti, W. Schonemberger, M. Dilani, E. Bellati, T. Toniato, G. Anzani e D. Marangon, p. 32.
[4] T. Toniato, tra gli altri, ha spesso insistito sul dato incontrovertibile dell’assoluta autonomia delle ricerche veneziane: “[…] attorno alle problematiche dello spazio il contributo degli aderenti veneziani è stato del tutto originale e autonomo”, in Spaziali veneziani, in Fontana e lo Spazialismo, op. Cit., p. 53; e ancora: “[…] La particolare concezione dello spazialismo veneziano si fonda dunque su una visione del tutto differente da quella propugnata dal padre di questa tendenza […]”, in Venezia e lo Spazialismo, in Spazialismo. Arte astratta. Venezia 1950-1960, volume della mostra alla Basilica Palladiana, Vicenza, 12 ottobre 1996 – 19 gennaio 1997, con testi di L. M. Barbero, E. Crispolti, T. Toniato, C. De Luigi Bianchi, S. Mascheroni, C. Scatturin, E. Di Martino, E. Bellati, P. Rylands, C. Bertola, R. Barovier Mantasti, p. 29.
[5] M.Milani, La parola magica Spazialismo, in Fontana e lo Spazialismo, op. Cit., p. 63.
[6] Da J. Roccamonte, Quattro acqueforti, con una nota di Valerio Volpini, e una conversazione di Enrico Crispolti, Ca’ Spinello, Urbino, 1977, pp. 12-13; citato anche nel fondamentale saggio di E. Crispolti, Fontana, lo Spazialismo a Milano, e il contesto informale, in Fontana e lo Spazialismo, op. Cit., p. 20.
[7] Ibidem, p. 21.
[8] Ibidem p. 43. E’interessante in questa direzione quello che si legge nel Manifesto del 18 marzo 1948: “Vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice […]”.
[9] Mi sembra di primaria importanza, in questo contesto, la riflessione di Enrico Bellati quando, nel suo testo Fontana e lo spazialismo come fenomenologia del gesto, estrapolando il concetto di “gesto” in relazione a quello di “spazio”dal I Manifesto del 1947, ne sottolinea l’importanza fondamentale per la poetica di Fontana e gli Spazialisti. Bellati scrive che “la vera “eternità” dell’arte consiste in un vero e proprio passaggio da un livello reale, fisico, ad un livello filosofico, metafisico, che pone l’arte non solo al di sopra della distruzione delle opere perpetrata dal corso del tempo, ma anche al di sopra della distruzione dei messaggi perpetrata dal corso della storia. Ciò che pone al proprio livello metafisico è, […] il “gesto” creativo nella sua assolutezza. […] non è dunque il concetto di “spazio” la struttura ideologica operante nello Spazialismo, ma il concetto di “gesto””, in Fontana e lo Spazialismo, op. Cit., p. 50.
[10] Come ha scritto Toni Toniato: “[…] la poetica spaziale non si è limitata ad enucleare un immedesimante rapporto tra flusso esistenziale e processo artistico, ma s è inoltrata, invece, a concepire l’opera quale campo attivo di forze fisiche ed immaginative nella continuità dinamica di un’esperienza integrale, portata a trascendere ogni impulso soggettivo come ogni precostituita misura oggettiva”, in Attualità dello Spazialismo, nel catalogo della mostra Spazialismo a Palazzo Todeschini, Desenzano del Garda, ottobre – novembre 1989, testi di T. Toniato e D. Marangon.

Luigi Di Tullio. Tra immagine e pensiero dinamico
Leonardo Conti
testo in volume della mostra
Luigi Di Tullio, Musei degli Antichi Magazzini del Sale,
Cervia, 2005
Alberto Perdisa Edizioni 2005
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Luigi Di Tullio tra immagine e pensiero dinamico
Leonardo Conti
Dal momento che questa si presenta come una prima occasione di studio e riflessione sulle opere di Luigi Di Tullio, ho creduto opportuno anteporre, all’interpretazione critica, le prime basi per un’elencazione analitica di alcuni tra i principali elementi strutturali presenti nelle opere.
La parte iniziale di questo breve testo, pertanto, potrà apparire, come ogni "sistematica", un po’ noiosa, ma la contropartita credo sia la possibilità di un avvicinamento più completo ed oggettivo alle opere dell’artista milanese. Del resto, spesso, si rimprovera alla critica d’arte di essere criptica e vaga. Quando è vero, e sovente è vero, allora è inutile e fastidiosa. Talvolta invece, quando non è vero, il rimprovero nasce non solo da una mancanza di attenzione, o preparazione, ma da una falsa aspettativa da parte di chi legge.
Questa falsa aspettativa consiste nell’attendersi un corrispettivo logico, in questo caso linguistico, dell’opera d’arte. Come si sa, questo corrispettivo non può esistere, a causa dell’apertura dell’orizzonte interpretativo dell’opera. Forse, allora, l’analisi descrittiva delle opere intese come dati, può essere l’aspetto più vicino all’oggettività, seppur non sufficiente per il concretizzarsi dell’esperienza estetica, che sempre necessita di essere innescata dal pensiero e, dunque, dall’interpretazione, con tutte le implicazioni ermeneutiche del caso.
Per fare un esempio, credo efficace, sarebbe come credere di poter spiegare l’ebbrezza della velocità illustrando il funzionamento di pistoni, cilindri, ammortizzatori e altre parti meccaniche della motocicletta. Si consideri pertanto la prima parte di questo testo una sorta di descrizione meccanica dei componenti delle opere di Di Tullio, la seconda parte, poi, complementare alla prima, sarà dedicata all’innesco del pensiero, o meglio, a un innesco possibile, a quell’interpretazione critica che si apre sull’orizzonte analogico dell’opera d’arte, e il cui fine è, comunque, l’avviamento all’esperienza estetica individuale. Cercherò di fare, per intenderci, un giro in moto.
Basi per una sistematica
I due principali cicli di opere di Luigi Di Tullio, cui è dedicato questo catalogo, sono le Appartenenze e le Attrattive. Per ciò che riguarda gli elementi principali si può parlare (seguendo la nomenclatura dell’artista) rispettivamente di:
Basi per una sistematica
I due principali cicli di opere di Luigi Di Tullio, cui è dedicato questo catalogo, sono le Appartenenze e le Attrattive. Per ciò che riguarda gli elementi principali si può parlare (seguendo la nomenclatura dell’artista) rispettivamente di:

APPARTENENZE
A. Materia
B. Materiale
C. Linea
B. Materiale
C. Linea

ATTRATTIVE
Energia
Colore-spazio
Colore-campo*
* Essendo la distinzione tra i colori nei due cicli di ordine qualitativo e, dunque, strettamente legata all’approfondimento critico-interpretativo, rimando la trattazione alla seconda parte del testo.
Energia
Colore-spazio
Colore-campo*
* Essendo la distinzione tra i colori nei due cicli di ordine qualitativo e, dunque, strettamente legata all’approfondimento critico-interpretativo, rimando la trattazione alla seconda parte del testo.
Appartenenze
A. La "Materia" si può presentare in modi diversi, riassumibili in tre tipologie:
1. Materia frastagliata e spigolosa, agitata da forze nervose e dunque di aspetto complessivo quasi tagliente, talvolta mescolata ad elementi solidi affioranti.
2. Materia “bio-informale”, cioè agitata da una dinamica curva, senza scatti gestuali.
3. Materia arrotondata e morbida, come derivata da un’agitazione ormai placata e, dunque, con l’aspetto quasi di materiale fuso, debordante.
A. La "Materia" si può presentare in modi diversi, riassumibili in tre tipologie:
1. Materia frastagliata e spigolosa, agitata da forze nervose e dunque di aspetto complessivo quasi tagliente, talvolta mescolata ad elementi solidi affioranti.
2. Materia “bio-informale”, cioè agitata da una dinamica curva, senza scatti gestuali.
3. Materia arrotondata e morbida, come derivata da un’agitazione ormai placata e, dunque, con l’aspetto quasi di materiale fuso, debordante.
La materia, nel suo diverso presentarsi, è perlopiù contenuta all’interno di forme geometrizzanti rettangolari (o, meno spesso, circolari), nella maggior parte dei casi aperte su uno o più lati, come se la materia avesse oltrepassato i confini.
B. Per ciò che riguarda la "Linea", essa si presenta, potenzialmente, sotto ogni possibilità di manifestazione: questa molteplicità evidenzia l’imprecisione dell’uso stesso del termine “linea”. In realtà, la linea non è altro che la condensazione di una sorta di originaria asola [1], o fessura organica nella materia, della quale si continuano a percepire le energie morfologiche. Comunque, in una sorta di fenomenologia della “linea ditulliana” è possibile elencare alcuni tipi:
Segno largo che entra nella materia come un solco, o come una traccia lasciata.
Striscia larga costituita dalla materia, superficialmente frastagliata e spigolosa (tipologia 1.), e sempre rotta in uno o più punti, sia per l’incontrarsi con un’altra linea, che per frattura della striscia stessa. Nel secondo caso, dal punto di frattura si allarga materia, a macchia d’olio (tipologia 3.).
Striscia larga, come la precedente, che però si abbassa progressivamente sino quasi a perdersi sulla superficie, creando l’ambiguità tra linea che affiora e linea che scompare.
Linea sottilissima e netta (anche curva), che attraversa lo spazio dell’opera, creando campiture e suddividendo lo spazio.
Linea come argine instabile della materia, definibile come anti-linea o linea-frattale.
Linea come luogo mediano dinamico tra due masse in equilibrio/disequilibrio.
C. Il "Colore" delle opere di Di Tullio è, nella quasi totalità dei casi, monocromatico, almeno dopo lo stabilizzarsi dei due cicli fondamentali. Fino alla ricerca più recente (ma data la costante evoluzione, il bilancio potrebbe cambiare), per ciò che riguarda le Appartenenze il bianco è assolutamente predominante, anche se ci sono diversi esempi di rosso, molto meno di nero, blu e verde. Vi è talvolta una differenziazione nell’uso di colori, diversi per natura (pitture murali o smalti), con conseguenti effetti di assorbimento o riflessione della luce. Soprattutto con l’uso delle pitture murali, calibrate per evitare le talvolta sorde opacità, Di Tullio crea vibrazioni superficiali, variando gli strumenti di stesura del colore, come pennelli di diverso spessore o rulli.
Attrattive
Nonostante la sparizione della linea, o striscia, la materia conserva le medesime caratteristiche precedenti. Il cambiamento significativo non è infatti di natura morfologica, bensì riguarda l’identità della materia, a causa di una nuova collocazione contestuale. Per essere più chiari: la materia, che aveva nelle Appartenenze una presenza dominante, entra ora in un rapporto di perturbazione reciproca con altri elementi a lei estranei, con il conseguente sviluppo di un’inedita energia. Per questo, nell’economia di questo ciclo, può essere utile parlare genericamente di "materiali", anche a proposito della stessa materia, dal momento che ciò che si evidenzia, è la costituzione di un luogo, in cui energie diverse si costituiscono come ‘campo’ di relazioni. Tra i diversi nuovi materiali, si possono elencare:
Frammenti di tela dai lembi e angoli rialzati rispetto alla superficie. Talvolta le tele sono parzialmente ripiegate o arrotolate, oppure hanno squarci dai quali può affiorare il materiale sorgivo.
Cartacei, come carta povera e cartoni ondulati stesi o ripiegati.
Plastiche, come scotch o diversi materiali da imballaggio (fogli di nylon, “millebolle”, ecc.).
Come già accennato, e come si vedrà più oltre, ciò che conta nelle Attrattive è la collocazione contestuale dei materiali, posti in rapporti di reciproca perturbazione, nell’identificazione visiva di sistemi a varia gradazione energetica (equilibrio/squilibrio), secondo le caratteristiche strutturali dei componenti. In altre parole, in ogni opera, i diversi materiali vengono posti in relazioni sempre diverse, costituendo dei sistemi con più o meno forti tensioni dinamiche. Già si comprende, in questo caso, il valore di campo che viene ad assumere anche il colore, ora con una predominanza di rosso e bianco, ma con una presenza di blu, nero e verde molto più accentuata rispetto alle Appartenenze.
Verso un avviamento interpretativo
Osservando da vicino il lavoro di Di Tullio, credo sia possibile rendersi conto di come il pensiero possa prodursi per immagini. Ho spesso avuto la chiara sensazione, ed il parlare con lui me lo ha più volte confermato, che la “concettualizzazione” del suo lavoro divenga consapevole successivamente, e conseguentemente, alla nascita delle opere. E non è di secondaria importanza il fatto che ogni opera nasca da una sorta di zibaldone di riflessioni e progetti, annotati su di un piccolo taccuino, che Di Tullio porta sempre con sé.
Poiché sto parlando del come nasce un’opera d’arte, mi rendo conto di toccare un punto delicato, da un punto di vista estetico ed ermeneutico, pertanto vorrei spiegare, brevemente, che cosa qui intendo per concettualizzazione in generale, prima di giungere a ciò che riguarda l’artista più da vicino. Per “parte concettuale dell’opera” intendo quella esplicabile a parole, attivando ciò che chiamiamo interpretazione critica, in seguito ad una precisa interrogazione di chi si pone di fronte all’opera. Niente di strano: ogni persona che tenti, con sincera curiosità, di avvicinarsi ad una mostra d’arte contemporanea, può rivolgere al cosiddetto esperto, o all’artista stesso, la domanda: “Cosa significa?”. Vi è cioè la ricerca di un completamento, talvolta erroneamente di un sostitutivo, linguistico (concettuale) di un qualcosa (l’opera) che lascia lo sguardo, da solo, disorientato. Ovviamente questa domanda merita una risposta [2], diversa dal proporre di considerare come risposta l’opera stessa, oppure, ma non è molto diverso, di considerare come risposta qualsiasi cosa venga in mente al curioso visitatore. Credo, infatti, che questo procedere, nonostante sia rigorosamente ineccepibile, se non è debitamente accompagnato da una serie di premesse ed avvertimenti, sia da considerarsi come minimo insufficiente [3].
Pertanto pongo una questione analoga e comprensibile a tutti: quando ci chiediamo come è nato il nostro linguaggio, capiamo che è molto difficile dare una risposta. Questo perché nel momento in cui formuliamo la domanda lo facciamo come osservatori già immersi nel linguaggio, poiché, anche da un punto di vista biologico [4], gli uomini esistono nel linguaggio. Come si può vedere, in questa ottica, il linguaggio è il problema da spiegare e lo strumento per spiegarlo. Bene. Anche nel caso dell’opera d’arte essa è sempre un particolare linguaggio, nato per la prima volta. È stato sempre così, anche quando l’arte era “solo” figurativa. Tutto quello che possiamo vedere, nella storia della pittura occidentale, è qualcosa di più e qualcosa di meno rispetto al modello che veniva rappresentato. Nella discrepanza, nell’oscillazione, ‘di più’/‘di meno’, accade l’arte che continua a rinnovarsi. Per questo ogni forma artistica può considerarsi come la nascita di un linguaggio sempre nuovo, ed è per questo che, alla nostra domanda, talvolta ci si sente rispondere, tautologicamente, che è l’opera stessa il “significato” dell’opera [5]. Dal momento, però, che chi guarda non parla quel linguaggio particolare, allora cerca un corrispettivo dell’opera in un linguaggio a lui più familiare. Per questo chiediamo “cosa significa?”, perché cerchiamo una possibile traduzione di quello che pensiamo essere il livello semantico (che riguarda il significato) dell’opera, la sua “concettualizzazione”. A questo punto, per comprendere anche soltanto lontanamente la portata del problema, dobbiamo pensare alla traduzione di un testo poetico da una lingua a un'altra: tutti sappiamo bene che possiamo riferirne il contenuto (pur perdendone infinite sfumature!), ma non potremo mai rendere in una lingua diversa quell’unica ed intima fusione estetica che si realizza nella poesia originale (“tradurre è tradire”).
Si potrebbe dunque pensare che la domanda “cosa significa?” sia mal posta, ed in un certo senso è vero. Eppure questo cercare un significato soggiacente all’arte, come se le opere non fossero altro che un vetro offuscato attraverso cui cercare di riconoscere i significati retrostanti, proviene da una tradizione idealista ed ha portato, anche nell’arte contemporanea, ad uno strano fenomeno d’inversione, nel quale è più importante ciò che si dice rispetto a ciò che si vede. Alcuni tra gli artisti più giovani, preoccupati di questo significato recondito e imprevedibile, hanno scavato un solco nelle loro opere, separando il “concetto” dall’opera che “lo mostra”. Come se l’opera, nella sua materialità, non fosse divenuta altro che una didascalia di un concetto pensato prima e, poi, “addobbato ad arte”. Il problema maggiore, in questi casi, è che una volta decodificato il concetto, si tratta il più delle volte di secondi, l’opera appare come consumata, è un “vuoto a perdere”, in un oscuramento di ogni orizzonte interpretativo. Credo che gran parte dell’edizione della Biennale di Venezia, il cui sottotitolo era “La dittatura dello spettatore”, sia stata una chiara dimostrazione di questo stato di cose.
Per ciò che riguarda Luigi Di Tullio, invece, il livello concettuale non può essere precostituito all’opera, anche se l’opera filtra un fortissimo travaglio concettuale, bensì emerge ad opera avvenuta, in modi che travalicano la stessa consapevolezza dell’artista. Il “concetto”, ma preferisco ora chiamarlo pensiero dinamico, tende verso un suo chiarimento, senza tuttavia mai raggiungerlo, ad esperienza estetica avvenuta, pur derivando da un mondo concettuale nel quale è immerso sin dal principio. Allora, ogni formulazione che tenti di occuparsi delle opere a posteriori, ma non potrebbe essere altrimenti, diviene un’interpretazione possibile: è un innesco del pensiero che produce imprevedibili prospettive, da cui nascono concetti imprevisti. L’artista stesso, quando si pone di fronte all’opera finita, si muove lungo queste prospettive[6].
Ma vediamo, finalmente, un po’ più da vicino le Appartenenze e le Attrattive di Luigi Di Tullio.
Si può senz’altro dire che l’origine sia nelle Appartenenze. Sin dal principio, infatti, quando la linea non si era ancora precisata nella sua identità, siamo nel 1999, la partita si giocava nel rapporto tra una massa agitata e l’identificazione di una forma curva, che attraversava lo spazio del quadro slabbrandosi, come aprendosi un varco: seppur lontano, era possibile il richiamo a certe esuberanze di un Mattia Moreni. In proposito, è qui importante sottolineare come la ricerca di Di Tullio non abbia mai avuto nulla a che fare con le remote suggestioni dell’ormai inerte materia informale, perché ciò che conta per lui, sin dall’inizio, è il residuo sulla superficie di una quasi svanita presenza figurale, considerata contestualmente come origine e termine cui tendere costantemente. Questa traccia, questa memoria d’immagine ormai irriconoscibile, potentemente formale seppur lacunosa, rinviava ad un’ipotesi di frammento di drappo barocco, inteso, con Deleuze, come “piega” della materia.

La linea può divenire allora anche ciò che l’uomo ha imparato a credere prima di sapere che cosa significasse ‘credere’, la linea è ciò che ha creduto di avere perduto, che ha creduto di avere rimosso, ciò che tenta di ritrovare lontano, talvolta fuori, talvolta dentro di sé. L’artista ritroverà, infine, un’aspirazione, una linea, ma una linea cambiata, agitata oramai dall’esistenza, e l’artista/uomo imparerà a romperla, per poi ricostruire una linea che non sarà più una linea, ma sarà l’esistenza stessa che si manifesta nella sua opera. L’appartenenza è il viaggio che l’ha condotto fino qui, così vicino e così lontano, sino alla soglia dell’essere. L’esperienza estetica, così come ogni viaggio, modifica sempre colui che la fa. L’Itaca che riconosciamo come nostra è quella in cui Ulisse è tornato ormai dopo vent’anni e a renderla irriconoscibile rispetto al ricordo dell’eroe, è lo spessore incolmabile della poesia omerica.
L’iniziale presenza figurale è venuta così dissolvendosi progressivamente, e sempre più radicalmente, ma non in una direzione lirica, come poteva essere stato per un artista come Santomaso che, pur in una propensione strutturale nella formazione dell’immagine, sublimava tutto in suggestione luministica. Di Tullio realizza piuttosto un procedimento di analisi approfondita dei dati di realtà e, ad opera avvenuta, appare una configurazione dinamica del pensiero, già pronta per ulteriori trasformazioni. Trasformazioni che avvengono compiutamente nel ciclo delle Attrattive, nel momento della completa padronanza dei mezzi artistici, quando Di Tullio si sgancia completamente da ogni raffigurazione, avendo raggiunto ormai la consapevolezza della continua trasformazione dinamica del pensiero, nel corrispettivo visivo nell’immagine.
Quando ogni traccia figurale è ormai spenta, allora l’opera diviene un campo dinamico, nel quale i componenti (materiali), rigorosamente diversi per natura, confluiscono in una coesistenza, in cui perdono la loro identità iniziale, per costituirsi in un coerente organismo.
Ogni superficie dell’artista milanese diviene qualcosa di più di una superficie, è un pezzo compiuto di pensiero visibile, che reclama una delimitazione. Per questo, almeno all’inizio, Di Tullio costruiva degli spessi argini di legno (non cornici) per le sue opere, in modo da circoscrivere i campi di accadimento, per conservare un’energia generale, prodotta dalle perturbazioni tra le energie particolari dei diversi materiali. Anche il colore monocromo di questo ciclo, dunque, seppur uguale all’altro, diviene diverso, perché il concetto di spazio, su cui sorgono i templi delle Appartenenze, si muta in concetto di campo, nel quale l’attrattiva vive, muore e risorge costantemente, nell’onda lunga della sua civiltà. È la conquista del tempo a produrre questo campo, in esso il pensiero si modifica e si “mondifica”, diviene dinamico, diviene diverso, ma non in una direzione metafisica, bensì conquistando giorno per giorno la sua prassi, quel luogo in cui, come avrebbe detto Enzo Melandri, potremo finalmente riconoscerci dalla stessa parte.
Solo ora, ciò che appariva in unità, la conoscenza rivela molteplice.
Partendo, dunque, costantemente, dai dati della realtà quotidiana, cui le Appartenenze restano allacciate ab origine, Di Tullio giunge così a formulare una sorta di graduale ed illimitato approfondimento di pensiero (e dunque filosofico), nelle infinitesimali variazioni dinamiche delle sue Attrattive, ad infinitum. Per questo la linea delle Appartenenze, nonostante l’aspirazione all’equilibrio, alla trascendenza, mantiene un’inquieta indecidibilità, un disequilibrio che la rigetta ineluttabilmente nello spazio delle cose, quando, invece, la materialità delle Attrattive, sublimata in pensiero dinamico, diviene un campo energetico, in cui il pensiero, realizzandosi costantemente, produce uno sguardo sempre nuovo sulla realtà, da cui l’Appartenenza ricomincia.
Si vede così come i due momenti della ricerca di Di Tullio possano formare un sistema unico, che si compensa e si compenetra in una ciclicità che ha il ritmo della conoscenza.
Allora, di fronte a queste opere, non ha più senso parlare di superfici, poiché tutto s’incontra e si scontra in avvenimenti senza dimensioni definite. Più tardi, anche gli argini non saranno più necessari, ogni dispersione sarà scongiurata e il pensiero ormai solidificato in immagini, apparirà per frammenti visivi, per brani di esistenza, disseminati come fossero indizi del suo essere già altrove.
[1] Come si vedrà più oltre.
[2] Con questa e altre domande si apre il vasto e affascinante capitolo dell’estetica contemporanea. Ovviamente, per il carattere divulgativo di questo testo e per i fini di un’indagine della poetica di Luigi Di Tullio, mi limito qui a brevissimi ed incompleti cenni, rivolti a coloro che, forse, poco fa, si sono posti la domanda “cosa significa?” di fronte ad un’opera di Di Tullio. Per chi volesse approfondire l’argomento più in generale, consiglio, come orientamento bibliografico essenziale, gli studi di: Arthur Danto, La destituzione filosofica dell’arte, Tema Celeste, 1992; Gerard Genette, L’Opera dell’arte (2 vol.), Clueb, 1999; Nelson Goodman, Linguaggi dell’arte, Il Saggiatore, 1976; Luciano Nanni, Della poetica, come nasce e vive un’opera d’arte, Book, 1999; per citare soltanto alcuni della “linea analitica”, alla quale mi attengo.
[3] Dico “come minimo insufficiente” pensando al “come massimo esiziale”, nel senso che può irrimediabilmente nuocere alla curiosità di chi aveva posto la domanda.
[4] Come hanno indicato Humberto Maturana e Francisco Varela nei loro studi ed in particolare in L’albero della conoscenza, Garzanti, 1999.
[5] All’ambito della tautologia appartiene tutta la cosiddetta Conceptual Art, che, secondo la felice definizione di Douglas Huebler, “non ha un oggetto come residuo”, volendo significare che l’unica parte che conta è proprio l’idea, addirittura indipendentemente dalla sua realizzazione visiva nell’opera.
[6] Il vastissimo ambito dell’ermeneutica contemporanea si svolge intorno a queste problematiche.

Lo Spazialismo introflesso di Gino Morandis
Leonardo Conti
testo nel volume della mostra
Gino Morandis a Palazzo del Senato di Milano
a cura di L Conti, G. Granzotto e B. Morandi
Verso l'Arte Edizioni 2005
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LO SPAZIALISMO INTROFLESSO DI GINO MORANDIS
Leonardo Conti
Una riflessione sull’arte di Gino Morandis[1], intesa come corpus complessivo, ancora più che come evoluzione cronologica delle forme, credo possa rappresentare un approdo all’essenza della fondamentale stagione dello Spazialismo Veneziano, per certi versi sulla sponda opposta rispetto allo spazialismo di Lucio Fontana: sulla sponda della pittura.
Leonardo Conti
Una riflessione sull’arte di Gino Morandis[1], intesa come corpus complessivo, ancora più che come evoluzione cronologica delle forme, credo possa rappresentare un approdo all’essenza della fondamentale stagione dello Spazialismo Veneziano, per certi versi sulla sponda opposta rispetto allo spazialismo di Lucio Fontana: sulla sponda della pittura.
Partendo dal dato incontrovertibile che l’unico artista veramente spaziale è stato Fontana, è tuttavia altrettanto incontrovertibile che le idee legate ai concetti di spazialità e luminosità, fatte le dovute distinzioni nello spettro semantico di tali concetti, con tutte le possibili conseguenze di carattere etico ed estetico, non sono certo una novità nella grande tradizione della pittura veneziana, nella quale spazio e luce, da sempre, sono indissolubili.
Nuove sono senz’altro le acquisizioni libertarie nei confronti di un passato da cui era necessario svincolarsi, nel secondo dopoguerra, per costituire le basi, non solo artistiche, di una rinascita culturale, politica, civile. Nuovo è il desiderio di aggiornamento, da parte delle nuove generazioni di artisti, riguardo a ciò che stava accadendo all’estero. Nuovo, infine, l’interesse per quei fenomeni che la scienza e la tecnologia venivano immettendo nel mondo, e che potevano divenire anche strumenti del fare artistico.
Più in generale, si può parlare di un sentimento di apertura e confronto, animato da un forte vitalismo avvenirista. Questa rinascita, e aggiornamento anche, si è sviluppata in Italia secondo molteplici declinazioni, tra le quali il movimento spaziale ha avuto un ruolo di assoluta preminenza, per la capacità di assimilazione, di confronto e di fondazione di molta dell’esperienza artistica dei decenni seguenti.
Non è un caso, in questa ottica, che proprio a Venezia lo spazialismo fontaniano abbia trovato una così intensa risonanza, in grado di approfondirne ed arricchirne le incalzanti suggestioni. La spazialità della luce lagunare, che da sempre ha informato la pittura veneziana, doveva rappresentare un insostituibile collante, in grado di saldare la tradizione dell’immane storia dell’arte italiana con la palingenesi delle più radicali neoavanguardie.
Credo si possa affermare che ciò che accade nello spazialismo veneziano sia lo straordinario ed isolato superamento di una contraddizione, che, ad esempio, nelle esperienze musicali degli stessi anni non ha potuto verificarsi. L’insanabile frattura, che apre un oceano, uno spazio infinito, tra gli idealismi del passato e le sperimentazioni degli anni Cinquanta, viene colmata da un imprevedibile ponte veneziano: un ponte di luce.
In particolare, le idee artistiche di Virgilio Guidi, maestro riconosciuto di un’intera generazione di pittori, avevano costituito un humus visivo floridissimo nella sensibilità degli allievi del suo corso di pittura, all’Accademia veneziana prima e, poi, a Bologna, quando vi si trasferì nel 1935. Come dirà Gino Morandis, uno tra gli allievi prediletti: “…l’idea più importante che [Guidi] cercava in ogni modo di trasmetterci era il suo concetto della luce. Una luce che, inizialmente, si poteva definire metafisica e che poi, più tardi, sarebbe divenuta ‘astratta’…”[2].
Quella luce, che Guidi cercava tenacemente nella sua pittura e che trasfondeva nella sensibilità dei suoi più giovani amici, diventerà il mezzo fondamentale per accordare la pittura veneziana a quel concetto di spazio, destinato, da un punto di vista concettuale, a trascendere la superficie stessa, intesa come luogo di accadimento dell’immagine. Sotto la spinta intuitiva dell’entusiastico avvenirismo di Fontana, tra il 1947 e il 1958 (data quest’ultima dell’VIII ed ultimo manifesto dello spazialismo), l’ampio spettro dei significati del concetto di “spazio” viene progressivamente arricchendosi, delineandosi come una condizione del vivere il mondo contemporaneo, in una direzione di apertura verso le idee e le proposte che la vita viene manifestando.
In tale clima, le poetiche diversissime degli artisti veneti, riferendosi ad un magistero pittorico per loro imprescindibile, riconosceranno, come comune denominatore delle loro ricerche, il luogo ideale e mentale dello spazio luminoso, così affine ad un condiviso e tramandato sentimento visivo lagunare. Quella luce e quello spazio, attraversati dalle potenzialità tonali e di posizione del colore, caratterizzeranno l’universo dinamico di forme aperte dello spazialismo veneziano.
Emblematica in questo senso può senz’altro considerarsi la ricerca pittorica di Gino Morandis, per il quale la trasformazione delle forme e delle idee, avviene in un’intima persistenza della tradizione pittorica, ma “senza alcun ritorno all’ordine, senza nostalgie passatiste”[3]. Già a proposito delle sue opere della fine degli anni Quaranta, Morandis affermava che la sua ricerca “tendeva a liquidare ogni sopravvivenza di descrittivismo naturalistico e precisava al tempo stesso le ragioni estetiche e morali di esprimere l’immagine plastica in una condizione di pura spazialità”[4].
Credo possa essere questo un primo grimaldello per addentrarsi nella poesia pittorica morandisiana: quando l’”immagine plastica”, seppur smembrata e scomposta dalle direttrici e dagli angoli cubisti, resisteva ancora sulla tela, come nelle marine, nei paesaggi e nelle nature morte, ecco che una luce diffusa irrompe nei colori come una velatura trasversale, in grado di abbattere ogni delimitazione. Le campiture trattengono a stento un’immagine che già viene svaporando in un pulviscolo atmosferico, colmo d’interiorità poetica.
La ritmica cubista si frantuma in una sperimentazione strutturale progressivamente più geometrizzante, sino all’emancipazione di colori e segni, che si distribuiscono liberamente, mai casualmente. Anche quando Morandis si interesserà al “caso” lo farà premeditatamente, affidandosi ad esso, in attesa di ricostruire, partendo da lì, un’immagine resistente, solida, indelebilmente sua. Le dinamiche delle forme sono divenute dinamiche della superficie, indipendentemente dalle forme, e, dopo un chiaro omaggio kandinskyano, nell’emersione di un cavallo e cavaliere in un’opera di questi ultimi anni Quaranta, in quelle dinamiche si trasfonde sempre più l’intimità poetica del sentire dell’artista.
In questo momento ormai maturo dei primissimi anni Cinquanta, comincia l’adesione all’arte spaziale, intesa come “manifestazione di libertà, tale da escludere ogni elaborazione di una qualsiasi norma morfologica e stilistica, consentendo così l’approfondimento e il dispiegamento delle più diverse espressioni personali”[5]. L’espressione libera di Morandis sarà proprio, da questo momento, una capacità di continuo rinnovamento sperimentale della pittura, affrontando le più diverse suggestioni, pur rimanendo padrone della tradizione e, comunque, lasciando trasparire da ogni tappa del suo percorso una dimensione fortemente interiore. È sulla cifra di questa interiorità che si misureranno sempre le sue opere.
Per la capacità di trasfondere al colore e alla dinamica della forma e del segno il senso di questa profonda intimità poetica, il maestro veneziano può essere avvicinato, seppur nella lontananza, alla ricerca di Afro. Come Afro, in tutto l’arco della sua lunga avventura, sino alla fine, Morandis conserverà una sensibilità emozionata e appartata, mai urlata. Anche quando si lascerà affascinare, nella trascinante curiosità del grande artista, da trattamenti della superficie cromatica per “strofinamento”, tramite l’utilizzo del “frottage” surrealista, già in certe Composizioni spaziali su carta tra il ’49 e il ’51; oppure quando affiderà al segno dinamico, legato al gesto informale, la conquista spaziale del campo pittorico; o quando condenserà, più tardi, nella forza sorgiva del colore opaco e originario, rappreso in nuclei materici, chiamati Nuclei spaziali, tra il 1954 e il 1957, il campo di una dinamica vorticosa; o, ancora, quando, con suprema sensibilità ritmica, alternerà la censura percettiva del collage (dal 1966-67) e, poi, dell’intarsio, con la vibrazione cromatica e luminosa della sua pittura, Morandis riuscirà sempre a infondere la scintilla della vita poetica alle sue opere. La sua è una nota sospesa che continua a risuonare: è la forza della poesia che continua ad emergere, proprio laddove lo sperimentalismo più audace, che trama contro la pittura, continua a dialogare e a confrontarsi con essa.
Con una sensibilità umile e profonda, fatta di luce e di tenebra, fatta di aria e di orizzonte sconfinato, di dedizione per le proprie appartenenze lontane, anche se rinnovate e trascese costantemente, Morandis fonda e ritrova il senso della ricerca inquieta e incoercibile di ogni viva contemporaneità. Nell’illuminante intervista di Branzi, illuminante anche per una lettura posteriore del suo lavoro, il maestro dirà in proposito che “la materia in sé è cosa inerte, ma può venirle attribuita un’emozionalità quando la si collochi nell’ambito dei rapporti. L’importante è che le si infonda una emozionalità che si riveli del tutto inedita e che nello stesso tempo turbi e possibilmente incanti l’artista quanto l’amatore”.
E in un altro luogo: “Bisogna impregnare di contenuto la materia, al punto di smaterializzarla”[6]. L’artista, mai pago di sperimentazioni tecniche, in una totale consapevolezza della spazialità aperta della superficie pittorica, è in grado di fondere la luce, il colore e la struttura formale, in un’interiorità sconfinata, il cui risuonare riaffiora come in un’eco mai spenta. Quei rapporti di forme e colori dinamici, che l’artista verrà progressivamente disponendo sulla tela, produrranno tensioni sempre diverse, in un’armonia quasi musicale con il “correlativo soggettivo” dell’artista: è la ricerca di un fenomenizzarsi delle cose, senza ricorrere alle forme note, è il superamento del noumeno, rigettato per sempre da una dilagante presenza vitale dell’artista nel suo mondo e nel suo tempo. Dice ancora Morandis a Branzi: “Oggi l’artista che si abbandona alla scoperta lirica della propria interiorità, automaticamente tende a dare volto cosmico all’oggetto che nella propria interiorità egli scopre”.
Nell’ultima maturità dell’artista si completa la fusione di innovazione e tradizione, nell’approfondimento del più audace utilizzo del collage da un lato e nella creazione delle opere pittoriche realizzate in “tecnica sottile”, che rappresentano il raggiungimento della medesima condizione poetica, utilizzando tecniche soltanto apparentemente contraddittorie. La pittura, il “continuo persistere della pittura”, e le potenzialità innovative sperimentali, possono parlare un linguaggio comune, un linguaggio che valichi i confini di ogni angusto argine culturale, nella ricerca di uno spazio interiore, che possa continuare a sorreggere lo spazio reale in cui continuiamo ad esistere. Per questo Morandis si è conservato spazialista, perché dello spazialismo ha colto lo spirito di attraversamento culturale: per questo Morandis ne ha rappresentato la vitalità storica ed anche la sua possibilità vitale, in uno spazio ulteriore situato in un lontano futuro.
[1] Negli studi più recenti sull’artista veneziano, la critica ha genericamente usato il nome Morandis, con l’aggiunta della ‘s’ enclitica, anche se, storicamente, l’artista ha deciso questa aggiunta solo nel 1962, “per motivi di opportunità” ed anche su suggerimento di Carlo Cardazzo. In questo testo mi conformo, senz’altro, a questo uso.
[2] Da un’intervista depositata nell’Archivio Morandis e datata 1991, citata da Luca Massimo Barbero, in Gino Morandis. Per una prima traccia critica, testo in catalogo della mostra dedicata a Morandis a Palazzo Flangini Regazzoni Biglia, Sacile, 1996, p.28.
[3] Come ha sottolineato Giovanni Granzotto, in Lo spazialismo e lo spazio a Venezia, ibidem, p. 17.
[4] Da un’intervista del 1960 a Gino Morandis di Silvio Branzi, allora critico d’arte del “Gazzettino” di Venezia, cit. in catalogo della mostra dedicata a Morandis a Palazzo Flangini Regazzoni Biglia, Sacile, 1996, p.99.
[5] Dino Marangon, La pittura sottile: dall’evoluzione del subconscio alle meraviglie dell’apparire, testo in catalogo della mostra dedicata a Gino Morandis, alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Spoleto, 2004, p.14.
[6] Citato in catalogo della mostra Spazialismo. Arte astratta Venezia 1950-1960, (a cura di L. M. Barbero), con testi di autori vari, Vicenza, dal 12 ottobre 1996 al 19 gennaio 1997, p. 63; citato anche in Gino Morandis. Per una prima traccia critica, op. Cit., p. 26.

Horacio Garcia Rossi. Un fascio di luce cambiante
Leonardo Conti
testo in volume della mostra
Horacio Garcia Rossi, Palazzo del Senato
a cura di L. Conti e G. Granzotto
Verso L'Arte Edizioni 2005

Studi per un istante
Leonardo Conti
Introduzione al catalogo della mostra
Afro. Gi studi e i progetti
alla galleria PoliArt di Milano
a cura di L. Conti e G. Granzotto
Alberto Perdisa Editore 2004

Julio Le Parc tra Modulationi e Alchimie:
le tracce dell’assenza
Leonardo Conti
Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra
Julio Le Parc a Palazzo del Senato di Milano
a cura di L. Conti e D. Marangon
a cura di L. Conti e D. Marangon
Verso l'Arte Edizioni 2004
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Julio Le Parc tra Modulationi e Alchimie: le tracce dell’assenza
Leonardo Conti
Ciò che s’impone maggiormente di fronte ad un artista come Julio Le Parc, credo sia una riflessione sulla sua attualità nell’arte contemporanea.
Leonardo Conti
Ciò che s’impone maggiormente di fronte ad un artista come Julio Le Parc, credo sia una riflessione sulla sua attualità nell’arte contemporanea.
Se, infatti, è doverosa la ricognizione storica, che affondi le radici a cavallo del 1960, quando veniva formandosi l’avventura del GRAV di Parigi, fondato da Le Parc e gli altri “cinetici”, è necessario anche mantenersi aggiornati su ciò che è accaduto in questi anni recenti, per non fossilizzare in anticipo una ricerca che è ancora viva e operante.
È pure vero che, soprattutto ai nostri giorni, invaghiti come siamo nei riflessi cangianti della comunicazione, in cui si tenta disperatamente di “storicizzare”
il presente, a maggior ragione è forse giusto raccontare i fatti di un recente passato, già un po’ dimenticato, come se una storia dispettosa si stesse divertendo a giocare a nascondino con i sogni e le aspirazioni di artisti, critici, mercanti e di tutta l’allegra e litigiosa famiglia dell’arte dei nostri giorni.
Quello che Le Parc e tutti gli altri “cinetici” e “programmati” hanno fondato, alla fine degli anni Cinquanta, è una strada maestra nella cartografia artistica dell’ultimo mezzo secolo, eppure, raccontando ancora le affascinanti vicende di quei tempi ormai lontani, si rischia di rimanerne quasi prigionieri come di un’ideologia passata, che non ci permetta di analizzare il presente se non attraverso il suo inviolabile filtro.
Ci sono, del resto, testi notevoli che riflettono sull’estetica del Cinetismo internazionale ed una serie di monografie dei singoli protagonisti che ne mettono in luce le peculiarità creative. Questo non vuole dire che ormai sia stato detto tutto (e come potrebbe?), anzi, uno studio sistematico e completo forse non esiste ancora: però la bibliografia critica è già veramente ampia. Penso soprattutto, solo per ciò che riguarda gli studi italiani e tralasciandone molti, ai contributi di Giulio Carlo Argan, Luciano Caramel, Dino Formaggio, Giovanni Granzotto, Dino Marangon, Marco Meneguzzo, Filiberto Menna e Lea Vergine, distribuiti in epoche anche molto lontane.
Ma di fronte a Julio Le Parc oggi, le domande alle quali bisognerebbe con più urgenza cercare di rispondere sono forse le seguenti: cosa ha fatto Le Parc negli anni più recenti? Le sue opere più attuali sono ancora pertinenti alle ricerche cinetiche e ne rappresentano un capitolo importante? Quali eredità può lasciare il cinetismo di Le Parc?
Alla luce di simili domande, se lecite, credo si possa qui restringere la prospettiva d’indagine alle due “famiglie”, come ama definirle lo stesso artista, delle pittoriche “Modulazioni” e “Alchimie”, e tentare una breve analisi nella quale forse, a conti fatti, ritroveremo anche alcune antiche premesse, che per ora depositiamo nel cassetto.
Sia l’uno che l’altro ciclo, come si è detto, sono pittorici: Le Parc ha sperimentato moltissimo anche strumenti diversi dalla tradizionale pittura, ma è pur sempre rimasto profondamente pittore. Non ha abbandonato, come altri definitivamente, la superficie intesa come luogo di accadimento dell’immagine. Perché? Ad ogni domanda una o più risposte, ma lasciandole emergere pian piano come se i quadri potessero parlare. Ma non accade sempre così? Un quadro muto non è un’opera d’arte.
Le “Modulazioni” sono antecedenti e risalgono ai primi anni Settanta, al 1974 per la precisione, e sono opere nelle quali accade qualcosa: nei quadri di Le Parc accade sempre qualcosa. Anche nell’apparente immobilità. Ciò che accade è sempre misterioso ed enigmatico e si svolge straordinariamente vicino all’impossibilità del suo stesso accadere. Ciò che si vede sono immagini della realtà riconoscibile, spogliata però dei contrassegni di riconoscibilità. Qualcosa come un sogno, nel quale non è rimasta che la nervatura, la dinamica degli avvenimenti della veglia, spogliata e rivestita di volta in volta con qualcosa d’imprevedibile per l’occasione.
Le “Modulazioni” trasudano una certa familiarità, ci sono note pur nel loro essere persistentemente qualcosa d’altro rispetto a tutto quello che ci circonda. Le Parc però vuole darci una mano, vuole forse darsela lui stesso: per questo isola alcuni elementi compositivi che costantemente ritornano, quasi ossessivamente, in ogni suo dipinto.
Un certo fascio di luce bianca o d’alabastro, sfumata secondo gradazioni ascendenti e digradanti come in infinitesimali gradini di sabbia; il ritornare dei cerchi, mai di diametro diverso nel medesimo dipinto, ora sezioni di tubi flessibili pronti a srotolarsi, ora sfere nel diradarsi delle ombreggiature, già corpi celesti in eclissi astronomiche; e ancora, il ripetersi di una modulazione curva, ambigua e pronta a trasfigurarsi ai margini delle forme, che già si distorcono come nei riflessi increspati di tenui onde, quando ormai lo specchio immobile dell’acqua è infranto. Lo specchio dell’acqua è infranto? Ma da cosa?
È un’energia cinetica che la mette in movimento, è una vibrazione che si propaga nella superficie e dalla superficie alle cose che su di essa appaiono. Ma se le cose sono fatte di superficie, allora è tutto un muoversi e un vibrare, come un corpo che ai margini risuona ancora per il cuore che batte.
Rimane tuttavia un senso di mistero, poiché tutto avviene in una generale sospensione temporale, in cui anche il moto appare immoto. Se la pittura si mette in moto nella modulazione delle forme, il tempo frena e poi s’immobilizza in questa pittura. È il segreto e il sacro vincolo del “cinetismo virtuale”, è il suo principio d’indeterminazione.
Ogni immobilizzazione del tempo è visivamente silenziosa, e le “Modulazioni” di Le Parc, soprattutto quelle degli ultimi anni, chiedono quasi di non fiatare quando le si osserva. Perché ciò che di volta in volta accade sulla superficie è un rituale in cui è la mente che compie i gesti, con una certa affinità all’esercizio dell’arte marziale, in cui i movimenti del corpo divengono dinamiche spirituali.
Il non fiatare prelude ad una profonda comprensione dinamica delle forme, ad un’illuminazione forse, in cui arte e realtà lentamente riaffiorano. In ogni immagine, infatti, si percepisce l’esistenza di un’altra immagine persistente, così come ogni parola si appoggia a qualcosa d’altro senza il quale rimarrebbe oscura. E’ in questo legame tra immagine e immagine e tra dinamica e realtà, che l’artista può anche scomparire: potrebbe non firmare neppure le opere, così come faceva Brancusi con le sue sculture.
Le immagini che riaffiorano sulle superfici dinamiche di Le Parc provengono dalla storia dell’arte, sempre presente anche se trasfigurata ormai dal tempo incessante: le forme dell’arte, infatti, si muovono nel tempo attraverso le interpretazioni degli artisti che le ricreano e, impercettibilmente, mutano sino a divenire irriconoscibili, così come “la vita senza accorgersene impercettibilmente invecchia” (sensim sine sensu vita senescit).
Su questi sfondi muti, “plaghe del silenzio” come le chiamerebbe Paolo Conti, alcuni fasci di luce muovono e cangiano cose che sembrano apparire per la prima volta. C’è una sorta di anonimato in questo accadere impassibile, di poche cose in fondo, secondo lo stesso desiderio di Le Parc, quando afferma che “gli elementi del quadro devono essere il meno numerosi possibili”.
È forse un realizzarsi visivo di una nuova pittorica École du régard? Sicuramente le idee letterarie di Alain Robbe-Grillet, Michel Butor, Natalie Serraute, trovano qualche risonanza nella pittura dell’artista argentino, ma qui l’accadere delle cose, totalmente inconsapevoli della nostra presenza, si spoglia persino dell’esteriorità delle cose stesse: restano forme replicabili, flussi, dinamiche, gradienti luminosi e cromatici, moti perpetui e atemporalità.
E “allora una presenza immateriale galleggia là, a qualche centimetro dal quadro, o talvolta dietro ad esso, in un mondo da penetrare”, come osserva Le Parc. Si risente in queste affermazioni un’aura quasi metafisica, in cui però non ci sono più neppure manichini, impossibili geometrie, simboli ed enigmi, ma solo un “sistema” di “dinamiche formali sulla superficie, comprensivo di ogni interrelazione” [1].
Persino ogni passione individuale è eliminata, anche gli indizi che riconducono alla creatività dell’artista sono praticamente cancellati, con la scelta della tecnica dell’aerografo, adatta a creare ombreggiature, illusori volumi e rarefatte illuminazioni, in cui sembra che tutto ciò che accade stia accadendo da sempre.
In questo senso Giovanni Granzotto ha lucidamente parlato del sempre presente sforzo di “far crescere la distanza che separa l’artista dalla sua opera, cancellando il più possibile le tracce del proprio intervento, ripulendo la superficie dipinta dalle memorie del suo stesso passaggio, liberandola dal fameaux coup de pinceau” [2]. La tesi di Granzotto, poi, anche alla luce di un’analisi del ciclo delle “Alchimie”, è volta a dimostrare come il desiderio di sparizione dell’autore si scontri, alfine, - vero coup de thêatre -, con una presa di coscienza di un possibile, anzi necessario, incontro tra “il metodo della sperimentazione e la creatività individuale”.
Dove per “creatività individuale” lo studioso intende il riapparire prepotente della personalità del maestro nella sua opera, ed infatti conclude suggestivamente affermando che “Le Parc aveva durato fatica a riconoscere la propria genialità, ma alla fine non aveva potuto non accettarla” [3]. Granzotto si riferisce giustamente al lavoro “in punta di pennello” fatto nelle “Alchimie”, in cui il virtuosismo pittorico [4] riappare vigoroso e pressoché inimitabile, testimonianza di una perizia tecnica inconfondibile.
Tutto questo è vero, però non si deve dimenticare che la pittura è per Le Parc soltanto uno strumento, un mezzo in vista di un fine, che non è l’esibizione del mezzo stesso. Egli usa il suo dipingere nel medesimo modo in cui ha usato la luce e le superfici specchianti nelle sue famose macchine, e anche in quei lavori non doveva considerarsi meno geniale che in questi dipinti. Sulle motivazioni profonde, poi, rivoluzionare anche, che hanno spinto negli anni Sessanta alcuni artisti come Le Parc a teorizzare l’abbattimento del mito artista-star, bisognerebbe aprire un altro interessante capitolo, ma non è questo il luogo.
Affrontiamo ora, brevemente, la famiglia delle “Alchimie”, prima di raccogliere le idee e cercare, se possibile, di completare un quadro che possa rispondere alle domande che ci siamo posti in principio.
Esse compaiono nel 1988, dunque circa quindici anni dopo le prime “Modulazioni”, ma sarebbe un errore considerarle come posteriori, almeno da un punto di vista ideativo, come conferma lo stesso Granzotto quando riferisce di un ritrovamento, da parte di Le Parc, di disegni preparatori di proto-alchimie risalenti addirittura al 1957-58.
Riflettendoci bene, le “Alchimie” non possono essere che sperimentalmente anteriori alle “Modulazioni”. Se infatti in quelle opere, come si è visto, accade qualcosa che riconduce già alla presenza di un’immagine definita, anche se letta secondo le sue caratteristiche dinamiche, luministiche e temporali, nelle “Alchimie” ciò che avviene è il tentativo di identificazione e definizione delle particelle e delle forze elementari per costituire ogni immagine.
Nel lavoro dedicato alla pittura tout court, ma anche in quello dedicato all’utilizzo di mezzi diversi, infatti, Le Parc da sempre non ha fatto altro che cercare di smontare l’immagine sino ai limiti ultimi. Da sempre si è chiesto, “su di un registro interrogativo attorno alla fenomenologia dei processi della visione” [5], se possa esistere un ordine preliminare all’immagine, un sistema organizzato, cioè, di unità distintive attraverso il quale poter analizzare la natura stessa dell’immagine, come mettendone a nudo la nervatura che la percorre nel realizzarsi della percezione.
Nel 1957-58, Le Parc è una sorta di lontano precursore nell’ideazione di pixel d’immagine, antecedenti e soggiacenti ai diversi procedimenti di formazione ed aggregazione delle forme. È nelle “Alchimie” che egli inizia a convertire il contrassegno di riconoscibilità in unità sintattica.
Nelle “Alchimie” spesso campeggiano misteriose macchine e alambicchi, mediante i quali egli mescola o dirime particelle elementari del dipingere: punti luminosi e tratti di colore perlopiù, ma anche serie di figure geometriche elementari, sorte da un lavoro infinitesimale di scandaglio dell’immagine, in cui sembrano dominare logiche statistiche. Ancora una volta, dunque, l’esigenza di considerare l’autore come trascurabile, a favore di un artista inteso come ricercatore.
Questo lavoro pittorico, però, intuito alla fine degli anni Cinquanta, ed iniziato con aspirazioni scientifiche di osservazione e sperimentazione, s’imbatte in una natura vibratoria, cinetica e luministica dell’immagine. È nella luce e nel movimento che Le Parc trova le forze primarie di concatenamento che reggono la vita delle immagini: mentre la luce è da sempre al centro della riflessione artistica, il movimento, come correlato della luce nella formazione originaria dell’immagine, diviene consapevolezza sperimentale e teorica proprio in queste infaticabili ricerche.
Non stupisce allora che le forme iniziali di attività pittorica in questa direzione, le “Alchimie”, siano state abbandonate quasi subito nella ricerca del maestro e poi ritornare solo come ultimo ciclo creativo. L’intuizione necessitava di trent’anni di sperimentazione dedicati alla verifica e al controllo reale (“cinetismo reale”), prima di ritornare sulla superficie (cinetismo virtuale) ad approfondire idee divenute ormai solide, al prezzo di una vita dedicata all’arte.
Ancora pittura dunque, non tralasciata del resto neppure per un istante, ma una pittura che ha conosciuto anche la dedizione assoluta a ricerche di altra natura. La pittura allora, che tutto trasforma, ha lentamente mutato quella dedizione vicina alla scienza in una vera e propria disciplina alchemica, mediante la quale Le Parc cerca di scoprire il segreto della trasformazione generale dell’immagine. A noi non è dato accedere a quel segreto, possiamo solo osservare un moto perpetuo senza tempo, che attraversa le scie, le cascate, gli zampilli di particelle luminose, già configurate nello spazio bidimensionale o agitate da strane macchine.
La grande eredità, allora, che queste opere affidano a noi, ai giovani artisti e all’arte dei nostri giorni, è una strana conciliazione di mezzi lontani: pittura e macchina, realtà e virtualità, calcolo e disciplina spirituale, ma, soprattutto, intuizione, e una vita intera di lavoro per ricordare quanto era importante.
[1] G.Granzotto, Julio Le Parc. La ricerca, la sperimentazione, il genio, in Julio Le Parc. Il Cinetismo attualità e storia a confronto, catalogo della mostra al Circolo degli artisti di Palazzo Graneri, Versolarte Edizioni, 2003, p.17.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem, p.23.
[4] Ma di virtuosismo non ce n’è meno nell’uso straordinario dello spruzzo.
[5] L.Caramel, Attualità di Le Parc, ibidem, p.9.

Il respiro della montagna
Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra
Gigi Guadagnucci. Le vent et la vitesse dans le marbre
a cura di R. Bigi
Pietrasanta 2003

Il corpo della scrittura
Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra
Riccardo Licata. Arazzi al Circolo degli Artisti di Torino
a cura di G. Granzotto
Verso l'Arte Edizioni 2002

A segno
Leonardo Conti
testo in catalogo della mostra
Riccardo Licata. Le carte.
Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Arezzo
a cura di G. Granzotto, L. Conti, G. Faccenda
Verso l'Arte Edizioni 2002


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